02/10/2026
Ero di nuovo a Detroit.
Metà ottobre.
Il viaggio all’indietro, passo dopo passo, come risalire un fiume di ferite.
Il confine l’ho varcato ancora: la mia terra, il Messico, alle spalle.
Gringolandia davanti, straniera sempre.
Il 21 ottobre mi sono fermata,
e solo allora ho avuto la forza di finire ciò che avevo lasciato in sospeso.
Un neonato che affiora.
Le gambe della madre spalancate.
Lo sguardo freddo del medico.
Il lenzuolo che cancella un volto, un petto, un nome.
L’occhio che non può scappare:
è costretto a guardare il dolore.
Sulla parete la Vergine dei Dolori, trafitta da spade.
Non simbolo. Non fede.
Solo memoria.
Un ricordo d’infanzia, un oggetto amato da mia madre.
Il letto è il suo.
Lo stesso dove sono nata io,
dove ha respirato per la prima volta anche Cristina.
Quel legno conosce i nostri corpi.
E mentre dipingevo
c’erano viaggi dentro viaggi,
la vita che non ho partorito,
la morte che mi ha attraversata.
C’ero io, con la carne squarciata,
con la tempesta che mi urlava addosso.
Il quadro si chiamò "Mi nacimiento".
Dentro c’era il bambino non nato,
c’era la madre che non tornò più.
E c’ero io:
morta e rinata,
sospesa tra dolore e respiro,
condannata e salvata nello stesso istante.
𝐅𝐫𝐢𝐝𝐚 𝐊𝐚𝐡𝐥𝐨
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