03/10/2026
Mangiare e bere nel medioevo non era solo una necessità, ma un preciso rituale.
Va distinto anzitutto il pasto del contadino da quello del viandante e da quello del nobile, premettendo che ogni singolo boccone teneva intrinsecamente conto di principi medici secondo i quali i cibi, suddivisi tra caldi e freddi, secchi e umidi, avevano la funzione di mantenere l’equilibrio tra i quattro “umori” del corpo che, se corrotti, andavano riequilibrati, onde evitare malattie. La scuola salernitana andrà a codificare i cibi in tal senso.
Il cibo andava attentamente sminuzzato e cotto il più possibile, per facilitarne la digeribilità. Si cuoceva sul fuoco vivo, preferibilmente evitando il focolare domestico che, essendo spesso sprovvisto di canna fumaria, rischiava di intossicare gli abitanti con i fumi.
Si preferiva allora il cibo da strada, offerto dai numerosi cuochi itineranti che posizionavano i loro banchetti strategicamente sulle vie di passaggio. Anche le taverne e le locande, posizionate lungo le vie mercantili o di pellegrinaggio, offrivano arrosti, zuppe a base di cereali e legumi, birra ottenuta dalla fermentazione dei cereali e vino anche di quinta o sesta spremitura. Le sofisticazioni erano all’ordine del giorno, ma severamente punite. Specie in periodi di carestia non era raro aggiungere alle farine per la panificazione, corteccia o argilla.
I cibi venivano conservati sotto sale, in salamoia, nel miele e nella frutta, oppure affumicati o essiccati.
La dieta dei contadini, basata su birra, pane e cereali, sfruttava anche la frutta a guscio e le erbe, mentre erano rari i frutti coltivati e proibita la cacciagione, riservata ai nobili. Le erbe erano coltivate per lo più dai monaci negli erbolari o negli orti, prediligendo le piante officinali.
In periodi di magro o di quaresima era consentito il consumo del pesce che, incredibilmente, includeva qualunque specie animale vivesse nell’acqua, quali anatre, gru, cigni, castori.
L’uso della forchetta in occidente non era consentito, per quanto conosciuta e l’utilizzo del tovagliolo era sostituito generalmente dal pane duro utilizzato anche come piatto, o da bacili di acqua profumata nei banchetti nobiliari.
In questi banchetti i cuochi avevano il compito di stupire, creando composizioni con animali sezionati e poi ricuciti dopo averli farciti con altre carni o addirittura con animali vivi o componendo persino animali di speci diversi creando nuove specie fantastiche. Non era raro che tra le varie portate, i servizi, i banchetti nobiliari fossero allietati da spettacoli di giullaria o da musici.
Il gusto medievale prevedeva di associare il dolce al salato e, per chi poteva permettersele, l’utilizzo di spezie rare e costose che desse maggior gusto alle pietanze.
I ricettari disponibili sono rari e circoscritti a semplici appunti di cuochi rivolti ad altri cuochi che, sapendo già cucinare, non indicano espressamente le metodologie di preparazione. Diverso il caso del ricettario di Mastro Martino, che dà indicazioni piuttosto precise in merito.
Alberto Busca
Fonte: Manducare et bibere, Alberto Busca, MarcoValerio editore.