23/05/2026
Ciao Carlin.
C'è un periodo nella vita di un cuoco in cui tutto brucia le idee, le mani, il desiderio di capire, di sbagliare, di ricominciare.
Per me quegli anni vanno dai diciotto ai quaranta. Dall'inizio degli anni Ottanta fino ai Duemila. Anni in cui la cucina italiana stava esplodendo, in cui il salto culturale e umano era così vertiginoso che ti veniva il fiatone solo a starci dentro.
In quegli anni tu eri già lì. Non in cucina, ma attorno alla tavola. Che è un posto ancora più importante.
Arcigola prima, Slow Food poi. In molti l'hanno letto come un movimento gastronomico. Ma noi cuochi, quelli che vivevano quell'epoca con la testa a mille e le mani nella materia, capivamo che era qualcosa di più. Era una cultura del piacere condiviso. Del sedersi insieme per capire, non per sfoggiare. Del cibo come linguaggio, come identità, come responsabilità.
E c'è una cosa che forse pochi ti riconoscono, Carlo.
Tu hai spinto noi cuochi a uscire dalla cucina. Non per andare in televisione, ma per andare nei campi. Nelle cantine. Dagli allevatori, dai contadini, dai piccoli produttori che lavoravano nell'ombra senza che nessun menu li nominasse.
Hai sdoganato i produttori come eccellenze. Hai fatto capire a me e a tanti come me che il nostro lavoro non iniziava con il coltello sul tagliere, ma molto prima, nel dialogo, nella ricerca, nella fiducia, nella scelta di chi metti dietro al tuo piatto.
Hai avvicinato le nostre mani a quelle di chi produce. E questo, per un cuoco, cambia tutto.
"Chi semina utopia, raccoglie realtà" dicevi.
Grazie, Carlin. Buon viaggio.