21/03/2025
«Papà chi sono quelli?» ti chiede tuo figlio, un sabato pomeriggio mentre stai tornando a casa.
La sua mano indica un gruppo di tifosi che si avvicendano attorno ad un pullman nel piazzale del palazzetto vicino casa.
Qualcuno di loro ha la sciarpa, altri delle grandi bandiere arrotolate e quello più guardingo, porta nello zaino la “pezza”. Camminano chiacchierando e prendendosi in giro, c’è chi mangia prima di partire e chi è alla sua terza birra. Una macchina si ferma vicino a loro e poi corre a parcheggiare. Altri ancora sono davanti al pullman. Gli rispondi che sono tifosi e vanno a vedere giocare la loro squadra in trasferta, ma dal suo sguardo ti accorgi che non ha capito cosa gli hai appena detto.
La società gli ha insegnato che le cose esistono solo se si vedono in televisione e fai fatica a spiegargli che c’è ancora chi preferisce vivere le emozioni e non semplicemente guardarle.
Tanti anni fa in mezzo a loro c’eri anche tu, poi ti sei sposato, hai fatto un figlio, ti sei sistemato col lavoro e le cose più importanti sono sembrate essere altre. Ti sei quasi convinto che la vita giusta sia quella che conduci ora. Il giretto al centro commerciale il sabato pomeriggio, la cena a casa dei suoceri, tanto «la partita te la puoi vedere anche da loro» dice tua moglie.
Allora rallenti, fino a quasi fermarti, giusto per vedere chi c’è e scopri che qualcuno lo riconosci, qualche faccia nota magari più matura te la ricordi. Si è proprio uno di loro, quello che adesso sta parlando con l’autista, forse sta dando i soliti consigli non richiesti sulla strada da fare, non è cambiato nulla! Ti allontani mentre lo vedi distribuire qualche gadget, forse una birra agli altri che girano senza meta in attesa della partenza.
Torni a casa con mille pensieri in testa, finisci subito di cenare e apri quel cassetto che avevi lasciato chiuso da tanti anni. Stringi tra le mani quella maglietta stropicciata, consumata ma vissuta. La sciarpa che trovi sotto, arrotolata, odora ancora di quei fumogeni che si usavano negli anni ’90 e qualche foto che non riesci a guardare senza che le lacrime ti impediscano di metterle a fuoco.
«Dove siete finiti?» ti chiedi sottovoce «dove siete finiti amici miei che non mi avete mai fatto sentire solo anche quando non sapevo dove foste?!» e ancora «È valsa la pena barattare la tranquillità in cambio della mia vita?» ed infine «Cosa racconterò a mio figlio?».
Gli racconterai di quanti negozi ha il centro commerciale o quanto è bravo suo padre a lavoro o di quanto si deve essere sempre calmi, pacati, consoni, insomma, di come si fa a smettere di essere sé stessi perché è “giusto”? No, non è così che deve andare, non sono solo questi gli insegnamenti di una vita, il tuo era un sogno troppo bello per non poterlo vivere ancora. E allora chiudi quel cassetto e chiami tuo figlio.
Lui ti guarda e gli dici sorridendo «Domani ti porto in palazzetto, voglio farti vedere come sono e cosa fanno i tifosi» lo vedi felice e tu lo sei più di lui.
Imparerà a dormire in pullman, in auto, a volte in treno e a dividere un panino con chi non conosce ma è come lui
Imparerà che non si lascia nessuno a terra e che non si dà mai la schiena alle difficoltà.
Imparerà ad esultare con eleganza e a non disperarsi per una sconfitta.
Imparerà ad amare e difendere la sua squadra, i suoi amici, i suoi compagni.
Imparerà a comportarsi con coraggio e sempre lealmente.
Imparerà in una parola cosa vuol dire essere un tifoso.
Imparerà a far parte del gruppo.
«Dove sono finiti quelli là?»
«Non li vedi? …Ci sono ancora… I Poco Consoni sono già schierati!!»
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Forza Pallamano Trieste 1970
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