22/07/2026
Quello che è successo a Bologna è l’immagine del futuro.
L’antifascismo in evidente crisi di identità e forza lavoro che si rivolge a “quei ca**o di migranti” come diceva il viscido Luca Casarini per portare avanti le proprio istanze.
È il loro esercito industriale di riserva di marxiana memoria. Sperano di tramutarli in bodyguard durante le loro scorribande ormai patetiche e, chissà, magari un giorno in voti freschi.
In questi giorni dove si celebravano i 25 anni dal G8 di Genova vedere queste immagini è ancora più triste.
Allora la sinistra antagonista cercava di portarsi in una fase di conflitto anche duro con il sistema, ora è definitivamente il sistema.
Le sue istanze sono quelle delle corporation, la critica al capitalismo ha fatto posto alla sua volontaria colonizzazione (vedi il caso Zerocalcare con Netflix), i suoi figli sono diventati magistrati, sindaci e giornalisti, un vago approccio muscolare ha fatto spazio alla flaccida idiozia arcobaleno, i migranti non sono più gli sfruttati ma risorse utilizzate per arricchirsi di fronte alle sofferenze.
Sia chiaro, l’antifascismo faceva schifo anche allora ma aveva qualcosa di dire. O quantomeno ci provava a rimanere in una logica di scontro.
Oggi il vuoto pneumatico è rappresentato da queste pagliacciate che cercano di rincorrere una rabbia che non hanno più. Le cariche dei compagni che ogni tanto si vedono sono stanche, quasi come fossero un cliché da portare avanti per salvare il ruolo di antagonisti (aka utili idioti).
Così bramano il clandestino, lo straniero per trovare slancio, per guadagnare muscoli, numero, volontà. Ma questi compagni annoiati e borghesi dovranno fare i conti con rapporti di forza che cambieranno, con istanze che non sono le loro, con comunità straniere che conoscono razzismo e identità e che sopratutto non accettano la debolezza né la contaminazione.