27/10/2025
solo in Italia, nel corso dell’ultimo anno, 18 ristoranti stellati hanno chiuso. A livello internazionale, negli ultimi 12–18 mesi, siamo di fronte a una significativa ondata di chiusure di locali stellati:
da Londra a San Francisco, da Los Angeles
al Canada, fino a Singapore.
“L’Omino Michelin Mi Ha Rubato l’Anima”
Il brivido è svanito.
Il soufflé è collassato.
L’hollandaise si è cagliata insieme alla civiltà moderna.
Dimmi tu, oh saggio tostapane dei dolori senza glutine,
cosa dovrei pensare
alle 4 del mattino fissando il soffitto
e chiedendomi come siamo passati dal mammut arrostito sul fuoco
al cibo giudicato da una compagnia di gomme?
Sì, Michelin.
Gomme.
Gomma.
Ora giudica il foie gras e fa pagare 300 dollari per un piatto grande quanto un’ostia,
servito a temperatura tiepidamente burocratica,
con tutta la passione di un impiegato della motorizzazione.
È gastronomia o un funerale?
Precisione militare, zero poesia.
Pinzette che dispongono gocce commestibili di schiuma,
come se il cibo fosse qualcosa da sopravvivere, non da gustare.
E per favore
per l’amor di tutto ciò che è croccante e sacro
non ditemi che il pane fa male.
IL PANE?!
Su di esso è stata costruita la civiltà.
È in ogni libro sacro.
Gesù lo spezzò. Buddha lo offrì.
Persino le Kardashian, nei loro incubi gluten-free,
lo sussurrano di nascosto.
E ora è diventato il cattivo?
Io piango in baguette.
Marco Pierre White lo disse meglio:
“Ma come cazzo… in questo mondo…?”
Già, maestro. Già.
Ed eccoci qui,
a lasciare che l’Omino Michelin (che, ricordo, sembra una pila di marshmallow in antidepressivi)
decida chi sta facendo il “miglior” cibo.
E il glamour? Svanito.
La poesia? Fantasma.
La bellezza del piatto?
Rimpiazzata dall’ansia da prestazione e da alghe disidratate in polvere.
Intanto la cucina
un tempo tempio
è oggi una zona sterile di guerra tra ego e sous-vide.
Il mondo fuori?
Stesso circo, pista diversa.
La gente non cena. Scrolla e mastica.
Una cena di famiglia sembra un TED Talk per zombie.
Forchetta in una mano, telefono nell’altra,
occhi vitrei, anime appaltate a Instagram.
Dov’è la comunione?
Lo sguardo negli occhi?
La lotta per l’ultima empanada?
Spariti sostituiti da luci LED e appetiti nutriti
da algoritmi.
Non c’è da stupirsi se i ristoranti stellati Michelin chiudono:
il concetto non è sostenibile, e ancor peggio, non è redditizio!
E non fatemi parlare delle etichette.
Apri una busta di “cibo” e l’elenco ingredienti
sembra un esame di chimica:
Esametafosfato di sodio?
Biossido di titanio?
Dovevo mangiarlo o spalmarlo in faccia?
Non siamo malati.
Siamo avvelenati.
I nostri figli crescono a colori che in natura non esistono,
sorseggiando ansia da bicchierini con beccuccio,
mentre sorridiamo e diciamo: “Beh, è bio-ish.”
Obesità, diabete, cancro,
ballano mano nella mano con l’indifferenza cronica.
Stiamo ballando con la malattia come fosse la serata di gala.
E l’orchestra non smette di suonare.
Eppure
la soluzione?
Assurdamente semplice:
Spremi il limone.
Non aprire la bottiglietta di “100% naturale con conservanti aggiunti.”
Basta… spremere. Il. Limone.
Se cresce su un albero, dalla terra,
nuota in un fiume,vola, cammina
o viene benedetto dal sole
mangialo.
Se viene in una scatola fluorescente,
canta al microonde,
o brilla al buio
forse evita.
Dobbiamo svegliarci.
Perché se non lo facciamo, presto
microonderemo la nostra morale
e friggeremo ad aria quel poco che
resta del buon senso.
Bon appétit, umanità.
Speriamo di avere ancora papille gustative
quando ci ricorderemo com’era il vero cibo
e la vera vita.
Fino ad allora, con sincero disgusto;