09/06/2026
Per i Greci era éleos.
Il tremore davanti al dolore dell’altro.
Priamo attraversa il campo nemico, entra nella tenda di Achille, davanti a lui s’inginocchia e dice:
«Ricordati di tuo padre.»
Achille non vede più un nemico.
Vede un genitore distrutto dal dolore.
Piange.
Restituisce il corpo di Ettore.
E la pietà interrompe la violenza.
Per i Romani era pietas.
Il dovere verso gli dèi, i genitori, i figli, la comunità.
Il legame invisibile che teneva insieme il mondo.
Una vera istituzione
E oggi?
Oggi vediamo tutto.
Guerre.
Fame.
Naufragi.
Bambini sotto le macerie.
Anziani abbandonati.
Popoli cancellati.
Vediamo tutto.
Ma sentiamo sempre meno.
Il dolore degli altri ci attraversa come una notifica.
Un istante.
Poi il dito scorre.
Avanti.
Altro video.
Altro scandalo.
Altro sangue.
Altro nulla.
La pietà è morta quando abbiamo smesso di riconoscere nell’altro un destino comune.
Quando il “noi” è diventato “io”.
Quando l’efficienza ha sostituito la cura.
Quando vincere una discussione è diventato più importante che comprendere una persona.
Essere umani non significa produrre, consumare, apparire.
Essere umani significa sentire che la ferita dell’altro ci riguarda.
Che la sua dignità è anche la nostra.
La domanda non è dove sia finita la pietà.
è più terribile:
che cosa resta di una civiltà quando perde la capacità di soffrire per il dolore degli altri?
“Forse la pietà non è scomparsa.
Forse è semplicemente diventata più difficile.
Perché nessuna civiltà aveva mai visto così tanto dolore in così poco tempo.
E la vera sfida del nostro secolo non è vedere.
È continuare a sentire.”
EssereUmani Civiltà Riflessioni Società FedericoQuaranta