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Le radici storiche della riforma Nordio-Meloni affondano in Mani Pulite: il populismo anti-giudici nasce lì
Alberto Vannucci
Alberto Vannucci
Professore di Scienza Politica
Come interpretare alcuni commossi interventi parlamentari che hanno dedicato la norma a Berlusconi? Sono tramontati i tempi dei magistrati come figure eroiche
Le radici storiche della riforma Nordio-Meloni affondano in Mani Pulite: il populismo anti-giudici nasce lì
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Suscita un certo straniamento vedere l’ex-magistrato simbolo di “Mani pulite” mentre riceve una standing ovation in una manifestazione per il Sì al referendum sulla legge costituzionale Nordio-Meloni. Antonio Di Pietro avrà certo le sue motivazioni, ideali o pragmatiche, per arruolarsi in uno schieramento affollato dai suoi storici arcinemici, acclamato dai pochi sopravvissuti e dai tanti eredi di quella classe politica che – se avesse avuto a proprio servizio quell’obbrobrio giuridico che è l’Alta Corte Disciplinare, come previsto dalla riforma – l’avrebbe fatto mettere alla sbarra per chissà quali infrazioni e severamente punito, coì da non interferire col saccheggio sistematico dei bilanci pubblici che i loro partiti avevano organizzato. Ci provarono anche allora, tra un tentativo abortito di “colpo di spugna” parlamentare e l’altro, ad avviare provvedimenti disciplinari contro i magistrati di punta del pool, tra cui lo stesso Di Pietro. Furono però archiviati o si risolsero in un nulla di fatto.

Precisamente a questo serve un Consiglio Superiore della Magistratura autonomo e indipendente da interferenze politiche, specie quando opera nella sua funzione sanzionatoria. E non a caso proprio quest’organo è il principale bersaglio della controriforma Nordio-Meloni, che lo “spacchetta” in tre sotto-entità frammentandone le funzioni, delegittimandone la composizione, svilendone il ruolo istituzionale.

Le ragioni “tecniche” che avvalorano un convinto rifiuto di una riforma contro i giudici, più che per la giustizia, sono state discusse con un profluvio di argomentazioni giuridiche. Sono però rimaste in ombra altre possibili motivazioni, di natura storico-politica, che vale la pena di richiamare. Le radici della legge costituzionale Nordio-Meloni affondano proprio nelle lacerazioni generate dalle inchieste giudiziarie di “Mani pulite”. Un’indagine nata per caso il 17 marzo 1992, con una micro-tangente pagata da una ditta di pulizie all’oscuro presidente di un ospizio pubblico milanese, Mario Chiesa. Emerse uno scenario di corruzione capillare che lo stesso Di Pietro avrebbe battezzato di dazione ambientale, descrivendola come “una situazione oggettiva in cui chi deve dare il denaro non aspetta più nemmeno che gli venga richiesto; egli sa che in quel determinato ambiente si usa dare la mazzetta o il pizzo e quindi si adegua”. Quelle mazzette ubique e silenziose in una quota predeterminata avrebbero poi risalito le gerarchie organizzative di quegli stessi partiti fino a Roma, alle segreterie nazionali. Era il prezzo per la garanzia che i vertici di quei partiti assicuravano di un’adesione generalizzata ai patti sottobanco e alle leggi non scritte della corruzione sistemica, quelle che disciplinavano il saccheggio scientifico dei bilanci pubblici. Provarono a liquidarle come “prezzo della democrazia”, quelle tangenti. Piuttosto, erano le tossine che la stavano avvelenando.

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Sappiamo tutto sui meccanismi che regolavano le pratiche imperanti di corruzione, descritti con precisione dai suoi protagonisti, e sulle difficoltà incontrate dai magistrati nel perseguirle. Sono ancora evidenti le macerie del suo impatto sulla legittimazione delle istituzioni pubbliche e della classe politica. La discesa in campo di Berlusconi ne rappresentò il punto di svolta. Il Cavaliere era parte integrante di quei meccanismi corruttivi e sodale dei suoi principale artefici. Eppure, paradossalmente fu anche il maggiore beneficiario di quelle inchieste che, annichilendo gli storici partiti di governo, spalancarono praterie di consenso “moderato” alla sua neonata e subito trionfante creatura politica, Forza Italia. Si posero così le premesse per la successiva ostilità, che poi si farà scontro aperto, tra i magistrati che ancora perseveravano nel perseguire gli affari sporchi della politica e una quota cospicua della “nuova” classe politica.

Per questo di “Mani pulite” si è fatta memoria collettiva schizofrenica. Si è trattato di un tentativo di palingenesi civica contro una classe politica corrotta guidato da eroici magistrati? Oppure di un “golpe giudiziario” orchestrato da “toghe rosse”, che ha distrutto partiti che erano presidio di democrazia, per poi accanirsi contro il loro erede “unto dal Signore”? Chiavi interpretative contrapposte, nessuna delle quali rappresenta realisticamente una vicenda giudiziaria e politica molto più complessa e sfaccettata. Ma proprio la seconda tesi, tanto brutalmente ideologica quanto storicamente inconsistente, risulta sottesa agli odierni apologeti della riforma Nordio-Meloni. Al punto che – nell’ora gloriosa della sua approvazione – proprio a Berlusconi alcuni commossi interventi parlamentari l’hanno dedicata, a lui che “dall’alto dei Cieli sorride e si compiace del lavoro dei suoi allievi”. Contravvenendo alle astuzie della campagna elettorale, nelle parole dello stesso Nordio e di altri propagandisti del si è affiorata, come voce dal sen fuggita, quella stessa pervicace volontà politica di regolare finalmente i conti con i giudici ficcanaso, di rimetterli in riga.

Occorreva un’acrobazia retorica per rovesciare la rappresentazione del ruolo dei giudici nel dibattito sulle motivazioni della riforma. Anche in questo l’eredità di Berlusconi, il primo grande leader populista e accattivante comunicatore apparso sulla scena politica italiana, ha tracciato una linea fedelmente seguita dai suoi “allievi”. L’essenza del populismo consiste nell’individuazione di un’entità astratta e omogenea chiamata “popolo”, al quale si lega simbolicamente la figura carismatica che ne legge “empaticamente” i valori e ne difende gli interessi contro i tanti nemici, responsabili del suo malcontento. Certo, i nemici esterni, spesso facili da identificare cromaticamente, in quanto alieni all’identità nazionale. Ma anche quelli interni, tipicamente rappresentati dalle “élite corrotte”, che con le loro trame sotterranee attentano al benessere e alla serena operosità del “popolo”.

Per questo, più che sui suoi noiosi profili tecnici, l’essenza della campagna elettorale si è giocata nella narrazione del ruolo dei giudici nella società italiana. Sono tramontati i tempi in cui i magistrati erano raffigurati come figure eroiche nel loro impegno contro mafie e corruzione. Nella campagna referendaria si è cercato di dissociarli persino dal loro ruolo istituzionale di arbitri (umani, dunque imperfetti e fallibili) che nel vigilare sul rispetto delle leggi proteggono anche da ingiustizie, soprusi, soverchierie.

E’ grazie alla magistratura che ancora oggi si riescono di tanto in tanto a svelare e perseguire gli abusi di potere, non troppo diversi da quelli di “Mani pulite”, solo più sofisticati. Per inciso, ciò accade sempre più raramente, visto il depotenziamento governativo degli strumenti di indagine e la depenalizzazione, di fatto o di diritto, dei crimini dei potenti. Nella visione proposta dalla grancassa mediatica e social al servizio dell’esecutivo i magistrati sono etichettati come parte integrante di un’élite ostile al buonsenso e ai semplici bisogni della massa popolare, arroccati nel privilegio dei loro giochi correntizi, pervicaci nel voler separare dalla mamma e dal papà bambinelli altrimenti felici nei boschi, a liberare feroci picchiatori di inermi poliziotti, a rimettere in circolazione immigrati stupratori.

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La riforma Nordio va inquadrata in uno scenario più ampio per coglierne la pericolosità. E’ il tassello fondamentale di un disegno avvolgente che dall’avvento del governo Meloni punta alla disarticolazione di tutti i contrappesi istituzionali e sociali contro l’accentramento in salsa neo-autoritaria del potere politico, sul modello orbán-trumpiano.

Le altre tessere sono note, alcune già collocate al loro posto, altre in lista d’attesa: dal depotenziamento dei controlli della Corte dei conti al progetto di “premierato”, dai decreti-legge di criminalizzazione del dissenso pacifico all’occupazione manu militari di televisione pubblica e istituzioni culturali, dal premio iper-maggioritario del disegno di legge elettorale all’abrogazione dell’abuso d’ufficio – e si potrebbe andare avanti a lungo.

Quello del referendum sulla contro-riforma Nordio-Meloni è però un passaggio cruciale. Se cede il baluardo dell’indipendenza e dell’autonomia dalla politica del potere giudiziario, se una maggioranza di elettori dovesse ratificare nel referendum l’ingannatoria narrazione populista sulla casta dei giudici “da rimettere al loro posto”, è facile prevedere una trionfante accelerazione nella realizzazione del progetto neo-autoritario. Questo non è soltanto un referendum sulla giustizia, o meglio contro i giudici. E’ un referendum per la tenuta e la “resistenza” delle nostre istituzioni liberal-democratiche.

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