24/03/2022
L’ISOLA DI DINO È DI TUTTI I CALABRESI
L’Isola di Dino, una delle antiche Itacesi, è la più grande delle due isole della Calabria (l’altra è quella di Cirella) con una superficie di 0,5 chilometri quadri. È situata di fronte all’abitato di Praia a Mare, a breve distanza dalla costa, di fronte a Capo Arena e alla Torre di Fiuzzi. Un tempo, un istmo la collegava alla terraferma, ma i fenomeni di erosione, cui tutta la zona è soggetta, lo hanno fatto scomparire.
Varie sono le interpretazioni sul nome: l’isola è stata chiamata “Dino o Dina” forse perché anticamente vi sorgeva un tempio (aedina) consacrato dai naviganti a Venere, dea dell’amore, o ai due Dioscuri, Castore e Polluce, il cui culto era tra i più diffusi tra le città della Magna Grecia, o più probabilmente a Leucotea, protettrice dei naviganti, venerata nella vicina città campana di Velia. La dea, secondo le credenze, avrebbe avuto il compito di rendere propizie le traversate lungo la costa, rese impervie dallo splendore del sole e dal luccichio quasi immobile del mare (oltre che dalla mitica e pericolosa presenza delle Sirene), che fiaccavano le forze e assopiva le menti dei marinai nell’ora meridiana in cui si verifica la caduta del vento e la calura era insopportabile.
Un’altra ipotesi è quella che farebbe derivare il nome dall'etimo greco dina, ovvero vortice, gorgo d’acqua, turbine, bufera, tempesta. Infatti erano un tempo pericolose per i naviganti, in giornate di mare mosso, le acque prossime alla punta sud dell'Isola, detta Frontone.
Si estende per 50 ettari circa con un'altitudine massima di 100 metri. Nel versante settentrionale, di fronte a Capo dell'Arena, c'è un piccolo molo di attracco da cui parte una strada rotabile che con uno sviluppo di 1700 metri conduce nei cottages situati nella zona alta dell'isola. Ha fianchi con strapiombi alti oltre 80 metri ed altri piuttosto scoscesi. Il perimetro dell’isola è di circa 3 chilometri, e non è provvisto di spiagge: la principale delle attrattive dell’isola, come noto, sono le sue meravigliose grotte, numerosissime e tutte molto suggestive, che sono il risultato di una millenaria erosione dell’acqua e, in parte, del vento.
Tra le più famose la bellissima Grotta del Monaco, un luogo dove le rocce assumono dei lineamenti quasi umani, all’interno della quale si trova un mare limpido, con sfumature che vanno dal verde smeraldo fino ad arrivare all’azzurro;
la Grotta delle Cascate dove è possibile sentire lo scrosciante rumore dell’acqua che scende dalle pareti e osservare le tantissime stalattiti, stalagmiti e anche alcune rocce dal romantico color rosa, tra le più suggestive dell’isola;
la Grotta delle Sardine ricca in particolar modo di questi pesci; la Grotta del Frontone il cui toponimo deriva dalla sua posizione, proprio di fronte alla punta occidentale dell’isola, il ‘Frontone’; la Grotta del Leone, chiamata così per la presenza di una roccia che sembra, appunto, un leone accovacciato;
la Grotta del Gargiulo, una delle più spettacolari, che si estende all’interno della roccia per decine e decine di metri, ed è completamente sommersa, se si fa eccezione per due piccole bolle d’aria (E’ assolutamente sconsigliata la visita, a meno che non siate dei sub esperti, data la sua estrema pericolosità!);
la splendida Grotta Azzurra, la più grande, lunga circa 70 metri, posta sul versante sud dell’isola. La sua bellezza, evidenziata anche da tutte le guide nazionali ed internazionali, molto somigliante all’omonima di Capri, risiede nella combinazione di numerosi fattori: la sua profondità (circa 12 metri), la disposizione e le altezze diverse delle rocce (non levigate) e soprattutto gli effetti della luce sulla splendida acqua di colore azzurro (da cui il nome della grotta), sia quella diretta che arriva dall’ampio ingresso, sia quella indiretta, che viene riflessa dai fondali e che all’azzurro della parte superficiale associa un suggestivo colore verde rame.
L'isola è un Sito di Interesse Comunitario (SIC), infatti, oltre alla vegetazione della macchia mediterranea, si possono trovare numerose piante rare come la palma nana, il talittro calabro, il garofano delle rupi e, in particolare, l'endemica Primula di Palinuro, presente in alcune colonie sulle pareti calcaree esposte a nord e a nord-est.
Suoi fondali, che arrivano fino a 45 metri di profondità, brulicanti di tantissime specie di pesci, cresce una foresta di Paramuricee tra cui una colonia di coloratissime gorgonie, che arrivano fino a oltre un metro di altezza. La particolarità della “Foresta di Dino” (così ribattezzata dagli scopritori Enrico e Rosaria Gargiulo nel 1990) consiste nell’insolita colorazione che passa dal colore rosso a quello giallo cromo, con tutta una serie di sfumature intermedie.
La magnifica Isola di Dino, un cetaceo di roccia che spunta da un mare cristallino, un autentico angolo di paradiso tra incanto e mitologia, è stata il palcoscenico di numerose battaglie e avvenimenti miracolosi.
Secondo la tradizione, nel V secolo d.C. sull’isola avrebbe dimorato l’eremita Sant’Isernio. In seguito alla lotta iconoclasta, voluta da Leone III Isaurico molti monaci si rifugiarono in Calabria e, tra il IX ed il X secolo, sorsero proprio sull’isola la chiesa ed il monastero di San Nicola De Signa o De Dina che nel 1065 furono donati ai monaci cistercensi di Santa Maria d’Acquaformosa con l’intera isola. Un’altra fonte riferisce che, tra il V ed il X secolo, sulle rovine del tempio pagano, sorse la chiesa di Santa Maria. Oggi di queste opere restano poche tracce e qualche insignificante rudere. Le intemperie non hanno risparmiato neppure la maestosa e solenne croce di pietra eretta sull’isola nei primi anni del 1900.
Una Torre di origine Normanna di avvistamento, di comunicazione e di allarme, venne edificata nella punta occidentale dell’isola (detta ‘Frontone’), a quota 73 metri sul livello del mare, utilizzata, successivamente, anche in epoca Angioina e Borbonica. Dalla torre, di forma quadrangolare, si può ammirare lo splendido panorama del Golfo di Policastro e le nidificazioni degli aironi grigi e dei falchi pellegrini, il tutto condito dai versi dei numerosissimi gabbiani reali.
L'isola fu testimone di lotte e battaglie, incursioni piratesche, assalti, difese disperate. Vascelli musulmani vi fecero tappa in più occasioni nel corso delle loro spedizioni militari in Italia: nel IX secolo d.C., nel XV e nel XVI. Nell'estate del 1600 il litorale fu preso d'assalto dai Turchi, guidati da Amurat Rays, che con il suo esercito di predoni e le sue navi terrorizzava il Meridione d’Italia. Gli aietani, guidati da Francesco Vitigno si trincerarono sull'isola ed opposero forte resistenza ma dopo alcuni giorni furono tutti catturati ed uccisi.
Secondo la leggenda, nel 1326 un bastimento turco carico di mercanzie improvvisamente si bloccò nei pressi dell’Isola di Dino. La superstizione dei marinai costrinse il capitano, di fede cristiano, a liberarsi della statua della Madonna custodita nel bastimento. Il capitano, piuttosto che gettarla in mare, preferì abbandonarla sul lido, su un grosso masso ancora oggi oggetto di devozione. La statua (oggi custodita nel santuario omonimo) fu rinvenuta da un giovane pastore muto di Aieta, che per annunciarla al paese riacquistò la parola, diventando, di fatto, il primo miracolo della Madonna della Grotta, patrona di Praia a mare.
Nel 1806 l’isola divenne base delle operazioni della flotta anglo borbonica, agli ordini dell’ammiraglio Sidney Smith, che tentava di opporsi alla penetrazione dell’esercito napoleonico in Calabria. Nel 1812 Gioacchino Murat elimina la feudalità e l’isola venne sottratta al Marchese di Aieta e concessa al Comune di Aieta. Successivamente l’isola passa ai borbonici.
Nei pressi dell’isola, durante la notte di Santo Stefano del 1917, il sommergibile tedesco UB-49 (Hans von Mellenthin) affondò il piroscafo inglese “Umballa” che trasportava derrate alimentari. Dopo la tragedia, che costò la perdita di molte vite umane, la campana della nave venne donata al Santuario della Madonna della Grotta e issata sul campanile dopo essere stata ribattezzata “Santa Maria della Vittoria”.
Nel 1928 l’isola diventa proprietà del Comune di Praia a Mare, quando lo stesso diventa autonomo. Nel 1956 viene data in concessione per 99 anni al signor Sergio Serelli per la sua valorizzazione, senza alcun risultato.
Nel 1962 l'isola viene venduta per 50 milioni alla società amministrata dal Comm. Bottani e Gianni Agnelli con il fine di portare allo sviluppo turistico a livello internazionale dell'intero territorio da Fiuzzi a San Nicola Arcella. Era prevista sull'isola un'edificabilità pari allo 0,20, con costruzioni alte metri 6,90. È stato effettuato lo sminamento dell'isola, ed è stata costruita una strada di 1700 metri che collega il pontile di attracco con la parte alta dell'isola, dove sono stati costruiti dei cottages. Nella parte bassa, all'altezza della Grotta del Leone, sono sorti dei tucul (semplici edifici a pianta circolare con tetto conico) con ristorante.
La proprietà dell'isola è poi passata ad un gruppo di imprenditori, fra cui l'Ing. Alberto Dell'Utri, gemello del più famoso Marcello, che per motivi amministrativi hanno abbandonato il bene a se stesso.
È notizia di pochi giorni fa che, dopo quarant'anni di contenziosi e carte bollate, l'Isola Dino, perla del Tirreno e luogo tra i più iconici del turismo calabrese, con un contributo di 30.000€, tornerà di proprietà del Comune di Praia a mare. Dopo che, nel 2005, la Regione Calabria aveva prodotto una delibera attraverso la quale si riconosceva la natura demaniale civica universale dell'intero territorio dell'isola Dino e in seguito, nel 2014, alla sentenza dei giudici della sezione staccata di Scalea del Tribunale di Paola che avevano stabilito la titolarità del Comune di Praia a Mare sulla proprietà, il Commissariato Usi Civici della Calabria ha stabilito che l'atto iniziale di vendita stipulato agli inizi degli anni sessanta ed a cascata tutti i successivi passaggi di proprietà, sono da ritenersi nulli e l'isola appartiene alla collettività.
Adesso l'auspicio di tutti è che si possa aprire una fase nuova di tutela, valorizzazione e sviluppo turistico sostenibile di questo fantastico tesoro.
Foto: A&R Production Antonio Lacorcia