15/08/2026
Ci sono momenti in cui il confine tra il lavoro e la pretesa di calpestare la dignità di una persona si annulla in un istante. È quello che mi è successo questa sera, mentre ero semplicemente al mio posto, a fare il mio dovere dietro la cassa.
Un uomo si è avvicinato alla mia postazione ed è iniziato l'incubo. Non c'è stata trattativa, non c'è stato rispetto: solo violenza pura, verbale e gestuale. Ha iniziato a urlare, a bestemmiare, a scagliare insulti e frasi inappropriate direttamente contro di me. Poi la violenza si è fatta fisica nei gesti: i pugni sbattuti con forza sul banco, la postura aggressiva, l'intimidazione brutale di chi usa la propria rabbia per sovrastare una donna.
In quel momento ti senti completamente impotente. La rabbia ti brucia dentro, ma dentro di te sai benissimo come vanno queste cose: più provi a reagire, più la situazione rischia di degenerare. Per difendermi ho cercato di porre un limite, ho minacciato di chiamare i Carabinieri, ma per evitare che la violenza esplodesse del tutto ho dovuto ingoiare il rospo, restare ferma e subire. Un silenzio forzato che non è sottomissione, ma pura sopravvivenza.
Ma la cosa che mi lascia più schifata, e che mi fa fare un profondo senso di nausea, è il comportamento delle altre persone . Nessuno ha mosso un dito. Nessuno gli ha detto di fermarsi, nessuno si è messo in mezzo, nessuno ha speso una parola per difendere una donna che stava venendo aggredita sul posto di lavoro.
Non si tratta di un semplice "cliente nervoso". Questa è violenza, ed è supportata dall'indifferenza di chi guarda e tace. Non si può e non si deve normalizzare l'idea che una donna, per lavorare, debba mettere in conto di subire minacce e umiliazioni nell'indifferenza generale. Racconto tutto questo perché la mancanza di rispetto non deve passare sotto silenzio, e perché il disgusto per come sono andate le cose merita di essere gridato.
In mezzo a tanto schifo, voglio ringraziare di cuore la coppia di clienti che si è avvicinata per darmi conforto. Un grazie speciale va a quel ragazzo che, indignato da tanta inciviltà, ha sentito il bisogno di chiedermi scusa a nome del genere maschile: un gesto di un'umanità enorme.