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L’autunno è arrivato anche da Momó. 🍂Nuovi sapori, ingredienti di stagione e piatti pensati per raccontare il gusto di q...
09/10/2026

L’autunno è arrivato anche da Momó. 🍂

Nuovi sapori, ingredienti di stagione e piatti pensati per raccontare il gusto di questo periodo.

Il nuovo menù autunnale ti aspetta!

Ci sono momenti speciali.....e poi ci sono torte capaci di renderli indimenticabili.
16/09/2026

Ci sono momenti speciali.....e poi ci sono torte capaci di renderli indimenticabili.

15/09/2026

LE CUCINE ITALIANE SENZA ITALIANI

Entrate nelle cucine di molti ristoranti italiani nel 2026 e guardate bene chi sta lavorando. Troverete persone provenienti dal Bangladesh, dall’Africa, dall’Est Europa, dall’Asia e da tantissimi altri Paesi. Troverete uomini e donne che fanno lavori pesanti, spesso per salari che un lavoratore italiano difficilmente accetterebbe alle stesse condizioni.

Ma il problema non è che ci siano stranieri nelle cucine italiane. Il problema è perché quelle condizioni di lavoro siano diventate accettabili per qualcuno.

Il Bangladesh non è il problema. Il ragazzo bengalese che entra in cucina alle dieci del mattino, lavora dodici ore, lava pentole, prepara verdure, pulisce, corre durante il servizio e magari manda una parte dello stipendio alla famiglia rimasta dall’altra parte del mondo non sta “rubando il lavoro agli italiani”. Sta cercando di costruirsi una vita.

Il vero problema è un sistema che ha scoperto che, quando una persona ha bisogno disperatamente di lavorare, può essere più facile offrirle poco, chiedere molto e convincersi che sia normale.

E intanto gli italiani se ne vanno.

Se ne vanno perché una cucina non può più essere raccontata soltanto come passione, sacrificio e gavetta. La passione non paga l’affitto. La gavetta non paga le bollette. E la retorica del “devi fare la gavetta come abbiamo fatto noi” diventa ridicola quando chi la pronuncia pretende contemporaneamente disponibilità totale, orari infiniti, responsabilità enormi e stipendi insufficienti.

Per anni abbiamo raccontato ai giovani che fare il cuoco era un mestiere nobile. Poi abbiamo trasformato molti cuochi in lavoratori esausti, senza tempo per vivere, senza prospettive e spesso senza una vera crescita professionale.

E allora succede una cosa semplicissima: chi può scegliere, sceglie altro.

Il ragazzo italiano magari va a lavorare in un ufficio, in un’azienda, nella logistica, all’estero o cambia completamente settore. Non perché sia diventato pigro. Perché ha fatto due conti.

E nelle cucine entrano lavoratori stranieri.

Non perché siano inferiori e quindi disposti a farsi sottomettere. Ma perché spesso partono da una condizione economica e sociale diversa e, soprattutto, perché per alcuni di loro quel lavoro rappresenta comunque un miglioramento rispetto alle alternative disponibili.

Questa è la parte che molti preferiscono non vedere.

Una cucina piena di stranieri non è necessariamente il fallimento dell’immigrazione. Può essere il risultato del fallimento delle condizioni di lavoro italiane.

La ristorazione italiana ha bisogno di lavoratori stranieri e ne avrà probabilmente sempre di più. Ma se per tenere aperta una cucina abbiamo bisogno di persone disposte ad accettare ciò che un lavoratore italiano non accetterebbe più, allora non abbiamo risolto il problema del personale.

Lo abbiamo semplicemente spostato sulle spalle di qualcun altro.

E c’è una domanda ancora più scomoda: se domani tutti i lavoratori stranieri pretendessero esattamente gli stessi diritti, gli stessi orari, gli stessi salari e lo stesso rispetto che pretenderebbe un lavoratore italiano, quante cucine riuscirebbero davvero a funzionare?

La risposta dovrebbe far riflettere.

Perché una cucina italiana dovrebbe essere un luogo dove si impara un mestiere, si cresce professionalmente e si costruisce una dignità.

Non un posto dove qualcuno accetta tutto perché non può permettersi di dire di no.

Il problema non è chi viene da fuori. Il problema è chi ha reso normale lavorare dentro condizioni che nessun essere umano dovrebbe essere costretto ad accettare.

E finché continueremo a confondere la disponibilità allo sfruttamento con la voglia di lavorare, continueremo a svuotare le cucine di italiani e a riempirle di persone che, semplicemente, hanno meno possibilità di rifiutare.

Questa non è integrazione.
È precarietà internazionale.

13/09/2026

ANTONINO CANNAVACCIUOLO: QUANDO UNO CHEF DIVENTA UNA RESPONSABILITÀ

Antonino Cannavacciuolo è probabilmente uno degli chef più riconoscibili e amati dal pubblico italiano. Ma oggi la domanda interessante non è soltanto perché piaccia così tanto alla gente. La domanda è un’altra: che cosa significa essere Cannavacciuolo in un momento in cui la ristorazione italiana sta attraversando una delle sue trasformazioni più profonde?

Perché quando diventi un personaggio capace di parlare a milioni di persone, non sei più soltanto uno chef. Diventi anche un riferimento culturale.

Cannavacciuolo ha costruito negli anni una posizione particolare. Tre Stelle Michelin a Villa Crespi, una grande esperienza professionale, televisione, formazione, imprenditoria e una capacità rara di parlare anche a chi non frequenta l’alta cucina. Ha portato il linguaggio dello chef fuori dalla cucina professionale e dentro le case degli italiani.

Ed è proprio per questo che il tema delle risorse umane diventa inevitabile.

La ristorazione italiana non soffre soltanto per la mancanza di personale. Soffre per una trasformazione generazionale che riguarda il rapporto con il lavoro, gli orari, la formazione, la leadership, gli stipendi, la qualità della vita e soprattutto la dignità professionale di chi lavora in cucina e in sala.

Il vecchio modello del sacrificio assoluto non basta più. Per anni al giovane cuoco è stato detto:

“Devi fare la gavetta.”
Oggi quel giovane risponde:
“Va bene. Ma per quanto? E per quale futuro?”

È una domanda legittima.

Ed è qui che uno chef come Cannavacciuolo può avere un peso enorme. Non soltanto attraverso un piatto, un programma televisivo o una battuta diventata famosa, ma attraverso l’esempio concreto di come si costruisce un’impresa gastronomica capace di durare. Cannavacciuolo ha investito nella formazione attraverso Antonino Chef Academy, ha utilizzato la televisione per raccontare cucine in difficoltà con Cucine da Incubo e ha costruito un sistema professionale nel quale cucina, ospitalità, formazione e impresa convivono.

Questo è il punto più importante.

Uno chef di questa dimensione può contribuire a cambiare la percezione del mestiere: il cuoco non deve essere necessariamente l’eroe distrutto dopo quindici ore di lavoro. Può essere un professionista formato, pagato, responsabilizzato e capace di costruirsi una vita.

E la questione riguarda anche la cucina italiana come patrimonio culturale. Perché se continuiamo a perdere cuochi, camerieri, pizzaioli, pasticceri, artigiani e giovani formati, non perdiamo soltanto forza lavoro. Perdiamo memoria.
Perdiamo ricette regionali, tecniche, gesti, dialetti gastronomici, prodotti, rituali familiari e quella straordinaria biodiversità culturale che ha fatto dell’Italia un Paese unico.

La cucina italiana non è soltanto alta cucina.

È la trattoria di paese. È la nonna che impasta.
È il pescatore che conosce il pesce. È il contadino che conserva il pomodoro. È il pastificio artigianale.
È il giovane cuoco che decide di rimanere nella propria regione invece di partire per l’estero.

Difendere la cucina italiana significa quindi difendere anche le persone che la rendono possibile.
Cannavacciuolo, proprio perché è riuscito a parlare contemporaneamente agli addetti ai lavori e al grande pubblico, possiede una responsabilità che pochi altri chef hanno.

Non gli si può chiedere di risolvere da solo la crisi della ristorazione. Sarebbe ridicolo pensarlo. Il problema riguarda imprese, istituzioni, scuole alberghiere, contratti, formazione e cultura del lavoro. Ma dagli chef più influenti si può pretendere qualcosa di diverso: che mostrino concretamente quale futuro è possibile.

La vera rivoluzione non sarà
soltanto creare un piatto migliore.

Sarà riuscire a creare una cucina nella quale il talento non venga consumato, il giovane non venga sfruttato, il professionista venga rispettato e la tradizione non diventi un museo.

Cannavacciuolo ha avuto il merito di portare la cucina dentro l’immaginario popolare italiano. La sfida successiva è ancora più grande: contribuire a fare in modo che dietro quella cucina ci siano ancora persone disposte a viverla, studiarla e tramandarla.

Perché un Paese che perde i propri cuochi non perde soltanto lavoratori.

Perde un pezzo della propria identità.

Grazie Chef.

Chi più ne ha più ne mette....
11/09/2026

Chi più ne ha più ne mette....

Anche piccole dolcezze
11/09/2026

Anche piccole dolcezze

Festeggia i tuoi giorni  più importanti da noi ..rimarranno per  sempre nei tuoi ricordi.Momo' vi aspetta con aperitivi ...
11/09/2026

Festeggia i tuoi giorni più importanti da noi ..rimarranno per sempre nei tuoi ricordi.
Momo' vi aspetta con aperitivi xhe fanno la differenza...vi aspettiamo.

Vuoi provarla anche tu.....
09/09/2026

Vuoi provarla anche tu.....

15/08/2026
Festeggia con noi ....
15/07/2026

Festeggia con noi ....

Indirizzo

Via Vincenzo Verrastro 19D
Potenza
85100

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 15:00
Martedì 08:30 - 23:00
Mercoledì 08:30 - 23:00
Giovedì 08:30 - 23:00
Venerdì 08:30 - 00:00
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