Il Covo dei Zatèr

Il Covo dei Zatèr Colazioni e aperitivi, pranzo e cena.

Con la nuova gestione, il bar "Il Covo dei Zatèr" vuole offrire al turista e alla gente del posto, un luogo di ristoro e socializzazione con prodotti del territorio.

30/09/2026

CINQUE ANNI FA,

Il locale era completamente vuoto, chiuso e abbandonato da due anni. C'erano solo quattro mura spoglie e un mucchio di problemi da risolvere.

In tanti parlano di ripartire, di fondi europei, di bandi, di aiuti statali e di agevolazioni. Ecco: io tutto questo non l'ho visto. Zero contributi, zero aiuti esterni. Solo i miei risparmi, messi via con anni di fatica, e le mie mani. Ho dovuto ricostruire tutto da zero, letteralmente, facendomi carico di ogni singolo costo e di ogni singolo sforzo, senza che nessuno mi regalasse niente.

Mentre altri partivano O PARTONO con corsie preferenziali, finanziamenti a fondo perduto, io sono partito solo con la mia forza di volontà e la determinazione di chi non ha paura di spaccarsi la schiena.

Oggi sono 5 anni che questo bar cammina sulle sue gambe. Cinque anni di clienti che sono diventati famiglia, di caffè serviti con l'orgoglio di chi sa esattamente quanto costa ogni singolo mattone di questo locale.

Non ho mai chiesto sconti a nessuno e non devo dire grazie a nessun ente o bando pubblico. Devo dire grazie solo a me stesso, ai miei sacrifici e a chi mi ha scelto ogni giorno.

Chi semina con il proprio sudore, raccoglie con la massima libertà. Avanti così. 💪☕

sappiatelo....
12/09/2026

sappiatelo....

Buon lavoro a tutti ✌🏻

😁
10/09/2026

😁

06/09/2026
30/08/2026

La zattera non arrivava a Venezia con gli stessi uomini: sul Piave il viaggio cambiava mani, tratto dopo tratto.

Prima di diventare una lunga fila di tronchi sull’acqua, il legname faceva già parecchia strada. Dai boschi del Bellunese e del Cadore arrivava a Perarolo, dove veniva smistato, lavorato nelle segherie e preparato per la discesa verso la pianura veneta.

Qui entravano in scena gli zattieri. Non si trattava di uomini che accompagnavano una stessa zattera per tutto il percorso, come in una traversata senza pause. Il Piave era diviso in tratti, e compagnie diverse prendevano in carico il viaggio in punti diversi.

Tra i centri legati a questo mestiere c’era Codissago, uno dei luoghi più importanti per gli zattieri. Poi il passaggio poteva coinvolgere località come Ponte nelle Alpi, Belluno, Nervesa e Falzè, fino a Ponte di Piave. Una vera filiera sull’acqua, fatta di consegne, esperienza locale e conoscenza del fiume.

E proprio qui c’è il dettaglio che spesso si racconta nel modo sbagliato: le zattere non risalivano il Piave controcorrente. Scendevano verso valle, ma farle arrivare intere non era affatto semplice.

Gli zattieri dovevano governarle con lunghi remi e affrontare i tratti più difficili del fiume, mantenendo il controllo di una struttura enorme e poco maneggevole. Non era una gita in discesa: bastava una manovra sbagliata nei punti più rischiosi per mettere in pericolo uomini e carico.

Anche costruire la zattera richiedeva abilità. I tronchi e le varie sezioni venivano unite con legature tradizionali, comprese le “sache” di nocciolo ritorto. Il viaggio, quindi, cominciava prima ancora di toccare l’acqua: nella scelta dei materiali, nel lavoro delle segherie e nella preparazione di ogni legatura.

La destinazione finale spiegava tutta quella fatica. Il legname serviva a Venezia, ai suoi cantieri navali e all’Arsenale. Le zattere che scendevano dal Cadore e dal Montello portavano alla città una risorsa fondamentale per costruire e mantenere la sua potenza sul mare.

Per questo la storia non è quella di un equipaggio solitario che arriva fino alla laguna. È più interessante: una lunga staffetta fluviale, in cui ogni gruppo conosceva il proprio tratto e il destino di un tronco dipendeva dal lavoro di molti uomini.

Sul Piave, il legname viaggiava verso Venezia. Ma il viaggio, in realtà, apparteneva a un’intera comunità.

💁‍♂️ Quel che non sapevi, in breve
👉 Perarolo: smistamento e lavorazione del legname del Bellunese e del Cadore
👉 Le “sache”: legature di nocciolo ritorto per unire i tronchi
📚 Fonti: non disponibili

29/08/2026

A Calalzo di Cadore, nelle Dolomiti, un’acqua sorgiva veniva considerata capace di accompagnare la guarigione già più di 2.500 anni fa.

Il luogo si chiama Lagole, e quello che oggi appare come un tranquillo paesaggio di sorgenti e piccoli specchi d’acqua fu, nell’antichità, un importante santuario legato alle acque salutifere.

Qui arrivavano i Veneti antichi almeno dalla metà o dalla fine del VI secolo avanti Cristo.

Non cercavano soltanto acqua.

Le sorgenti erano associate a una divinità della salute, oggi conosciuta con il nome di Tribusiate, e attorno all’acqua si sviluppò un vero e proprio sistema di pratiche rituali.

Le persone lasciavano offerte, compivano gesti religiosi e utilizzavano l’acqua nell’ambito di rituali collegati alla guarigione.

E poi accadde qualcosa che rende Lagole straordinariamente umano.

Il terreno e le acque hanno restituito migliaia di reperti.

Monete, oggetti di bronzo, gioielli, amuleti, iscrizioni e altri materiali furono deposti nel corso dei secoli.

Tra gli oggetti più interessanti ci sono i cosiddetti simpula, piccoli utensili di bronzo utilizzati durante i rituali.

Alcuni venivano persino spezzati intenzionalmente.

È un dettaglio minuscolo, ma racconta una cosa enorme: chi compiva quel gesto non stava semplicemente utilizzando un oggetto. Lo stava consegnando al mondo sacro.

E così, sotto l'acqua e nei sedimenti, sono rimaste tracce di persone che non conosciamo per nome, ma di cui possiamo ancora intuire le speranze.

Qualcuno arrivò forse chiedendo salute.

Qualcuno lasciò un'offerta dopo una guarigione.

Qualcun altro affidò a quella sorgente una paura, una preghiera, una promessa.

Il santuario continuò a essere frequentato anche durante l'epoca romana, fino al IV secolo dopo Cristo.

Poi il culto antico scomparve, ma il luogo non smise di essere legato alla presenza dell'acqua.

Ed è proprio questo che rende Lagole così affascinante: non una leggenda inventata nel Medioevo, ma un sito archeologico nel quale gli oggetti hanno conservato la memoria concreta di una devozione durata per secoli.

Oggi possiamo guardare quelle sorgenti e vedere soltanto acqua che sgorga dalla montagna.

Ma più di duemila anni fa, qualcuno guardava la stessa acqua e vedeva qualcosa di molto diverso.

Forse è questa la parte più sorprendente dell'archeologia: non ci restituisce soltanto città, templi e imperi.

A volte ci restituisce un gesto.

Una moneta.

Un piccolo oggetto spezzato.

E la speranza di una persona che, dopo oltre duemila anni, non conosciamo più ma possiamo ancora comprendere.

L’acqua è rimasta.

Le persone sono scomparse.

La loro speranza, invece, è rimasta impressa nella terra.

L’acqua era già sacra 2.500 anni fa.
Qualcuno arrivava qui per chiedere salute.
E quelle preghiere sono rimaste sotto i nostri piedi.

In breve:
— Il santuario di Lagole, a Calalzo di Cadore, era frequentato dai Veneti antichi almeno dal VI secolo a.C.
— Le sorgenti erano associate a pratiche rituali e alla richiesta di guarigione.
— Migliaia di reperti, comprese iscrizioni, monete e oggetti votivi, documentano la lunga frequentazione del santuario fino all'età romana.

06/08/2026

Un Ferragosto speciale tra gusto e tradizione a Perarolo di Cadore! ⛰️👑

Sabato 15 agosto, vi aspettiamo in Piazza Roma per celebrare insieme la Festa della Regina Margherita!

⏰ Dalle ore 12:30:
🍝 Stand Gastronomico aperto con deliziosi piatti tipici locali!

📞 Per riservare il tuo posto contatta Cinzia al 349 8889887.

Passa il pranzo di Ferragosto in compagnia nel cuore del Cadore! 🥳

Indirizzo

Via Regina Margherita 3
Perarolo Di Cadore
32010

Telefono

+393898751521

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