18/08/2026
Siamo in ferie, riapriremo a cena del 2 settembre.
Augurandovi buone vacanze, vi regalo un mio racconto sul tonno.
Buona lettura.
«AIAMOLA…AIAMOLA »
LA MATTANZA : UNA TRAGEDIA A MARE
La cucina siciliana è ricchissima, un labirinto di profumi e ricette storiche che offre mille strade diverse a chi sta davanti ai fornelli. Ma c'è un momento dell'anno che per noi palermitani rinnova un rito: l'aria si fa densa, il cielo si tinge di giallo, e arriva quel primo scirocco pesante che annuncia il "tempo ri tunni". In quei giorni i mercati di Palermo e le vie del centro storico si riempiono di bancarelle a volte improvvisate dove, su una grande balata di marmo bagnata, troneggia, immenso e lucido, il re del Mediterraneo: il tonno. Davanti a quel gigante esposto, la mia mente di cuoco vacilla. L'indecisione mi blocca davanti alle innumerevoli strade della nostra tradizione: dovrei cucinarlo ammuttunato, con il profumo pungente dell'aglio, della mentuccia e il caciocavallo, o cedere alla dolcezza avvolgente di una cipollata in agrodolce, farlo a sfincione dove il profumo dell'origano la fa da padrone, o preparare la surra alla brace, con quei fumi così densi da non farti vedere chi hai accanto, l'odore grasso e pesante che poi ti resta addosso fino alla doccia.
Ed è proprio dentro quel fumo della brace, mentre gli occhi mi bruciano e l'odore della carne mi si appiccica come una seconda pelle, che la mia mente viaggia. Il fumo diventa nebbia del tempo, e mi ritrovo catapultato in mezzo a quel perimetro di barche disposte a quadrato, disposte come le gradinate di un teatro antico. Il grasso che cola sul fuoco, il re che sto cucinando, smette di essere un semplice pezzo di carne. Diventa il protagonista di una tragedia greca andata in scena in mezzo al mare — un dramma dove ogni rito degli uomini serve a pulire la coscienza da un massacro: la mattanza.
Ogni estate, a Siracusa, si mette in scena Eschilo o Sofocle davanti a migliaia di spettatori seduti sulla pietra bianca del teatro antico, tagliata nella roccia già nel V secolo avanti Cristo. Il mare, la sua tragedia, l'ha messa in scena molto più tardi — furono gli arabi, secoli e secoli dopo quei greci, a costruire sulle nostre coste la camera della morte, le reti a più stanze, il rito del Rais. Eppure, senza saperlo, ricrearono la stessa identica architettura: un centro, un perimetro di spettatori, un protagonista che cammina verso il proprio destino spinto dalla propria natura, non dal caso. Come se la forma della tragedia fosse scritta nella pietra dell'isola stessa, pronta a riaffiorare — prima nel teatro, poi in mare — ogni volta che qualcuno aveva bisogno di raccontare la stessa storia.
Tutto inizia nel blu profondo dell'oceano, dove il grande pesce nuota fiero, poi spinto da una forza primordiale attraversa le colonne d'Ercole e arriva nelle calde acque del Mediterraneo, culla antica della nostra civiltà e custode della vita di queste bellissime creature marine. Spinto dall'amore per sedurre la sua compagna, compie la sua danza nuziale in ampi gironi concentrici. Inclinandosi su un fianco, rivolge verso l'alto la surra d'argento, catturando i raggi del sole per rifletterli negli abissi. È la surriata, il lampo di luce accecante nato dall'amore — il suo bacio e, insieme, il suo primo errore. È un gesto che appartiene esattamente all'eroe tragico: l'atto più nobile e più vitale è anche quello che lo tradisce, che svela la sua presenza all'occhio attento dell'uomo e apre il sipario sul suo destino.
Inizia così la messinscena. Le grandi barche nere dei pescatori si dispongono verso il centro, formando le pareti galleggianti della camera della morte — il palcoscenico finale di questo rito. Il tonno, guidato dal disegno invisibile delle reti, scivola di camera in camera, convinto di nuotare libero mentre si dirige dritto dentro un perimetro senza via d'uscita. Non lo sa, ma il pubblico — se un pubblico ci fosse — lo saprebbe già: è la stessa ironia tragica che teniamo in mano ogni volta che guardiamo Edipo camminare verso Tebe.
Al centro di tutto siede il Rais, sulla sua barca leggera. È il sacerdote del rito: non partecipa alla pesca, ma impone un silenzio sacro e assoluto prima di dare il via alla mattanza. La sua voce rompe l'aria con una preghiera, una formula antica che serve a sollevare i pescatori dal rimorso e a trasformare l'uccisione in un disegno divino. A quel segnale si alza il coro dei tonnaroti. Aggrappati ai bordi delle barche, iniziano a ti**re e intonano la cialoma, quel grido ossessivo di «Aiamola... Aiamola». È una melodia ritmica che unisce lo sforzo delle braccia, ma serve soprattutto a esorcizzare la paura del sangue e a pulire la coscienza degli uomini mentre la rete sale:
Rais: Aiamola! (Aiuto, o mio Signore!)
Tonnaroti: Aiamola! (Aiuto, o mio Signore!)
Rais: E riri di l'ancina! (E ridi, ferro dell'uncino!)
Tonnaroti: Aiamola! (Aiuto, o mio Signore!)
Rais: San Pietru e San Paulu! (San Pietro e San Paolo!)
Tonnaroti: Aiamola! (Aiuto, o mio Signore!)
Rais: San Paulu e San Pietru! (San Paolo e San Pietro!)
Tonnaroti: Aiamola! (Aiuto, o mio Signore!)
Rais: E l'ancina è a mari! (E l'uncino è in mare!)
Tonnaroti: Aiamola! (Aiuto, o mio Signore!)
Rais: Sarvaturu è lu nomu! (Salvatore è il Suo nome!)
Tonnaroti: Aiamola! (Aiuto, o mio Signore!)
Come nel coro della tragedia antica, i tonnaroti non raccontano la storia dall'esterno: la vivono, e insieme la spiegano a chi ascolta. Il loro canto non chiede solo forza alle braccia — chiede perdono per un gesto che è insieme necessità e colpa, esattamente come il coro greco intercede tra l'orrore in scena e il pubblico che lo osserva, trasformando il sangue versato in un ordine che si può sopportare.
L'acqua bolle di schiuma e colpi di coda disperati, e il blu del mare si tinge di rosso cupo e denso. Ma proprio in quel momento estremo accade il miracolo finale della specie: le femmine rilasciano milioni di uova, i maschi il proprio seme. Nell'istante in cui la morte li stringe, i loro corpi liberano la vita, affidandola alle correnti perché il ciclo eterno del mare continui a ripetersi nel tempo. È questa la catarsi del rito: la morte non chiude il cerchio, lo rinnova. Il coro tace, la rete si svuota, e il mare torna blu.
Poi la tempesta si placa, e il fumo della mia brace a Palermo comincia a diradarsi. Mi ritrovo qui, tra i miei coltelli e i miei dubbi di cuoco, a guardare la carne nuda del re del mare. Altri pesci, anche da morti, mantengono corazze invisibili di lische taglienti per combattere un'ultima battaglia nel piatto. Il tonno no. Depone ogni difesa e si offre alle mie mani con un'assoluta e limpida generosità.
Ed è qui che il sipario, aperto in mare dalla surriata, si chiude in cucina. Se il tonno ha recitato la sua parte fino in fondo, tocca a me chiudere lo spettacolo con lo stesso rispetto — che sia l'aglio e la mentuccia dell'ammutunato a raccogliere la sua carne rossa, o il fuoco vivo della brace a bruciare la surra fino a farla diventare quel fumo che, ogni anno, mi riporta in mezzo al mare. Onorare il tonno non è solo cucinarlo bene. È continuare a raccontare, piatto dopo piatto, la tragedia che lui ha già vissuto per noi.
Vito