24/08/2026
Se cercate perché la schiscetta si chiama schiscetta, trovate dappertutto la stessa risposta: perché il cibo ci si schiaccia dentro.
Il Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini, 1839, alla voce schiscètta dice un'altra cosa: «specie di cappelluccia a nicchio, lustrante e stiacciata, che altre volte si usava portare sempre sotto al braccio».
Un cappello. E nel 1897 Angiolini la registra ancora come cappello: il gibus pieghevole, quello con la molla, che si schiaccia con una mano prima di entrare a teatro. Roba da signori.
La schiscetta degli operai, quella di alluminio, arriva molto dopo: nel 1952 Renato Caimi brevetta in Brianza un portavivande a chiusura ermetica e lo chiama la 2000. Oggi sta al Museo del Design della Triennale. La famiglia racconta che l'idea sia nata da una frenata di tram, con una gavetta rovesciata sul cappello del signore seduto sotto.
Fra l'ultimo dizionario che dice cappello e il primo che dice portapranzo passano settantacinque anni che nessuno sa raccontare.
Schiacciato era l'oggetto, non il pranzo.
E c'è una cosa che ci riguarda da vicino. Prima della schiscetta, l'operaio milanese che non poteva tornare a casa mangiava alle Cucine Economiche di viale Montegrappa 8, aperte nel 1883, a due passi da qui. Questa strada faceva già allora il mestiere che fa adesso.
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In casa vostra come la chiamavano, e chi la portava?