08/03/2026
“Un uomo solo” è un libro che ci ha messo moltissimo a raggiungermi. Arriva da un altro tempo, da un'altra vita e l'ho sempre guardato con un certo sospetto, lì sullo scaffale, come se sapessi che aveva qualcosa da dirmi ma io non lo volessi sentire.
George è un uomo solo, mai titolo potrebbe essere più azzeccato. È inglese ma vive negli Stati Uniti ed ha raggiunto la mezza età. Ha perso il suo compagno, Jim, la persona con cui faceva progetti e divideva la vita. Insegna all'università. Ha un'amica, Charlotte, che è molto restio a frequentare. Ha dei vicini cortesi ma bigotti, con dei figli orrendi. Gira per locali, a volte si ubriaca male.
Non sappiamo molto più di questo di lui e non verremo a sapere molto di più in quest'unica giornata in cui lo seguiremo. La nostra curiosità, anche quella morbosa da pornografia della sofferenza, non sarà soddisfatta: sappiamo che ha perso Jim ma di quel dolore non vedremo alcuna manifestazione. E noi forse un po’ vorremmo vederlo perché lo avvertiamo muoversi sotto la superficie, ma George lo chiuderà tutto in poche parole, asciutte, misurate.
Con Charlotte, che è affettuosa ma è anche un vero accollo, percepiamo tutta l’insofferenza di George ma sappiamo che non sbroccherà.
Flirterà con uno studente ma l’incontro non avrà la piega che, forse, noi ci aspettavamo.
Le persone sono un mistero, un gioco di chiavi e serrature. Ho amato moltissimo l’incipit in cui George si prepara ad affrontare il mondo: imposta la voce, indossa la maschera del George che tutti conoscono, veste i panni di quello strano personaggio che ha costruito. Perché il vero George è inconoscibile. Si palesa, a volte, nella solitudine di un’auto o di una casa, nell’ebbrezza di una serata con una persona che forse potrebbe capire. Capire che, poi? Forse solo che la persona che abita la realtà non è il vero George ma la sua crisalide, la sua corazza rispettabile. Che la tanto decantata esperienza non serve a niente, non aiuta. Che si è davvero soli, alla fine, e che si vive lo stesso.