11/08/2026
C'è qualcosa di profondamente sbagliato e ingiusto in un sistema che predica sostenibilità dai palazzi di Bruxelles e poi, quando arriva il momento di scegliere da che parte stare, continua a lasciare aperta la porta alla chimica.
Nei centri decisionali si predica bene ma si razzola male, leggi malissimo.
Il glifosato resterà autorizzato nell'Unione Europea fino al 2033.
Sette anni ancora!
Sette anni nei quali continueremo a discutere di biodiversità, salute del suolo, tutela dell'ambiente e agricoltura sostenibile mentre uno degli erbicidi più tossici e dannosi del nostro tempo continuerà a essere (ex lege) utilizzato nei vigneti e nei campi europei.
E qui, per chi è dotato di un minimo di intelligenza e spirito critico, la domanda sorge spontanea: perchè le istituzioni europee da una parte propongono degli incentivi per chi lavora senza l'ausilio della chimica e dall'altra prorogano l'utilizzo del glifosato fino al 2033?
Eppure un'altra agricoltura esiste, è piccola marginale ma esiste, perché quando c'è da prendere decisioni importanti e decisive si fa sempre finta di non vedere? Perché ci si gira sempre dall'altra parte?
Il piccolo viticoltore che decide di non utilizzare il glifosate deve entrare nel vigneto e togliere l'erba con le proprie mani e quando l'erba ricresce, deve ricominciare daccapo.
Ogni anno!
Questa è la grande ipocrisia della sostenibilità raccontata soltanto a parole: tutti la vogliono, purché sia qualcun altro a pagarne il prezzo.
Il piccolo produttore lo paga con la propria fatica.
Il consumatore spesso non sa nemmeno che quella bottiglia è costata ore di lavoro manuale in più.
Il mercato continua a chiedere prezzi sempre più bassi e nel frattempo il glifosato continua a essere autorizzato.
Si pensi che l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro lo ha classificato come “probabilmente cancerogeno per l'uomo”, basterebbe questo ad imporre domande politiche prima ancora che commerciali:
quando esiste un dubbio così importante, perché la scelta deve essere quella di continuare a utilizzarlo?
Perché non applicare con maggiore coraggio il principio di precauzione?
Perché non investire seriamente nella ricerca e nelle alternative?
Perché non sostenere economicamente chi ha già scelto di farne a meno?
Forse perchè l'agricoltura non è più agricoltura ma industria, business, lobby, potere economico?
Le istituzioni europee vogliono un'agricoltura sostenibile?
Bene.
Allora inizino a dare incentivi veri a chi la pratica.
Incentivi veri però, non come lo specchietto delle allodole del biologico.
Vogliono proteggere il suolo?
Allora riconoscano economicamente chi rinuncia ai diserbanti e sceglie pratiche più rispettose.
Vogliono difendere la biodiversità?
Allora rendano conveniente conservarla.
Vogliono salvaguardare i piccoli produttori?
Allora smettano di mettere sullo stesso piano economico prodotti ottenuti attraverso sistemi produttivi completamente diversi.
Perché un vino prodotto senza glifosato è certamente il risultato di una scelta agricola più coraggiosa, più impegnativa.
E questa scelta ha un valore.
Un valore ambientale.
Un valore culturale.
Un valore umano.
Un valore economico.
Dietro quel vino ci sono ore di lavoro che non finiscono nel laboratorio di analisi e che non possono essere spiegate attraverso una semplice certificazione.
E c'è un'altra scelta: quella di non percorrere la strada più facile.
Quella scelta meriterebbe rispetto.
Perché continuiamo a pretendere che il piccolo produttore protegga il territorio, mantenga vive le campagne, conservi i paesaggi agricoli, difenda la biodiversità e rinunci alla chimica, ma poi pretendiamo di comprare il suo vino come se tutto questo non costasse nulla.
È una follia.
La sostenibilità non può essere soltanto uno slogan stampato sui documenti europei.
Non può essere una parola da usare nei convegni.
Non può essere una fotografia di un vigneto verde pubblicata sui social.
La sostenibilità costa.
E se la società vuole davvero un'agricoltura diversa, quel costo deve essere condiviso.
Altrimenti vincerà sempre la soluzione più economica.
E mi sembra che la storia ci abbia già insegnato che la soluzione più economica non corrisponde mai con la scelta più giusta.
Luca Gungui