Casa Diocesana di Lucca

Casa Diocesana di Lucca Pagina ufficiale della Comunità de "IL LIEVITO". Casa Diocesana mons. E.

Bartoletti di Arliano Lucca, per l'accoglienza e la ricreazione delle persone e per ogni occasione.

19/06/2026

Buongiorno
Venerdì 19 Giugno 2026
S. Romualdo; Ss. Gervasio e Protasio
11.a del T. O.
2Re11,1-4.9-18.20; Sal 131; Mt6,19-23
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«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».
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Dove è il tuo tesoro?

Il Vangelo di oggi è una parola che mette a n**o il cuore. Gesù non condanna le cose della terra, ma ci chiede una domanda decisiva: che posto occupano nel tuo cuore?

Ci sono ricchezze che vengono dalla terra e ricchezze che vengono dal cielo. Le prime sono fragili: il denaro può finire, la salute può venir meno, il successo può svanire, gli applausi possono trasformarsi in silenzio. Tutto ciò che nasce dalla terra porta in sé il segno della precarietà. Tarma e ruggine, dice Gesù, consumano ogni cosa.

Esiste però una ricchezza che nessuno può rubare: il nostro rapporto con Dio. Questa è la vera eredità del cristiano. Una preghiera vissuta con sincerità, una fede custodita nelle prove, una ca**tà donata nel nascondimento, un cuore che si abbandona al Padre: sono tesori che attraversano il tempo e arrivano nell’eternità.

Per questo Gesù aggiunge: «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore». Non è il cuore a scegliere sempre il tesoro; spesso è il tesoro che trascina il cuore. Pensiamo continuamente a ciò che amiamo davvero. Se il nostro interesse principale è il denaro, il prestigio, il possesso, il cuore rimarrà prigioniero della terra. Se invece Dio diventa il nostro tesoro, il cuore comincerà a vivere già delle realtà del cielo.

Ecco allora il significato dell’occhio luminoso. L’occhio è lo sguardo con cui leggiamo la vita. Quando il cuore è orientato a Dio, lo sguardo diventa semplice, limpido, luminoso. Si riesce a vedere il bene, a riconoscere la presenza del Signore, a vivere con gratitudine e fiducia. Ma quando il cuore è schiavo delle cose, lo sguardo si oscura: cresce l’invidia, il confronto, l’insoddisfazione, la paura di perdere ciò che si possiede.

La provocazione del Vangelo è forte: non basta credere in Dio, bisogna verificare dove abita il nostro cuore. Dove corrono i nostri pensieri appena ci svegliamo? Cosa ci preoccupa maggiormente? Cosa ci rende veramente felici o tristi? Le risposte a queste domande rivelano il nostro tesoro.

Chi fa di Dio il proprio tesoro non diventa più povero: diventa immensamente più ricco. Perché possiede una luce che nessuna tenebra può spegnere e una ricchezza che nessuna morte può portare via.

Dov’è il tuo cuore? Lì troverai il tuo tesoro.

18/06/2026

Buongiorno
Giovedì 18 Giugno
S. Gregorio Barbarigo; S. Calogero; S. Leonzio
11.a del T. O.
Sir 48,1-14; Sal 96; Mt 6,7-15
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di ve**re ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
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Gesù oggi ci sorprende: non insegna una formula magica per ottenere ciò che vogliamo, ma ci rivela un volto, quello del Padre.

Il centro della preghiera cristiana non è ciò che diciamo, ma la relazione che viviamo. Se il rapporto con il Padre si indebolisce, anche la preghiera si svuota e diventa un insieme di parole, riti e richieste. Per questo Gesù dice di non sprecare parole: Dio non si conquista con la quantità delle preghiere, perché conosce già ciò di cui abbiamo bisogno.

Il Padre Nostro è anzitutto una scuola di figli. Chi entra veramente in questa preghiera impara a guardare il mondo con gli occhi del Padre, a desiderare la sua volontà più dei propri progetti, a fidarsi di Lui per il pane quotidiano e a vivere nella logica del perdono.

Ed è qui che il Vangelo diventa provocatorio. Gesù lega il perdono di Dio al nostro perdono verso gli altri. Come se dicesse: “Non puoi chiamare Dio Padre se rifiuti di comportarti da fratello”. La misura della nostra preghiera non è il tempo che passiamo in chiesa, ma la misericordia che portiamo nella vita.

Possiamo recitare mille Padre Nostro al giorno, ma se conserviamo rancore, chiudiamo il cuore e ci rifiutiamo di perdonare, stiamo smentendo con la vita le parole che pronunciamo con le labbra.

Chi prega veramente diventa sempre più simile al Padre. E il Padre è misericordia. Per questo il vertice della preghiera non è l’estasi, ma il perdono; non è parlare con Dio, ma amare come Dio ama.

17/06/2026

Abbiamo una nuova famiglia di animali a casa....😃

16/06/2026

Buongiorno
Martedì 16 Giugno
Ss. Quirico e Giulitta; S. Aureliano; B. Maria Teresa Scherer
11.a del T. O.
1Re 21,17-29; Sal 50; Mt 5,43-48
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
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Qualcosa di straordinario, di fuori dall’ordinario, qualcosa che nessuno si aspetta, diverso dalla logica del mondo, dal consueto, dall’abitudinario, questo siamo chiamati a fare, questo diventiamo capaci di fare se prendiamo sul serio le beatitudini.

In un mondo gravido di violenza, aggressivo, indifferente, in cui vince il più forte, chi grida più forte, chi alza i toni, il discepolo è chiamato a fare qualcosa di straordinario, di inatteso.

Salutare chi ci saluta, prestare i soldi sapendo bene che li riavremo, frequentare solo persone che la pensano come noi è una cosa buona, giusta, ma che fanno tutti. Non c’è bisogno di credere per frequentare i simpatici e voler bene a chi ci considera simpatici!

Per essere figli del Padre che fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti siamo chiamati a pregare per chi ci perseguita (cercando di non farci massacrare…) e amare, cioè desiderare il bene, la conversione, chi ci odia.

Da queste parole così impegnative, come sono impegnative le beatitudini, proviamo a trovare forza e motivazione per cambiare la logica del mondo.

Io non ho nemici, sinceramente, al massimo qualche persona cui sto antipatico (ricambiata) però posso pregare per lei. E sì, qualcuno che mi ha fatto del male esiste, allora spero che possa cambiare, ma niente di più.

Partire per primo nella quotidianità con pensieri positivi, pacificati, pacificanti, evitare di criticare inutilmente o di vedere il bicchiere mezzo vuoto, usare un linguaggio sereno, appropriato sui social, evitare di spargere malignità, salutare chi incontro per strada, tutte piccole cose che concretamente posso fare in questa giornata.

Non so come fermare le grandi guerre, ma so che queste sono solo la somma delle piccole discussioni infinite (e spesso inutili) che facciamo ogni giorno.

Costruiamo un metro quadrato di pace, di pensieri luminosi, di voglia di amare, di capire, intorno a noi. Facciamo come fa il Padre che è perfetto nella misericordia e nella compassione.

15/06/2026

Buongiorno
Lunedì 15 Giugno
S. Vito; S. Amos pr.; B. Luigi M. Palazzolo
11.a del T.O.
1Re 21,1b-16; Sal 5; Mt 5,38-42
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pòrgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».
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La «legge del taglione», occhio per occhio, dente per dente, era ed è ancora una norma basilare di giustizia che stabilisce una equa proporzione tra l’entità dell’offesa e la risposta di chi la subisce. Una norma di giustizia che esclude però ogni principio di perdono e di amore fraterno, Cristo, che è venuto non ad abolire, ma a dare compimento, scandisce il principio nuovo che sgorga dalla sua persona e dal suo annuncio di misericordia. «Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra». È un corollario alla legge dell’amore, una logica conseguenza derivante dal fatto che Dio ci ha amati per primo e Cristo è venuto tra noi non per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi. La gratuità dell’amore divino, riversato su di noi mentre eravamo suoi nemici a causa del peccato, deve indurci a non opporci al malvagio che trama contro di noi e ad essere disposti anche a porgere l’altra guancia quando qualcuno ci percuote. Se non avessimo l’esempio luminoso di Cristo che nella sua passione subisce come un agnello docile e mansueto le torture di ogni genere che gli vengono inflitte e che risponde con il perdono alla crudele crocifissione, potremmo pensare ad una esagerazione e ritenere impraticabile la sua proposta. Invece egli ci dice: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi». È quel «come» che ci mette in crisi; dobbiamo amare e perdonare come ha fatto Gesù con noi. Fortunati noi che abbiamo la certezza nella fede non solo di dover amore a Dio e al prossimo, ma di essere noi amati da lui: «Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi» e poi aggiunge «Rimanete nel mio amore». Ecco dunque la felice realtà che rende possibile quella apparente arrendevolezza, che diventa il motivo della nostra vittoria. È nata così la teologia della non violenza, che ha affascinato i grandi personaggi della storia e ha formato la schiera dei santi. L’unica violenza che è consentita a noi cristiani è quella dell’amore portata fino all’eroismo. Dobbiamo però fare i conti con la nostra povertà, dobbiamo per questo talvolta subire l’ingiustizia degli uomini perché trionfi quella di Dio. Non siamo ancora riusciti a far nascere nel nostro mondo la civiltà dell’amore e le vittime della violenza scatenano ancora dentro di noi le peggiori reazioni. Dobbiamo volgere ancora lo sguardo a Colui che hanno trafitto e allora le trafitture che la vita ci riserva potranno diventare i segni visibili della nostra vittoria.

14/06/2026

Buongiorno e buona Domenica 14 Giugno 2026
11.a del Tempo Ordinario (anno A)
S. Eliseo profeta; Ss. Valerio e Rufìno; S. Metodio
Es 19,2-6a; Sal 99; Rm 5,6-11; Mt 9,36 – 10,8
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In quel tempo, Gesù, vedendo le f***e, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!”.
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
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Gesù, vedendo le f***e ne sentì compassione. Tutto ciò che segue è generato dalla compassione per il molto dolore. Perché quando afferma: “la messe è molta” non si riferisce al numero delle persone, allo sterminato accampamento degli uomini dove ha piantato la sua tenda, ma vede germinare nel mondo un raccolto di dolore, una messe di stanchezze e di paure. Gesù chiama i Dodici e affida loro un compito che descrive con sei verbi: predicate, è il primo, e poi guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate. C'è il lavoro della predicazione, ma legato al ministero della pietà, in un rapporto sbilanciato di uno a cinque.

E ci saremmo aspettati un'altra risposta al dolore, un soccorso più immediato, più efficiente: “Perché il Signore non ci soccorre con la sua onnipotenza? Perché soccorre la fragilità dell'uomo attraverso l'impotenza di altri uomini?”. Ed è lo stile di Dio che tante volte abbiamo accusato di omissione di soccorso. Dio interviene per i suoi figli ma attraverso i suoi figli.

“Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe”. E noi che interpretiamo queste parole come un invito a pregare per le vocazioni sacerdotali, scopriamo invece, che l'operaio nella messe sono io: Manda me, Signore, con mani che sappiano sorreggere e accarezzare, fasciare il cuore e trasmettere forza. Sarà questo il mio modo di dire come Dio è vicino.

E vedo farsi strada la sua inguaribile speranza, la sua fiducia invincibile nell'uomo, lo sguardo positivo del Creatore sopra il mio pessimismo. Noi diciamo: “La Chiesa è una azienda in perdita, la messe è poca o scadente, le chiese si svuotano”. Lui, invece, vede altro. Vede molto grano che matura, vede che il seme è buono, come il terreno, come la stagione, vede la storia che ascende positiva verso un'estate ricca di frutti.

Dio guarda e il suo sguardo vede che ogni cuore è una zolla di terra adatta a dare vita adesso ai suoi semi divini, li vede crescere come il grano che matura dolcemente e tenacemente nel sole. La compassione spezza lo schema buoni/cattivi (“il Padre guida il sole sui campi dei cattivi e dei buoni”).

All'occhio che vede il peccato è chiesto di vedere il dolore. La compassione conduce oltre gli steccati dell'etica, così come l'intercessione, che è sempre per tutti.

La preghiera, la compassione e la ca**tà non distinguono tra chi è meritevole e chi non lo è. E se questa ci sembra una distinzione religiosa, ebbene non è così; essa è figlia di un cuore ancora fariseo, non del cuore di Dio.

Il Vangelo si chiude con una espressione importante: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. E sarai beato perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere. La tua vita salpa quando sei generoso di te, a immagine di Dio. Perché l'amore è più vero dei suoi frutti, la pietà, più necessaria dei suoi stessi risultati.

13/06/2026

Buongiorno
Sabato 13 giugno
Cuore Immacolato di Maria (m)
S. Antonio di Padova (m); S. Cetéo o Pellegrino Is 61,9-11; Cant. 1Sam 2,1.4-8; Lc 2,41-51
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I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.
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Cosa c’è nel cuore di una madre? Chi potrebbe davvero rispondere a una domanda simile? Il cuore di una madre è un oceano sterminato di cose che non possono essere racchiuse in nessuna formula. Eppure la festa di oggi del Cuore Immacolato di Maria, ci fa sbirciare in esso.

Essere piccoli non significa regredire a forme di infantilismo, e tanto meno a infantilismo spirituale. Troppo Ci aiuta un passo del Vangelo di Luca che narra una vicenda drammatica ma a lieto fino che coinvolge Gesù dodicenne insieme a Maria e Giuseppe.

Gesù al culmine di una festa si trattiene a Gerusalemme senza dire niente a nessuno e solo dopo una giornata di viaggio Maria e Giuseppe si accorgono della sua assenza. Lo cercano per tre giorni senza trovarlo ma alla fine lo ritrovano nel tempio a parlare con i gli anziani e i maestri: “Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro”.

Non sempre l’amore comprende tutto ciò che accade, ma il vero amore, l’amore di una madre ci cerca ostinatamente finchè non ci trova, e lì dove non comprende sa portarsi tutto dentro, sa custodire gli eventi e le incomprensioni facendo prevalere sempre l’amore su tutto il resto: “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”.

Non è sbagliato pensare che tra le cose che Maria custodisce nel suo cuore ci siamo anche noi perché Ella ci è Madre per volontà di Gesù stesso. È bello sapere che siamo al sicuro nel cuore di qualcuno e che questo Cuore è davvero un rifugio immacolato, senza nessun male, anzi in difesa proprio di esso. Tante volte quel Cuore ci difende persino da noi stessi. Quel Cuore è la via più sicura che ci riporta a casa, che ci riporta a Gesù.

12/06/2026

Buongiorno
Venerdì 12 Giugno
S. Onofrio; S. Gaspare Bertoni; B. Maria Candida dell’E.
SACRO CUORE DI GESU’ (anno A) (s)
Dt 7,6-11; Sal 102; 1Gv 4,7-16; Mt 11,25-30
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In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
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Doveva proprio essere stanco della cupa predicazione dei sacerdoti e dei frati nel XVII secolo in Francia se il Signore Gesù scelse di apparire a Paray-le-Monial a una suora visitandina, Marguerite Marie Alacoque, per chiederle di diffondere la devozione al Sacro Cuore, che oggi celebriamo. Basta paura e inferno, basta insistere sulla visione di un Dio arcigno e scontroso sempre pronto a bastonare!

E così, da allora, la devozione al Sacro Cuore si è diffusa, felicemente!, fra il popolo, soprattutto quello semplice e piccolo, oggetto della tenerezza del Padre di cui oggi parla il Vangelo. Perché al centro dell’annuncio del Vangelo c’è il volto di un Dio felice che mi vuole felice, che non ce l’ha con me, che ama senza condizione, che mi chiede di accogliere questo amore e di lasciarmene riempire, perché tracimi e raggiunge altre persone, attraverso di me.

Cuore che, come ricordatoci dalla splendida ultima enciclica di Papa Francesco, Dilexit nos, è la sede della persona, degli affetti, delle relazioni. Ecco: Dio comunica con noi se stesso, come un amico, come un amante, come un padre, come un figlio. Non è un Dio lontano e inaccessibile, ma vicino e conosciuto perché Gesù, Figlio di Dio, rivelatore del Padre, ce lo ha raccontato, ce lo ha mostrato.

E fino a quando il nostro percorso di fede, la nostra ricerca di Dio non giunge a scoprire, in noi stessi, la felice intuizione, la consapevolezza, l’emozione dello scoprirci amati, dobbiamo insistere, meditare, pregare, attendere. Perché ognuno di noi diventi capace di Dio, chiamato a far parte di un gigantesco progetto di luce e di amore che tutti coinvolge, chiamati come siamo ad amare.

Che bello, oggi, poterci ancora dire che, nonostante tutte le fatiche, i secoli, gli errori, la Chiesa è qui per insegnarci a lasciarci amare e ad amare. Come suggerisce san Henry Newman, sia il nostro cammino un cor a cor loquitur, un dialogo cuore a cuore con Cristo. Perché il mondo bruci di passione.

11/06/2026

Buongiorno
Giovedì 11 Giugno
S. BARNABA AP. (m); S. Paola Frassinetti; B. Maria Schininà
10.a del T. O.
At 11,21b-26; 13,1-3; Sal 97; Mt 10,7-13
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi”.
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«Predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino» (Mt 10,7). È lo stesso annuncio con cui Gesù ha iniziato la sua predicazione: il regno di Dio, cioè la sua signoria d’amore, si è fatto vicino, viene in mezzo a noi. E questa non è una notizia tra le altre, ma la realtà fondamentale della vita: la vicinanza di Dio, la vicinanza di Gesù. Infatti, se il Dio dei cieli è vicino, noi non siamo soli in terra e anche nelle difficoltà non perdiamo la fiducia. Ecco la prima cosa da dire alla gente: Dio non è distante, ma è Padre. Dio non è distante, è Padre, ti conosce e ti ama; vuole tenerti per mano, anche quando vai per sentieri ripidi e accidentati, anche quando cadi e fai fatica a rialzarti e riprendere il cammino; Lui, il Signore, è lì, con te. Annunciare che Dio è vicino. Ma come farlo? Nel Vangelo Gesù raccomanda di non dire tante parole, ma di compiere tanti gesti di amore e di speranza nel nome del Signore; non dire tante parole, ma compiere gesti: «Guarite gli infermi – dice – risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Ecco il cuore dell’annuncio: la testimonianza gratuita, il servizio.

10/06/2026

Buongiorno
Mercoledì 10 Giugno
S. Censurio; S. Landerico; B. Enrico da Bolzano
10.a del T. O.
1Re 18,20-39; Sal 15; Mt 5,17-19
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
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Questa dichiarazione di Gesù è cruciale per comprendere il Vangelo. Alcuni potrebbero pensare che Gesù abolisca l’Antico Testamento, che con lui cominci una nuova religione senza radici.

Ma Gesù afferma il contrario: non viene ad abolire, ma a portare a compimento. La Legge mosaica era un pedagogo, una guida per condurre Israele verso il Messia. Ogni precetto trovava il suo senso pieno in Cristo. Non si tratta di abolire i Dieci Comandamenti, ma di comprenderne lo spirito profondo. Quando Gesù dice “Non uccidere”, il compimento è non odiare; quando dice “Non commettere adulterio”, il compimento è custodire il cuore con purezza.

L’affermazione “finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota della Legge” manifesta l’importanza che Gesù attribuisce alla parola di Dio. Non è un rifiuto della tradizione ebraica, ma il suo adempimento radicale. Chi prende con leggerezza i “minimi comandamenti” non comprende la serietà della volontà divina. Al contrario, chi osserva e insegna sarà grande nel regno di Dio. Questo non è legalismo, è amore della verità divina.

Indirizzo

Via Della Chiesa I 427/m
Lucca
55100

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