Casa Diocesana di Lucca

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Casa Diocesana di Lucca Pagina ufficiale della Comunità de "IL LIEVITO". Casa Diocesana mons. E.

Bartoletti di Arliano Lucca, per l'accoglienza e la ricreazione delle persone e per ogni occasione.

11/10/2026

Buongiorno
Domenica 11 Ottobre
S. Alessandro Sauli; S. Santino; S. Giovanni XXIII
28.a del T. O. (A)
Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14
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[In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole (ai capi dei sacerdoti e ai farisei) e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano ve**re. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.]
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
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C'è, nella città, una grande festa di nozze: si sposa il figlio del re, l'erede al trono. Eppure nessuno sembra interessato. È la storia di Gesù e del suo rapporto difficile con Gerusalemme, la città amata che uccide i profeti.

Succede che gli invitati, presi dai loro affari, dalle liturgie laiche e feroci del guadagno, non hanno tempo da perdere per le persone, per gli incontri, per la gioia e gli affetti. L'idolo della quantità ha chiesto in sacrificio la qualità della vita. Dice il Vangelo: non se ne curarono. Dio non è interessante, non è attraente.

La parabola avanza e racconta cose molto dure: Presero i servi e li uccisero. A questo segue la reazione violenta del re: si passa da una festa ad una strage dentro una città in fiamme. Dalle danze nuziali a un invitato legato mani e piedi e buttato fuori.

Allora disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Se cuori e case e villaggi si chiudono, il Signore apre incontri altrove, e invia di nuovo i suoi servi.

L'ordine del re è illogico: Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. È bello questo re che, quando è rifiutato, anziché abbassare le attese, le innalza: Chiamate tutti!

Lui allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi della fila: Fateli entrare tutti, addirittura prima i cattivi e poi i buoni. Scandalo per il fariseo che è in me.

La sala si riempie di esclusi. Aveva detto infatti: Cercate ai crocicchi delle strade, là dove ha fine la vita: cercate quelli arrivati al termine della strada, che non ce la fanno più, i lasciati soli.

E il re entrò nella sala. Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi. Qui seduto alla mia destra, nei giorni delle danze e in quelli delle lacrime.

Aveva mandato a cercare gli straccioni, i senza tetto, i male in arnese e si meraviglia che uno non abbia l'abito nuziale? L'abito di cui parla il re non è il simbolo di una vita immacolata, infatti la sala è piena di brave persone e di cattivi soggetti mescolati insieme. Quell'abito di festa è la metafora della fede. L'invitato si è sbagliato su Dio, lo pensava un Dio incolore, incapace di far festa. «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia, sulla vita e sulla morte, sull'uomo e il suo destino» (D. M. Turoldo). L'invitato senza abito da festa è un uomo triste: non ha capito che credere è una festa, è acquisire bellezza del vivere, che è una scala di luce posata sul cuore e lungo la quale scende un Dio esperto di gioia che porta in dono giorni amorosi e contagiosi.

Un Dio cui piace sconfinare, pascolare nella terra dell'uomo, e non nel solito paradiso. Un Dio che gode nello stare insieme agli uomini.

Padre della gioia.

09/10/2026

Buongiorno
Venerdì 9 Ottobre
Ss. Dionigi e c. (mf); S. Giovanni Leonardi (mf); S. Abramo
27.a del T. O.
Gal 3,7-14; Sal 110; Lc 11,15-26
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In quel tempo, [dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio,] alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde. Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».
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Essere succubi del male non è difficile: a volte basta allontanarsi da Dio, abbassare la guardia, lasciarsi abitare da pensieri che ci allontanano dall’amore. Il male non sempre si presenta in modo evidente; spesso entra nelle piccole crepe della nostra vita, nei giudizi, nei rancori, nelle chiusure, nelle divisioni che lasciamo crescere dentro di noi e nelle relazioni con gli altri.

Gesù oggi ci rivela una verità: il male divide, Dio libera. Il Maligno è colui che divide: divide noi stessi, mettendoci in conflitto con ciò che siamo; divide noi dagli altri, seminando sospetto, invidia e ostilità; divide noi da Dio, facendoci credere che possiamo vivere senza il suo amore. La sua arte è separarci, spezzare i legami, renderci prigionieri di ciò che ci impedisce di amare.

Ma quando incontriamo davvero Gesù, il più forte, il male perde potere. Il Risorto entra nelle nostre schiavitù e ci restituisce la libertà. La sua azione liberatrice non è un racconto del passato: è una realtà che continua a operare nella vita di chi si affida a Lui.

Attenzione, però: nella fede non si vive di rendita! Non basta aver incontrato Dio ieri, aver fatto un’esperienza forte, aver ricevuto una grazia o aver intrapreso un cammino spirituale. La fede va custodita ogni giorno. Bisogna stare sempre in guardia, perché la tentazione di staccarci dall’amore di Dio è sempre in agguato. A volte basta un pensiero accolto senza discernimento, una parola che ferisce, un risentimento coltivato in silenzio, per cominciare ad allontanarci dalla sorgente della nostra libertà.

Gesù ci mette in guardia proprio da questo: non basta liberare la casa dal male, bisogna anche riempirla della presenza di Dio. Una vita apparentemente in ordine, ma vuota di preghiera, di Parola, di amore e di vigilanza, rimane esposta al ritorno di ciò da cui era stata liberata. Non basta allontanare il male: occorre scegliere ogni giorno il bene e lasciare che Dio abiti in noi.

E allora chiediamoci con sincerità: che rapporto ho io con il male? Quanto spazio gli concedo? Quali divisioni sto alimentando dentro di me, con gli altri e con Dio? Mi lascio raggiungere ogni giorno dalla potenza liberatrice del Risorto oppure penso di poter vivere della fede di ieri?

C’è una conseguenza bellissima: chi si lascia liberare da Gesù diventa a sua volta strumento di liberazione. Non alimenta divisioni, non imprigiona gli altri nei loro errori, non semina sospetti, ma costruisce comunione, ricuce relazioni, restituisce speranza e apre strade di riconciliazione.

L’amore ci libera. Tutto ciò che ci separa dall’amore rischia di renderci schiavi. Chi rimane in Cristo, il più forte, non è una persona che non conosce la tentazione, ma una persona che sa dove tornare, a chi affidarsi e da quale sorgente attingere la forza per ricominciare.

Non viviamo di rendita nella fede: rimaniamo vigili, rimaniamo nell’amore, rimaniamo in Dio. Perché dove l’amore unisce, il male perde terreno.

08/10/2026

Buongiorno
Giovedì 8 Ottobre
S. Pelagia; S. Felice di Como; S. Reparata
27.a del T. O.
Gal 3,1-5; Cant. Lc 1,68-75; Lc 11,5-13
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In quel tempo, Gesù disse ai discepoli: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
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Dopo aver presentato la preghiera al Padre come modello di preghiera, Luca ci offre alcuni insegnamenti relativi all’atteggiamento interiore e alle convinzioni che devono animare chi si rivolge a Dio. Due immagini – quella dell’amico importunato e quella del padre che dà al figlio – fanno da cornice ad alcuni detti di Gesù sulla preghiera; Luca si rivela così l’evangelista che più ha a cuore la preghiera, di lode e di ringraziamento prima di tutto, come mostrano le pagine del suo vangelo e degli Atti degli Apostoli, ma anche di invocazione e richiesta come illustra questo brano. l termini-chiave di questo testo spingono la riflessione in questo senso; si tratta di un “chiedere”, di un “dare”, rispetto a qualcosa di essenziale – il “pane” – di cui si è nel bisogno nel momento della richiesta, perché ci si trova in una circostanza imprevista (un ospite inatteso che arriva di notte) o perché si è come bambini, incapaci di procurarsi il necessario con le proprie forze. Ci deve essere in chi si rivolge a Dio nella preghiera un tratto di fiducia, come quella che si ripone nell’amico o nel padre, ai quali si rivolgono le richieste del necessario; ci deve essere la convinzione di fede che il Dio rivelato da Gesù è disponibile ad ascoltare la preghiera; chi, nel bisogno, formula la sua richiesta ha l’assicurazione di un ascolto fattivo e una risposta certa, di bene (pane e non pietra, pesce e non serpe, uovo e non scorpione). Allo stesso tempo il brano insiste sulla convinzione e sul desiderio che deve abitare la coscienza di chi chiede: un desiderio (e un bisogno) tanto intenso da sfociare nell’insistenza, fino all’essere importuni. Una tale insistenza non è “necessaria” per Dio, che conosce il bisogno dell’uomo, ma per la persona stessa, che deve cogliere in sé e mostrare a se stessa quanto sia essenziale ciò che sta chiedendo e come sia giusto rivolgersi proprio a Dio per ottenere risposta. La certezza del «vi sarà dato. . .», «vi sarà aperto …» (passivi “divini”, per indicare che l’esaudimento viene da Dio) non esclude l’esperienza dell’azione – necessaria – di chiedere, bussare, cercare, che vede come protagonista l’uomo certo dell’efficacia della richiesta.

07/10/2026

Buongiorno
Mercoledì 7 Ottobre
B.V. Maria del Rosario; S. Giustina; S. Augusto
27.a del T. O.
Gal 2,1-2.7-14; Sal 116; Lc 11,1-4
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Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione».
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Gesù non insegna ai suoi discepoli una formula da recitare. Insegna loro come stare davanti a Dio.

La prima parola è sconvolgente: Padre.

Non «Essere Supremo», non «forza soprannaturale», non una divinità da invocare quando abbiamo bisogno. Padre.

E noi siamo figli.

Questa è la firma del cristiano.

Ma proviamo a chiederci: davvero vivo da figlio?

Perché posso pregare ogni giorno, andare a Messa, fare adorazione, parlare di Dio… e continuare a vivere come se fossi un orfano, solo davanti alla vita, cercando sicurezze, riconoscimenti e risposte dappertutto.

Se non centro la mia vita sulla relazione Padre-figlio, non so più chi sono, per chi vivo e perché vivo.

Essere cristiani non significa semplicemente credere che Dio esiste. Significa scoprire che Dio mi ha voluto, mi ama, mi accompagna e mi chiama a diventare come Lui.

E allora il Padre nostro diventa un programma di vita:

sia santificato il tuo nome attraverso la mia vita;

venga il tuo Regno attraverso le mie scelte;

dacci il pane perché impari a fidarmi;

perdona i nostri peccati perché anch’io impari a perdonare.

E qui sta la provocazione più grande: il fine della vita cristiana è assomigliare al Padre.

Non nell’onnipotenza.

Non nella gloria.

Ma nell’amore misericordioso.

Se Dio è Padre, io non posso vivere da estraneo verso gli altri. Se sono figlio, gli altri diventano fratelli. E la misericordia non può essere un sentimento occasionale: deve diventare il mio modo di vivere.

Questa è la differenza radicale: non basta credere in Dio; il cristiano è colui che entra nella vita del Padre e lascia che il suo amore lo trasformi.

Allora la domanda di oggi non è: «Quanto prego?»

Ma: «Quanto assomiglio a mio Padre?»

Perché alla fine, la vera firma del cristiano non è ciò che dice di Dio.

È il modo in cui ama.

06/10/2026

Buongiorno
Martedì 6 Ottobre
S. Bruno (mf); S. Fede; S. Magno
27.a del T. O.
Gal 1,13-24; Sal 138; Lc 10,38-42
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In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
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La storia di Marta e Maria popola il nostro imaginario cristiano, tirando fuori la possibile contrapposizione che si crea tra azione e contemplazione. Penso però che la faccenda sia può profonda.

Innanzitutto perché probabilmente Luca raccontando la storia di queste due sorelle vuole mettere in evidenza due atteggiamenti di Israele.

Il primo è quello di Marta che è “presa dal suo fare”, così come ogni buon Israelita è intento a seguire i suoi 613 precetti che lo preparerebbero all’incontro con il Signore.

Maria, invece, si accorge che in casa è entrato già il Messia, e lascia perdere le cose da fare per fare spaziod completamente a Lui.

Ella rappresenta Israele capace di lasciarsi mettere in crisi dall’iniziativa di Dio che entra nella vita in maniera inaspettata e chiede di essere accolto ed ascoltato.

Non è Gesù a contrapporre queste sorelle, ma è Marta che si contrappone a Maria pensando che il dovere delle cose da fare deve avere precedenza anche sulla Sua stessa Presenza:

«Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’est bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Gesù non vuole cancellare il fare di Maria, ma vuole che esso si purifichi nella contemplazione, che ritrovi cioè il proprio punto focale.

Quello che capita spesso anche nella nostra vita, è avere moltissime cose da fare ma non riuscire più a fare la differenza tra ciò che è urgente e ciò che è essenziale.

Viviamo inseguendo le urgenze, e ci perdiamo ciò per cui vale la pena vivere.

I contemplativi non sono quelli che non fanno niente, ma sono quelli che tentano di difendere con tutte le loro forze il primato di ciò che è essenziale contro tutte le pressanti richieste delle urgenze della vita che vorrebbero tirarci sempre a destra e a manca.

In questo senso un po’ più di contemplazione cambierebbe il mondo.

05/10/2026

Buongiorno
Lunedì 5 Ottobre
S. Faustina Kowalska; B. Bartolo Longo; B. Alberto M.
27.a del T. O.
Gal 1,6-12; Sal 110; Lc 10,25-37
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In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”.
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La domanda del dottore della Legge sembra spirituale: «Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?».
Ma in realtà nasconde un’altra domanda: «Chi devo amare e chi, invece, posso lasciare fuori?»

Per questo chiede: «E chi è il mio prossimo?».

Gesù non gli dà una definizione. Gli racconta una storia.
E dentro quella storia c’è una provocazione enorme: il problema non è capire chi sia il mio prossimo, ma decidere se io voglio farmi prossimo di qualcuno.

Il sacerdote vede quell’uomo ferito.
Il levita lo vede.
Ma passano oltre.

Il Samaritano, invece, vede e si lascia toccare da ciò che vede.

Ecco la differenza.
La compassione ti fa aprire gli occhi.
Perché possiamo guardare tantissime persone senza vederle veramente. Possiamo incontrare una sofferenza e subito giudicarla, catalogarla, spiegarla: se l’è cercata, avrà sbagliato, non è affar mio, qualcuno ci penserà…

Il pregiudizio ci permette di passare oltre senza sentirci responsabili.

La compassione, invece, interrompe il nostro modo abituale di guardare.

È una questione di conversione dello sguardo.
Quando guardo l’altro senza pregiudizi, non vedo più “un diverso”, “uno che ha sbagliato”, “uno che non conosco”, “uno che non mi riguarda”.
Vedo una persona.
E quella persona, proprio nel momento in cui la guardo davvero, diventa il mio prossimo.

Ma c’è qualcosa di ancora più provocatorio.

Gesù non dice semplicemente: aiuta chi soffre.
Dice: «Va’ e anche tu fa’ così».
Come se ci dicesse: smettila di chiederti chi merita il tuo amore e comincia a chiederti chi hai davanti agli occhi.

Perché il prossimo non è una categoria.
È una persona concreta che la vita mette sulla mia strada.

E allora forse la nostra conversione oggi non consiste nel fare qualche opera buona in più.
Consiste nel guardare diversamente.
Quante persone abbiamo smesso di vedere perché le abbiamo già giudicate?

Quante volte abbiamo guardato senza vedere?

Quante sofferenze abbiamo attraversato con gli occhi, ma senza lasciarle arrivare al cuore?

Il Samaritano non ha fatto un discorso sulla misericordia.
Ha cambiato direzione. Si è fermato. Si è avvicinato.
E qui il Vangelo diventa scomodo: la compassione non ti lascia dove sei. Ti fa avvicinare.

Forse oggi Gesù non ci chiede:
«Chi è il tuo prossimo?»
Ci chiede piuttosto:
«Tu di chi vuoi farti prossimo?»

Perché quando smetti di guardare l’altro con i tuoi pregiudizi e cominci a guardarlo con gli occhi di Dio, scopri una cosa sorprendente:
il prossimo non è semplicemente colui che ha bisogno di me.
È colui al quale io scelgo di avvicinarmi.

E in quel momento, la vita eterna comincia già qui.

03/10/2026

Buongiorno
Sabato 3 Ottobre
S. Gerardo di Brogne; S. Candida; S. Dionigi l’Areopagita
26.a del T. O.
Gb42,1-3.5-6.12-16; Sal 118; Lc 10,17-24
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In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
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Che meraviglia! Che gioia!

Gesù gioisce dei suoi discepoli, si entusiasma del loro entusiasmo; li ha responsabilizzati, ha chiesto loro di farcela da soli, di portare la Buona Notizia e hanno visto la tenebra arretrare, non hanno avuto paura, hanno osato e ora tornano col cuore colmo.

Esiste la tenebra, il maligno, lavora, agisce, ma non ci fa paura perché abbiamo l’uomo forte che sta alla porta del nostro cuore e i demoni si sottomettono a noi.

Dio gioisce di noi, non è geloso della nostra gioia. E ci responsabilizza perché si fida di noi, perché vede le nostre potenzialità molto più di quanto noi stessi le vediamo.

Il nostro è un Dio adulto, compiuto, centrato che ama senza soffocare, senza ricattare, senza mortificare, un Dio felice che ci vuole felici, che non ce l’ha con me, ma che, libero e sorridente, mi affida un compito importante.

E Gesù ci ricorda: belli i risultati, bello vedere i cuori toccati dalla Parola, bello vedere i demoni cadere dal cielo come folgori, ma più di ogni altra cosa è bello sapere che siamo preziosi agli occhi di Dio, amati senza condizioni, e che siamo conosciuti (il nome, nella Bibbia, indica l’identità profonda della persona!).

Gesù gioisce di noi e gioisce del Padre perché rimane spiazzato e sorpreso dalla sua logica. Si aspettava che fossero i teologi e i devoti dell’epoca, i sacerdoti e gli operatori pastorali ad accorgersi della sua presenza, a convertire il proprio cuore.

E invece non è così, sono gli inattesi a convertirsi, i piccoli, i dimenticati, gli emarginati ad accorgersi del Regno che avanza.

Dio riesce a spiazzare tutti, sempre, a superare le nostre logiche, anche quelle pastorali, anche quelle santamente abituali. Viene e spiazza, viene e colma i cuori quando meno ce lo aspettiamo, di chi meno ci aspettiamo.

Così è il nostro Dio, senza misura, senza limiti.

02/10/2026

Buongiorno
Venerdì 2 Ottobre
SS. ANGELI CUSTODI (m); B. Antonio Chevrier; S. Eleuterio
26.a del T. O.
Es 23,20-23a; Sal 90; Mt 18,1-5.10
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In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
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Pochi giorni fa abbiamo celebrato la festa dei santi arcangeli, questi super-angeli che la tradizione ebraica e quella cristiana riconoscono e venerano.

Puri spiriti creati da Dio, stanno al suo cospetto per servirlo e sostenere la sua missione d’amore.

Oggi, diremmo scherzando, non celebriamo i generali ma i soldati semplici, gli angeli custodi di cui parla anche Gesù (quindi direi di fidarci).

Come cristiani crediamo che ognuno di noi è affidato a un angelo particolare, un rapporto di uno a uno, una sorta si discreto tutoraggio alla vita.

Sempre e solo in una logica d’amore, di compassione, di attenzione e di libertà.

Gli angeli non sono dei cornetti portafortuna, non sono degli agenti di assicurazione sulla vita, sono fratelli, puri spiriti, che accompagnano senza imporre e che possiamo pregare e ringraziare.

Impariamo a pregare e invocare gli angeli custodi nei momenti di necessità, di fatica, di conversione, per sostenere le nostre scelte, per non scoraggiarci, per non disperarci.

Preghiamo l’angelo custode della persona con cui dobbiamo chiarire una situazione sgradevole, del consorte con cui abbiamo litigato, perché i nostri angeli si mettano d’accordo, agevolino la riconciliazione, plachino gli animi.

A molti parrà una visione ingenua e infantile della realtà, ma chi entra nella logica dello spirito e di Dio sa bene che queste cose accadono continuamente e l’angelo custode che ci è donato lavora ed agisce. Se lo lasciamo agire.

Perché se manco ci accorgiamo della sua presenza se ne sta tranquillo, lasciandoci sbrogliare (e sbagliare).

Non solo: anche le nazioni hanno i loro angeli, nella tradizione rabbinica nella corte celeste sono rappresentati tutti i popoli allora conosciuti, settanta, che interagiscono con Dio.

Ringraziamo il Signore per questo simpatico e importante regalo e lasciamo che gli angeli facciano il loro lavoro, pregandoli nella quotidianità, con lo sguardo rivolto alle cose invisibili.

Sono amici fidati, fidatevi.

01/10/2026

Buongiorno
Giovedì 1 Ottobre
S. Teresa di Gesù Bambino (m); B. Luigi Maria Monti
26.a del T. O.
Gb 19,21-27b; Sal 26; Lc 10,1-12
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In quel tempo, il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai per la sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!” Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città”.
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Gesù invia a predicare i settantadue discepoli, un gruppo distinto da quello dei Dodici Apostoli. Si tratta qui di un gruppo di discepoli scelti tra quelli che seguivano il Signore, e che dovranno anch’essi esercitare un loro apostolato. Tra i loro compiti, vi è quello di portare la pace di Cristo alle famiglie che visiteranno, di curare i malati e soprattutto di annunziare il Regno di Dio. Poiché sono inviati del Signore, devono essere accolti in quanto tali. Gesù è molto esplicito sulla sorte che toccherà a chi dovesse rifiutare di accogliere questi primi evangelizzatori.

Il brano del Vangelo che ci viene proposto dall’odierna liturgia sembra a prima vista poco adatto alla memoria liturgica di santa Teresa del Bambino Gesù. Il Vangelo, infatti, ci parla dei primi missionari scelti da Cristo perché andassero in giro a predicare la buona notizia, mentre santa Teresa ha vissuto la sua vocazione cristiana all’interno di un convento di clausura, senza mai lasciare il dolce chiostro. Eppure le cose non stanno come sembrano. Il brano del Vangelo odierno è molto appropriato a questa memoria liturgica, perché santa Teresa offrì tutta la sua vita di consacrazione proprio per le missioni e in particolare per alcuni missionari. Fisicamente non si mosse mai dal suo convento, eppure la sua offerta d’amore raggiunse luoghi lontanissimi, perché fatta a Cristo con cuore puro ed amore ardente. La sua non fu la missione ad gentes; ella non portò il Vangelo sino ai confini della terra, ma meritò grazie per i missionari, vivendo il Vangelo lì dove il Signore l’aveva chiamata a vivere ed operare. Questo ci insegna che la vocazione missionaria è universale. Il mese di ottobre è il mese missionario per eccellenza. In questo mese, ognuno di noi, qualunque sia la sua vocazione particolare, può e deve rinverdire il proprio zelo missionario. Se il Signore non ci ha chiamato, come i settantadue discepoli, a predicare il Regno in terre lontane, Egli tuttavia ci chiama a predicare e a vivere il Vangelo lì dove siamo ed operiamo, lì dove Lui ci ha voluto nel suo piano misterioso di predestinazione. La missione è li dove il Signore ci porta.

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