Casa Diocesana di Lucca

Casa Diocesana di Lucca Pagina ufficiale della Comunità de "IL LIEVITO". Casa Diocesana mons. E.

Bartoletti di Arliano Lucca, per l'accoglienza e la ricreazione delle persone e per ogni occasione.

16/07/2026

Buongiorno
Giovedì 16 luglio
15.a del T. O.
B.V. Maria del M. Carmelo (mf); B. Irmengarda; S. Antioco Is 26,7-9.12.16-19; Sal 101; Mt 11,28-30
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In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
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“Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”.

In un mondo come il nostro in cui tutto si misura da quanto si riesce a produrre, ci è difficile capire la logica del vangelo che da noi non pretende risultati. A Gesù interessiamo noi non quello che produciamo.

Il Vangelo non ci invita a sminuirci ma ad assumere invece la postura migliore da cui guardare la vita. Infatti l'essenziale, questo senso la vita spirituale è lasciarsi abbracciare da questo amore che non pretende da noi nulla, paradossalmente nemmeno conversioni forzate.

L’amore di Dio non è strategico. Egli non ci ama per poi chiederci di essere più buoni. Egli ci ama e basta. Ci ama gratuitamente.

La decisione di vivere meglio la nostra vita poggia sulla nostra libertà e non su un ricatto affettivo travestito da teologia.

“Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”.

Allo stesso tempo nella vita spirituale noi non ci lasciamo solo abbracciare, ma troviamo anche un modo per poter accogliere la vita nel migliore dei modi.

Gesù dice “imparate da me”. Ma imparare cosa? La mitezza e l’umiltà del cuore. Queste due caratteristiche dovrebbero essere le due cose a cui dovremo più anelare nella nostra vita.

La mitezza perché essa è una ferma dolcezza. Noi siamo capaci o di violenza o di buonismo, quasi mai riusciamo a tenere insieme queste due cose.

Così o reagiamo con violenza, con rabbia, con rancore, oppure con un buonismo da quattro soldi.

L’umiltà invece è una capacità di concretezza estrema e di fiducia totale in un Altro. Da questo si comprende come la fonte della mitezza e dell’umiltà di Cristo risiede nella Sua relazione con il Padre.

Solo quando si accetta di essere amati da Qualcuno si trova la forza di resistere al male senza farsi imbruttire e di conservare un sano realismo perché ci si fida completamente di Qualcuno.

Gesù ci ha mostrato come la cosa più decisiva in una vita non è nell’autosufficienza, ma nella relazione. Per questo pregava, perché solo nella Sua relazione con il Padre trovava la forza per fare tutto.

E allora qual è il motivo per cui noi non preghiamo veramente?

15/07/2026

Buongiorno
Mercoledì 15 Luglio
S. Bonaventura da Bagnoregio; S. Vladimiro di Kiev; S. Ansuero
15.a del T. O.
Is 10,5-7.13-16; Sal 93; Mt 11,25-27
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In quel tempo, Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
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Non è un gran periodo, per Gesù. Giovanni Battista è stato arrestato, il consenso popolare si sta affievolendo, coloro che Gesù si aspettava accogliessero con entusiasmo l’annuncio, invece, sono ostili e diffidenti nei suoi confronti.

Le cose vanno decisamente male, la missione sta prendendo una br**ta piega. Il fallimento si delinea all’orizzonte. Come accade anche ai discepoli, di tanto in tanto.

Gesù, diversamente da noi, davanti alla più evidente delle realtà, non si lamenta. Loda. Loda il Padre perché il rifiuto da parte dei devoti, dei teologi, dei pretoriani della fede, ha fatto in modo che ad avvicinarsi siano gli ultimi, i semplici, gli arresi alla vita.

È un ribaltamento di logica, quello che compie Dio: la sua alleanza, la sua amicizia, la sua disponibilità sono offerte a tutti. Ma poiché pochi lo accolgono, molti pongono obiezioni, si dilettano a complicare le cose, sono gli inattesi ad avvicinarsi.

Gli ultimi, gli esclusi, i perdenti. E Gesù gioisce e applaude. Si stupisce di Dio. Vorrei tanto imparare dal mio Signore la capacità di vedere nella sconfitta un’opportunità!

E credere, credere, credere, come solo lui sa fare, che Dio, attraverso le nostre vicende contorte e contraddittorie, riesce sempre a tracciare sentieri di salvezza. Non per merito, non per conquista, ma per libera, stupefacente, inattesa scelta di Dio.

Dio ama e ama davvero. Ama tutti, chiama tutti. Noi, nella libertà, possiamo scegliere di complicarci la vita, di arrampicarci in contorti ragionamenti che attingono ai pregiudizi e alla diffidenza. O arrenderci all’evidenza.

Perché Dio è così: stupisce. Non è mai come ce lo aspettiamo. Ci ama a prescindere, così come siamo, con i nostri limiti, le nostre paure, le nostre incongruenze. Ci ama a prescindere, perciò possiamo cambiare.

Impariamo da lui a stupirci dell’azione di Dio in questa giornata, della sua logica che supera le nostre elucubrazioni, i nostri propositi, i nostri (utili) progetto pastorali. Dio spiazza sempre.

14/07/2026

Buongiorno
Martedì 14 Luglio
S. Camillo de Lellis (mf); S. Toscana; B. Angelina da Marsciano
15.a del T. O.
Is 7,1-9; Sal 47; Mt 11,20-24
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In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».
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Il Maestro ci avverte e ci pone in guardia, facendo valutare la trascendenza della mancanza di fede semplice e di accettazione della sua presenza e della sua Parola. È un pericolo che incombe su ognuno di noi. Paragona perfino il destino delle città nelle quali ha predicato durante la sua vita pubblica a quello di alcune località che vennero distrutte per la loro malvagità ed i peccati dei loro abitanti, come le città pagane Tiro e Sidone e come le tristemente famose Sodoma e Gomorra.

È importante leggere l’introduzione di questo passo: “Si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite…». Questo episodio fa ricordare quell’altro vissuto nei pressi delle mura di Gerusalemme, dove oggi sorge una modesta, ma toccante Chiesa, quella del “Dominus flevit”. Gesù pianse dinanzi alla vista di Gerusalemme perché i suoi abitanti non si erano lasciati riunire come la chioccia riunisce i pulcini sotto le ali, per trovare la via della salvezza… Ecco allora il senso dei 4 “guai”, espressione che sarà ripresa da Giovanni nel giudizio dei popoli impenitenti, nell’Apocalisse. Betsaida, Corazin, Cafarnao erano ridenti cittadine che sorgevano intorno al lago di Galilea dove Gesù aveva operato grandi segni e dove aveva predicato e trascorso una buona parte del suo tempo. Lo stesso Matteo ci dà notizia che Gesù, lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafarnao, presso il “mare” (Mt. 4,13). Oggi si può visitare in Terra Santa il luogo storico dove sorgono i resti della sinagoga di Cafarnao. Cosa mi vuole dire il Signore? Senza dubbio anch’io sono un privilegiato, uno che ha avuto la grazia di averlo molto vicino, attraverso i doni che ho ricevuto da lui: la famiglia, la parrocchia, un movimento, degli amici, ecc. Come sto rispondendo a queste grazie? Ecco, devo stare attento a comprendere la grandezza dei doni ricevuti; non sia mai che il Signore mi debba rimproverare per non aver dato frutti di conversione. Tutti abbiamo bisogno di conversione, tutti abbiamo bisogno di amare di più, di amare con tutto il cuore.

13/07/2026

Buongiorno
Lunedì 13 Luglio
S. Enrico (mf); S. Clelia Barbieri; S. Esdra
15.a del T. O.
Is 1,10-17; Sal 49; Mt 10,34-11,1
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.
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Ci sono parole che messe in bocca a Gesù ci fanno sentire a nostro agio, e altre che ci sconvolgono. Oggi il Vangelo ci regala un po’ di parole sconvolgenti.
“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra”.

E questa non ci sembra proprio una bella notizia, tranne poi accorgerci che lo scombussolamento che Gesù è venuto a portare non riguarda le guerre ma quelle paci mortifere dove pur di non soffrire o sbagliare alla fine si decide di non vivere.

“Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”.

Anche in questo caso ci sembra quanto mai contro natura una richiesta simile, tranne poi renderci conto che senza Cristo rischiamo di confondere l’amore con il possesso, e invece di godere dell’amore delle persone che amiamo passiamo la vita solo con la paura di perderle o in balia delle delusioni. Se Lui ha il primo posto aumenta anche la libertà con cui siamo capaci di voler bene a chi amiamo.

“Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”.

Portare la croce significa imparare a farci carico di tutta la realtà che abbiamo davanti senza più l’ansia di doverne portare da soli il peso. Gesù non ci chiede di salvare ciò che ci è affidato ma di portarlo dietro di Lui. Un discepolo fa questo: segue. Allora il valore di ciò che conta non dipende più dalla quantità di cose che facciamo ma dal modo con cui facciamo le
“Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

Questa qualità è dettata da una cosa molto semplice: ricordarsi “per chi” vale la pena fare, accettare, rinunciare, scegliere, soffrire o gioire. Un cristiano ha chiaro questo “per chi”, e allora può anche fallire se questo fallimento è vissuto “per amore di Qualcuno”.

12/07/2026

Buongiorno e buona Domenica 12 Luglio 2026
Ss. Nabore e Felice; S. G. Gualberto; S. Leone I
15.a del T. O. ( A)
Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
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Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca! Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
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Gesù racconta la sua prima parabola galleggiando sopra una barca. Egli amava il paesaggio del lago e amava la terra, i campi di grano, le distese di spighe, di papaveri, di fiordalisi. Guardava la vita e nascevano parabole. “E non parlava loro se non per parabole”, che non si perdono in preamboli ma raccontano semplicemente un fatto.

Osserva un seminatore, e nel suo gesto intuisce qualcosa di Dio. “Il seminatore uscì a seminare”, ma non un seminatore qualsiasi, è il Seminatore per eccellenza. Uno che spera anche nei sassi e nelle spine, un prodigo inguaribile. Un sognatore che vede vita ovunque, convinto che persino la sterpaglia si possa trasformare in giardino.

Ed ecco che l'immagine d'un tempo antico ci riempie gli occhi della mente: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo arato a passi lenti e misurati, compiendo un gesto largo della mano, sapiente e solenne. Con il suo gesto scavalca il buon terreno. Il seminatore, che può sembrare sprovveduto, butta il seme sull'interezza del terreno, vede e abbraccia l'imperfezione del campo del mondo, dove nessuno è discriminato.

Non possiamo aspettare che le cose, le persone, siano perfette per cominciare ad amarle. E il seminatore, che sembra sprecare il seme sui sassi e sui tratturi, è Dio che abbraccia ogni persona così com'è, come una storia imperfetta ma dove è sempre possibile ricominciare. E lo diresti il racconto di una semina fallimentare se non fosse per il finale, che è determinante: e davano frutto, detto all'imperfetto, come una azione lunga, protratta, che continua, una fruttificazione che non si esaurisce Il male non ferma la storia, la semina va avanti. Tutto è fiducia incamminata, una pioggia continua di semi di Dio cade tutti i giorni sopra di noi. E il seminatore, che sembra sprecare il seme sui sassi e sui tratturi, è Dio che abbraccia ogni persona così com'è, come una storia imperfetta ma dove è sempre possibile ricominciare. E lo diresti il racconto di una semina fallimentare se non fosse per il finale, che è determinante: e davano frutto, detto all'imperfetto, come una azione lunga, protratta, che continua, una fruttificazione che non si esaurisce Il male non ferma la storia, la semina va avanti. Tutto è fiducia incamminata, una pioggia continua di semi di Dio cade tutti i giorni sopra di noi.

Il mio Dio contadino sa che, per tre volte, come dice la parabola, per infinite volte, come dice la mia esperienza, non rispondo, ma poi accade che una volta almeno rispondo, e allora è il trenta, il sessanta, il cento per uno.

Tutti siamo feriti e opachi, campo duro e spinoso. Eppure la nostra umanità imperfetta è ancora adatta per il seme di Dio. E lui respira meglio, mano a mano che diventiamo non già più bravi e perfetti, ma sempre più noi stessi, sempre più veri e autentici.

L'etica del Vangelo non è quella di un campo senza spine, ma è quella del frutto. Lo sguardo del seminatore non si posa sull'assenza o meno di difetti di rovi, di sassi, ma sulla fecondità di domani, su spighe piene, generose, gonfie, profezia di pane spezzato per la fame dei figli.

Il cristiano è consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la certezza che non va perduta nessuna opera d'amore, nessuna generosa pazienza, ma che tutto ciò circola nelle vene del mondo come forza di vita» (Evangelii gaudium 278-279).

11/07/2026

Buongiorno
Sabato 11 Luglio
S. Benedetto patr. Europa (f); S. Pio I; S. Leonzio; S. Olga
14.a del T.O.
Pr 2,1-9; Sal 33; Mt 19,27-29
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In quel tempo, Pietro disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».
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San Benedetto Abate. Ci fa da guida in questo giorno particolarmente solenne la splendida immagine evangelica della vite e dei tralci. La leggiamo nel contesto monastico e ci lasciamo guidare dallo stesso Patriarca S. Benedetto. Egli con un linguaggio altamente teologico e biblico vede la vita del monaci come un faticoso e gioioso “ritorno” a Dio, da cui ci eravamo allontananti per la disobbedienza. Il ritorno, come accadde al popolo d’Israele, implica una liberazione dalla schiavitù, un passaggio attraverso le acque del mare rosso, un lungo percorso nel deserto e l’approdo finale nella terra promessa. È un cammino di conversione e di salvezza, è un prodigioso innesto alla vite nuova che è Cristo. È la splendida esperienza di veder rinverdita l’esistenza, è ancora una gioiosa corsa verso Cristo con “il cuore dilatato”. La vita del monaco, ma ciò vale anche per ogni cristiano, mediante l’ascolto, la preghiera, la lettura sapienziale della parola di Dio, la ricerca incessante della perfezione e la sequela di Gesù, è proposta e vissuta come una gioiosa esperienza pasquale. Ciò scaturisce come naturale esigenza dell’innesto alla vite: per essere con Cristo dobbiamo essere disposti a seguirlo coraggiosamente ovunque, fino alla croce, fino al sepolcro per avere così la certezza che l’innesto ha prodotto il suo splendido frutto, la vita nuova in Cristo, la nostra personale risurrezione. In questa prospettiva la preghiera e il lavoro, che scandiscono essenzialmente la vita del monaco, ma che ogni cristiano in situazioni diverse sperimenta quotidianamente, diventano motivi di fecondità e di gioia. La sua Regola, non solo ha ispirato ed ispira ancora la vita di migliaia di monaci in ogni parte del
mondo, ma ha fatto il suo ingresso in ogni ambiente, nelle famiglie, nelle caserme, ultimamente nelle fabbriche e ovunque si trovano adunate persone che cercano un sano equilibrio nelle mutue relazioni e una vera santificazione del lavoro; per questo le Abbazie e i Monasteri a loro volta si stanno aprendo sempre più all’accoglienza per operare un nuovo e vitale innesto tra la vita del mondo e quella dei consacrati. Per ricordare e rinsaldare questo innesto, già operato gloriosamente nei secoli passati, S. Benedetto è stato proclamato meritatamente Patrono d’Europa. Anche questo è un innesto che deve però trovare ancora la piena realizzazione in altre realtà della vita sociale. Molti, pare, vogliano ignorare le radici storiche e religiose che hanno evangelizzato e civilizzato la nostra Europa. Speriamo di non dover costatare che il distacco dalla vite feconda non riduca i tralci alla essiccazione e alla sterilità.

10/07/2026

Buongiorno
Venerdì 10 Luglio
Ss. Rufina e Seconda; Bb. Emanuele Ruiz e c.; S. Canuto
14.a del T. O.
Os 14,2-10; Sal 50; Mt 10,16-23
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In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».
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«Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». Gesù non illude i suoi discepoli. Non promette applausi, successo o una vita tranquilla. Li prepara alla realtà. Chi sceglie il Vangelo dovrà fare i conti con i lupi: il male, la menzogna, la manipolazione, il potere, la violenza, perfino il tradimento di chi è più vicino.

Ma c’è un particolare che spesso dimentichiamo: Gesù non dice alle pecore di diventare lupi per sopravvivere. Non chiede di rispondere all’odio con l’odio, alla menzogna con la menzogna, alla violenza con altra violenza. Chiede invece qualcosa di molto più difficile: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe».

La prudenza non è furbizia. È discernimento. È la capacità di riconoscere il male senza lasciarsene contagiare. La semplicità non è ingenuità. È un cuore limpido, libero dal desiderio di vendetta e di dominio.

Oggi, invece, molti confondono la bontà con la stupidità e la prudenza con la cattiveria. C’è chi pensa che per difendersi bisogna diventare come chi fa il male. Ma quando una pecora decide di trasformarsi in lupo, ha già perso il Vangelo.

Il cristiano autentico non è uno sprovveduto. Vede il male, lo denuncia, se necessario prende le distanze, ma non smette di amare. La sua forza non nasce dall’aggressività, ma dallo Spirito Santo, che gli suggerisce parole e scelte quando tutto sembra perduto.

La vera domanda, allora, è questa: nelle situazioni difficili della vita stiamo diventando più simili a Cristo o più simili ai lupi che ci hanno ferito? Perché il male ha già vinto quando riesce a renderci uguali a se stesso.

09/07/2026

Buongiorno
Giovedì 9 Luglio
Ss. Agostino Zhao Rong e c. (mf); S. Veronica Giuliani
14.a del T. O.
Os 11,1-4.8c-9; Sal 79; Mt 10,7-15
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In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».
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Dopo aver chiamato i Dodici a stare con Lui, Gesù li invia a fare ciò che Lui stesso fa. Non li manda a parlare di Dio da lontano, ma a continuare la sua stessa missione: guarire, liberare, ridare speranza, annunciare che il Regno è vicino. È un vero tirocinio, un apprendistato del cuore.

Ma Gesù stabilisce anche lo stile della missione: essenzialità, libertà, gratuità. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Il Vangelo non è una merce da vendere, né uno strumento per ottenere consenso, potere, prestigio o carriera. Chi annuncia Cristo non porta se stesso, ma Lui.

La domanda, allora, è inevitabile: che cosa abbiamo fatto di questo mandato? Quante volte il Vangelo viene usato per costruire un’immagine di sé, per esercitare controllo sulle persone, per cercare privilegi o difendere interessi? Quando l’annuncio diventa ricerca di applausi, il discepolo smette di seguire il Maestro e comincia a seguire il proprio ego.

Gesù ci chiede di essere testimoni, non padroni; servi, non protagonisti. L’efficacia della missione non dipende da ciò che possediamo, ma dalla trasparenza con cui lasciamo passare Cristo attraverso la nostra vita.

Forse il vero esame di coscienza di oggi è questo: quando gli altri incontrano me, trovano davvero Gesù o trovano soltanto la mia persona?

08/07/2026

Buongiorno
Mercoledì 8 Luglio
Ss. Aquila e Priscilla; S. Adriano III; B. Pietro Vigne
14.a del T. O.
Os 10,1-3.7-8.12; Sal 104; Mt 10,1-7
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In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».
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Il vangelo proclamato ieri finisce nel modo più inatteso e incredibile. Tutti ci aspetteremmo: Gesù si commuove e quindi si propone come un Buon pastore.

Macché: Gesù si commuove e inventa la Chiesa. Lo so, lo so, la stragrande maggioranza di voi ha un’esperienza di Chiesa povera e contraddittoria, si è scontrato duramente col volto incoerente e severo di qualche cattolico più devoto di Dio.

Gesù pensa ad una compagnia, ad una ricerca comune, ad un sogno realizzato: uomini e donne, suoi discepoli, capaci, insieme, di cercare senso e pienezza, misura e gioia. Lui è il Pastore che ci guida a pascoli erbosi, ma insieme possiamo fare esperienza di gregge, di comunità.

Non è facile capire e amare la Chiesa. Troppe le fragilità, troppe le contro-testimonianze, troppe le persone che si dicono credenti e che vivono senza neppure essere uomini, troppe le incoerenze, troppi gli errori nella storia per non essere dubbiosi quando si parla di Chiesa.

Gesù sceglie dodici persone per iniziare a costruire il Regno, dodici che stiano con lui, per diventare poi capaci di condurre ai pascoli erbosi nei quali loro per primi saranno condotti.

E qui viene il bello. Nessuno si sognerebbe di mettere insieme dodici persone così radicalmente diverse per realizzare un progetto!

Pescatori abituati alla concretezza e alla rudezza insieme ad intellettuali come Matteo e Giovanni; tradizionalisti come Giacomo insieme a pubblicani, peccatori pubblici, terroristi come Simone del gruppo degli Zeloti, disposti ad uccidere l’invasore romano. C’è l’intero Israele in questo gruppo, l’intera umanità nella sua vivace diversità.

La Chiesa è la comunità dei discepoli di Gesù, diversi tra loro in tutto se non nell’amore del Maestro, chiamati ad annunciare il vangelo con semplicità e verità. Questa è, nel sogno di Dio, la Chiesa.

Paradosso di Dio! All’umanità ferita e fragile che necessita di una guida, Gesù propone un pezzo di umanità, altrettanto fragile e ferita, trasfigurata dall’Amore.da una visione stantia della fede, arroccata, intimorita. Dobbiamo solo vivere il Vangelo, proclamarlo con la vita, non dobbiamo fare molto altro. Non salvare il mondo ma vivere da salvati, manifestando lo stupore che ancora e ancora nasce dal nostro cuore.

07/07/2026

Buongiorno
Martedi 7 luglio
14.a del T. O.
S. Panteno di Alessandria; S. Odone; S. Sisoe; B. Carlo Liviero Os 8,4-7.11-13; Sal 113B; Mt 9,32-38
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In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le f***e, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le f***e, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».
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Il male non ha l’ultima parola. L’ha già persa.

Nel Vangelo di oggi Gesù libera un uomo dal demonio e, con quella liberazione, restituisce anche la parola. Perché il male rende muti: ci impedisce di dire la verità, di lodare Dio, di amare, di perdonare. Gesù, invece, restituisce all’uomo la sua libertà.

Eppure, davanti a un’opera così grande, i farisei non si convertono. Anzi, chiamano male il bene. È il dramma di un cuore chiuso: quando non si vuole accogliere Cristo, si arriva perfino ad attribuire a Satana ciò che è opera di Dio.

Gesù ha già vinto il demonio una volta per tutte. La sua morte e risurrezione hanno spezzato il potere del male. Chi vive unito a Lui non deve avere paura: combatte ogni giorno, ma combatte dalla parte del Vincitore.

Il problema è un altro: quando ci allontaniamo da Cristo, lasciamo aperte le porte al male. Ogni compromesso con il peccato, ogni odio coltivato, ogni menzogna, ogni egoismo diventa uno spiraglio attraverso cui il male entra nella nostra vita e nel mondo. Non esiste una terra di mezzo: o collaboriamo con Cristo alla diffusione del bene, oppure, anche senza rendercene conto, favoriamo l’opera del male.

Per questo Gesù guarda la folla con compassione. Non vede persone cattive, ma pecore stanche, ferite, disorientate, senza pastore. E il suo grido è ancora attuale: «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi.»

Il mondo non ha bisogno di cristiani spettatori, ma di evangelizzatori. Ha bisogno di uomini e donne che annuncino il Vangelo con la vita, che accompagnino chi è smarrito, che siano guide illuminate dallo Spirito Santo.

La domanda di oggi è semplice e scomoda: sto aiutando Cristo a liberare il mondo dal male, oppure con la mia tiepidezza gli sto lasciando campo libero?

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