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Scopri l'Italia con le Botteghe Oggi siamo a........Dove andare a Ferragosto in montagnaFerragosto è alle porte ma non a...
17/07/2026

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Dove andare a Ferragosto in montagna

Ferragosto è alle porte ma non avete ancora deciso dove trascorrerlo? La montagna è la soluzione, per rigenerarsi completamente

di Monica Cresci

Montagna e fresco per Ferragosto? Ecco un'idea interessante, perfetta per gli appassionati di trekking, scalate e lunghe camminate ma anche per gli estimatori della bicicletta e della natura. Niente di meglio che un paesaggio lussureggiante, avvolti e protetti dal verde del bosco, lambiti dalle acque cristalline di fiumi e cascate montane. Una strategia salva salute contro il caldo per chi non vuole passare Ferragosto a mangiare, ma vuole assaporare le bellezze della natura godendo di una giornata di svago. Ecco qualche soluzione interessante per un 15 agosto alternativo, e qualche strategia per eludere traffico e folla.

Le migliori mete in montagna

Ferragosto in montagna, come prepararsi

Siete alla ricerca di consigli e idee per un Ferragosto all'insegna della natura e dell'aria fresca? La montagna è il luogo perfetto, in grado di rispondere a tutte le necessità. Basta scegliere una location vicina alla propria abitazione, meglio se poco frequentata, preferendo una partenza intelligente così da raggiungerla senza stress. Ad esempio viaggiando in piena notte così da arrivare a destinazione di primissima mattina, in tempo per una colazione rigenerante. I più fortunati potranno anche prenotare qualche giorno in più, così da prolungare il soggiorno e godere di una mini vacanza.

La montagna è location perfetta per un Ferragosto all'insegna del fresco, del movimento ma anche del relax immersi nella natura. Per una gita in sicurezza è importante attrezzarsi nel modo giusto con abbigliamento e scarpe adatte, per affrontare percorsi anche impervi, proteggendo gambe e caviglie, testa e occhi con cappello e occhiali. Preparando uno zaino ben organizzato con borraccia, torcia, mappa, protezione solare, gps, una giacca per la pioggia, un mini kit per il pronto soccorso. Oltre all'attrezzatura specifica se si vuole effettuare trekking, oppure arrampicata, escursionismo, bicicletta o anche una semplice passeggiata. Preparando anche una borsa termica con il cibo, una coperta, spray repellenti per insetti così da godere di un picnic in sicurezza. In particolare se si vuole evitare la folla e luoghi già prenotati da tempo, avendo cura di rispettare l'ambiente ripulendo l'area da carte e immondizia, che andrà stipata in un sacchetto e gettata in un cestino in zona.

Dove vedere le stelle notte di San Lorenzo

Ferragosto in montagna, dove andare

Come anticipato è importante raggiungere la zona più vicina e comoda, così da evitare il traffico del Ferragosto, preferendo una location poco affollata. Tra le mete più gettonate segnaliamo:

Altopiano di Asiago, a pochi passi da Vicenza è una meta rinomata delle Prealpi venete con grandi prati, fitti boschi e la possibilità di visitare la stessa Asiago. Ricca di percorsi e stradine la zona raggiunge i 1.000 metri di altezza, con la possibilità di degustare prodotti locali
Valdidentro, in Alta Valtellina (Lombardia) una location a poca distanza dalle montagne e dalla Svizzera che offre la possibilità di effettuare escursioni e gite. Oltre che di raggiungere e vistare le Terme di Bormio, Livigno e il Passo dello Stelvio
La Thuile, in Valle d'Aosta e ai piedi del grande ghiacciaio del Rutor con la possibilità di farsi guidare fino al ghiacciaio, di raggiungere la Cascata del Rutor e il Monte Bianco
Parco Nazionale del Gran Sasso, piccola perla con natura e paesaggi incontaminati da visitare con rispetto e attenzione. Un luogo magico che offre innumerevoli percorsi e sentieri, per escursioni di forte impatto emotivo
Pragelato, accanto alle Alpi Cozie in Piemonte è una piccola località a fondo valle ma lontana dal caos e dalla folla, per un'escursione low cost. Offre l'opportunità di raggiungere la Val Troncea e di vistare il Parco Naturale
Roccaraso, in Abruzzo è una meta sciistica senza pari a pochi passi dall'Aquila. Un piccolo paese di circa 1.600 abitanti con zone green davvero affascinanti
Monte Gariglione in Calabria, con la possibilità di visitare l'omonima Riserva Naturale Biogenetica, ben 450 ettari di foresta di pino laricio e abete bianco, nella zona Sila Piccola. Un'area naturale e selvaggia che vale la pena di contemplare e conoscere.

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Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a.....Casoncello, una tradizione di famiglia della Val BrembanaIl casoncello ...
14/07/2026

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Casoncello, una tradizione di famiglia della Val Brembana

Il casoncello è uno dei piatti simbolo di Bergamo e della Val Brembana: dalle origini povere, ma non per questo prive di gusto, è oggi una delle ricette più amate e richieste

di Elena Riceputi

Le tradizioni culinarie nelle valli bergamasche sono ancora vive e molti sono i protagonisti della tavola che racchiudono sapori da tutelare, ma soprattutto da gustare. Cibi semplici, genuini e appetitosi, alcuni così gradevoli da assaporare ancor prima che siano pronti, dall’aroma ricco e simbolo di una cucina casalinga e autentica.

Una cucina dedicata ai cosiddetti cibi poveri, dove il sapore è predominante, con tipicità ben determinate dal territorio: un perfetto esempio sono i casoncelli, simbolo della gastronomia della Val Brembana. Scopriamoli con la ricetta di VisitBrembo.

Origini del casoncello bergamasco

I casoncelli, o Casonsèi in dialetto, sono un primo piatto tipico della cucina bergamasca: una pasta ripiena nata, pare, il 13 maggio 1386, in Città Alta a Bergamo. Occasione nella quale in città - ornata con drappi e panni di lana per inaugurare la nuova Signoria di Gian Galeazzo Visconti, che aveva liberato Bergamo dal tiranno Bernabò Visconti - furono serviti più di trecento piatti da portata di casoncelli.

Ancor oggi in tutto il territorio bergamasco se ne possono gustare varie tipologie perché, si sa, ogni famiglia, ogni ristorante, ogni cuoco ha la sua ricetta, che naturalmente considera la migliore. La loro origine, però, sembra ancora più antica e trova testimonianza in alcune citazioni di manoscritti bergamaschi.

Casoncello, il piatto "antispreco" delle famiglie brembane

Prezioso scrigno di pasta fresca ripiena, il casoncello nasce come piatto povero, con l’utilizzo di meno uova nell’impasto, un ripieno realizzato con ciò che veniva avanzato - come formaggi o ingredienti di recupero, quali il pangrattato - e un condimento semplice a base di b***o e salvia.

In Valle Brembana, soprattutto nella zona alta, amaretti e uvetta non erano ingredienti del ripieno, ricco invece di pangrattato, formaggio, brodo vegetale, quando possibile carne: cibi presenti anche nelle famiglie meno agiate. Basti pensare a come, una volta, la gente delle valli e dei territori montani viveva in simbiosi con i tempi e con i cibi che la terra e gli animali offrivano, per poter avere anche oggi un’idea degli ingredienti del ripieno. Mai una famiglia dell’Alta Valle Brembana, avendo a disposizione degli amaretti, li avrebbe sbriciolati e amalgamati nel ripieno, bensì questi biscotti sarebbero divenuti la portata di attesa di un pranzo festivo in famiglia.

Due anche le principali versioni di condimento: il semplice ma saporito b***o e salvia - due ingredienti reperibili tutto l’anno - e quello più ricco con b***o, salvia e pancetta. È inoltre diversa la forma della pasta fresca, stesa più o meno sottile, e che assume una curiosa forma a mezza luna, a fazzoletto o a caramella. Anche nella preparazione della forma, l’ingegno di alcune famiglie brembane le ha portate a tagliare rettangoli di pasta nei quali richiudere il ripieno, per evitare lo scarto dato da una forma circolare.

Il casoncello oggi

I casoncelli li ritroviamo sia nella cucina “nobile” sia in quella “popolana” e a Bergamo è stata istituita nel 2016 la festa del Casoncello. Da piatto “da festa” a cibo conviviale in occasione di sagre e feste popolari, fino a diventare il primo piatto in numerosi menu tipici del territorio brembano e bergamasco. Il casoncello rappresenta un piatto imperdibile: racconta un pezzo di storia del territorio, della tradizione della sua gente.

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Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a ...... Dalle mondine al riso biologico: storia delle risaie del VercelleseN...
10/07/2026

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Dalle mondine al riso biologico: storia delle risaie del Vercellese

Nelle risaie del Vercellese si concentra metà della produzione italiana di riso: ecco le tappe salienti della loro storia, iniziata diversi secoli fa

di Teresa Barone

Nel territorio compreso tra Vercelli e Novara si coltiva la metà della produzione di riso italiana. È proprio in questa zona pianeggiante del Piemonte, infatti, che hanno sede la maggior parte delle aziende risicole nazionali grazie alla presenza di numerosissimi canali, fondamentali per la coltivazione di questo cereale.

Vercelli, in particolare, viene considerata la “Capitale europea” del riso, in virtù della copiosa produzione ma anche della varietà di tipologie di riso che è in grado di offrire. Questa zona, inoltre, è nota per gli straordinari paesaggi generati proprio dalle tecniche di coltivazione del riso, che trasformano la campagna in ogni stagione.

La storia delle risaie del Vercellese inizia in tempi antichi, secoli prima dell’avvento delle mondine che sono subito diventate il simbolo della lavorazione del riso, protagoniste di numerose battaglie sociali.

Il duro lavoro delle mondine

Il compito delle mondine era quello di mondare (pulire) le risaie dalle erbacce durante il periodo di allagamento del campo, tecnica che permetteva di proteggere le piantine dallo sbalzo di temperatura. Un’occupazione stagionale molto faticosa, che ha impegnato centinaia di donne fin dalla fine del XIX Secolo: consisteva nello stare chine sulle piante, con le gambe immerse nell’acqua fino alle ginocchia, dotandosi solo di un cappello a tese larghe per proteggersi dal sole e da lunghe calze di cotone.

Le mondine arrivavano nel Vercellese anche dalle altre regioni del Nord, come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, trascorrendo l’intera stagione sul territorio. Furono proprio le condizioni di lavoro estremamente pesanti a generare un comprensibile malcontento, che portò a numerose ribellioni e agitazioni ai primi anni del Novecento. Solo a partire dagli anni ’60 le mondine sono state progressivamente sostituite con sistemi diserbanti meccanici.
Le risaie Vercellesi oggi:

innovazione e sostenibilità

La risicoltura Vercellese oggi è fortemente orientata alla sostenibilità e improntata sulle tecniche di coltivazione biologica, come dimostra la nascita nel maggio 2021 del “Biodistretto del riso” nel cuore della Baraggia, tra le province di Vercelli e Biella: è un’associazione che promuove la produzione biologica e la biodiversità agraria, creata da un gruppo di agricoltori bio attivi per favorire la coltivazione di antiche varietà di riso e di nuove tipologie sostenibili per l'ambiente.

La risicoltura in questa zona, inoltre, si caratterizza anche per l’adozione di nuove tecnologie innovative che convivono in perfetta armonia con la tradizione agricola locale.

Origine della risicoltura a Vercelli

Nel lontanissimo 1123, un gruppo di monaci cistercensi giunse nel Vercellese dalla Borgogna fondando l’Abbazia di Santa Maria di Lucedio e dando vita alla coltura del riso, resa possibile dalle grandiose opere di bonifica. Intorno all’Abbazia sono successivamente nate le cosiddette “Grange”, antiche case rurali che con il passare dei secoli sono diventate moderne aziende agricole.

La storia delle risaie del Vercellese si intreccia anche con il genio di Leonardo Da Vinci. Nel corso del XV Secolo, infatti, ricevette l’incarico da parte di Ludovico il Moro di trovare una soluzione per l’irrigazione delle risaie, in virtù dei suoi studi ed esperimenti in idraulica agraria. Si dice che allo stesso Leonardo, infatti, si deve la progettazione dei primi canali irrigatori e della celebre “Roggia Mora”, un vero e proprio sistema di canalizzazione idrica artificiale che sfruttava l’acqua del fiume Sesia.

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Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a.....Cannolo di ricotta: il dolce legato alla tradizione sicilianaIl cannolo...
07/07/2026

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Cannolo di ricotta: il dolce legato alla tradizione siciliana

Il cannolo siciliano ha un sapore inconfondibile e ha reso famosa la Sicilia in tutto il mondo: le sue origini risalgono addirittura al 70 a.C.

di Sofia Dinolfo

Dolce a forma di tubo, ripieno di ricotta di pecora per tradizione: il cannolo siciliano è uno dei prodotti più conosciuti al mondo. Simbolo della pasticceria isolana, rappresenta una delle paste più apprezzate non solo a livello locale ma anche internazionale. Si tratta di un dolce che trova il suo inserimento anche nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (P.A.T.) tenuto dal Ministero delle politiche agricole e forestali. Pochi gli ingredienti di cui bisogna essere a disposizione, ma prepararlo non è semplice come sembra: non sempre in questi casi è possibile dire “buona la prima”. È l’esperienza sul campo la migliore aiutante per un ottima riuscita di un vero cannolo siciliano. Da Palermo a Caltanissetta, diverse le leggende legate alla sua invenzione.

Dalla Sicilia all’America: perché tutti conoscono il cannolo

Le origini del cannolo sono relegate al territorio siciliano ma ovunque se ne apprezza il profumo e il buon sapore. Oltrepassando lo Stretto di Messina, arrivando al Nord Italia, fino all’America, difficile trovare qualcuno che non conosca questo prodotto. Ciò in virtù di due motivi. Il primo è legato all’imponente fenomeno migratorio dei siciliani in altri territori della nazione e all’estero nel Dopoguerra. Il secondo si lega al primo ma con risvolti del tutto imprenditoriali: in molti hanno sfruttato le ricette tramandate dagli antenati e le proprie abilità - non scontate - nella sua preparazione, per realizzare dei punti vendita laddove nessuno lo conosceva. Vendute le prime paste, la buona pubblicità ha fatto il resto. E così facendo, negli anni questo dolce Made in Sicily è divenuto il simbolo delle tradizioni culinarie dell’isola.

Le origini del cannolo

Le prime notizie del cannolo siciliano si hanno dal lontano 70 a.C. Il primo a parlarne è stato Cicerone il quale raccontò che durante un viaggio sull’Isola rimase colpito da un “Tubus farinarius dolcissimo edulio ex lacte fartus”, appunto un dolce fatto di farina, a forma di tubo, ripieno di crema al latte. Questa era quindi la versione più antica del dolce che, col passare degli anni, si è perfezionata sempre più fino ai tempi recenti. Ma a chi si può attribuire la titolarità dell’invenzione del cannolo? In proposito ci sono due versioni: una legata alle origini nissene e una a quelle palermitane.

La leggenda legata a Caltanissetta

Sono molte le versioni secondo le quali il cannolo siciliano sarebbe stato lavorato per la prima volta a Caltanissetta, dalle monache di clausura ,partendo dalle tradizioni culinarie degli arabi. A questi ultimi viene infatti attribuita l’idea di mescolare lo zucchero con la ricotta. Sempre nel territorio nisseno si parla della presenza di numerosi harem popolati da tante donne, dedite alla preparazione di questi dolci per ingannare il tempo.

La leggenda legata a Palermo

Le ipotesi più accreditate sulla nascita di questo dolce trovano fonte dentro il convento di Santa Maria di Monte Oliveto a Palermo, a pochi passi dalla Cattedrale. Tutto sarebbe nato da uno scherzo che le suore mettevano in atto nei confronti delle novizie. Prendendosi gioco delle nuove arrivate, le più anziane riempivano delle vasche di crema alla ricotta e al posto dei rubinetti facevano trovare le scorze dei cannoli. Ed in effetti il termine cannolo nel dialetto siculo altro non è che il rubinetto.

Le diverse varietà di cannolo

Il cannolo, nella sua forma classica, è quello farcito con ricotta di pecora e arricchito alle estremità con granelle di mandorla, oppure gocce di cioccolato o, ancora, pezzi di ciliegia o scorze di arancia candite. Tocco finale, una spolverata di zucchero a velo vanigliato. Dalla farcitura tradizionale si passa poi a quelle più estrose come le varietà al cioccolato, alla crema pasticcera, alla crema di pistacchio e altre ancora. Insomma ogni maestro dell’arte dolciaria segue un modo proprio di realizzare questa pasta. Negli ultimi anni si è anche diffusa la rivisitazione di questo dolce con la tipologia del "cannolo scomposto”. In questo caso la cialda viene presentata in un piattino ridotta in pezzettini poggiati su un letto di ricotta.

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Scopri l'Italia con le Botteghe Oggi siamo a........Brunello di Montalcino: storia del tesoro della Val d'OrciaIl Brunel...
30/06/2026

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Brunello di Montalcino: storia del tesoro della Val d'Orcia

Il Brunello di Montalcino è una delle eccellenze vinicole italiane, un tesoro che affonda le sue radici nella Val d'Orcia e nelle verdi campagne toscane

di Claudio Schirru

Il Brunello di Montalcino è oggi una delle eccellenze dell'enogastronomia italiana. Questo tesoro vinicolo ha le sue radici storiche nella Val d'Orcia, in Toscana, dove tutt'ora viene prodotto secondo precise regole. Una regolamentazione e una storia che gli sono valse la denominazione DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) nel corso degli anni '80.

Un vino rosso i cui abbinamenti ideali si rivelano le carni rosse, la selvaggina, ma anche i formaggi più stagionati e dal gusto più strutturato. Non di rado accompagna piatti che annoverano tra gli ingredienti principali funghi e tartufi, come anche gli aperitivi dai sapori decisi. Il bicchiere raccomandato ha una forma ampia, per godere al meglio del suo profumo ricco e armonioso. Insieme al Barolo è annoverato tra i vini italiani più longevi.

Caratteristiche del Brunello di Montalcino

Il colore del Brunello di Montalcino è un rosso rubino intenso, tendente al granato. Tra le altre caratteristiche organolettiche spicca un odore rappresentato da un bouquet di spezie, ciliegie e geranio. Il sapore di questo vino è tannico, asciutto, armonico e robusto nonché persistente.

Completa il quadro una gradazione alcolica di 12,5 gradi, come previsto dalla disciplinare risalente al 1966. La temperatura di servizio raccomandata è compresa tra i 18 e i 20 gradi.
Storia del tesoro della Val d'Orcia

La produzione di vini in Val d'Orcia risale a diversi secoli fa, sebbene l'origine del Brunello di Montalcino sia ricondotta alla metà dell'Ottocento. Questo capolavoro deve la sua nascita al chimico, farmacista e agricoltore Clemente Santi, che intorno al 1820 iniziò a lavorare su alcuni vitigni locali. Nel 1865 imbottigliò il suo vino e lo sottopose nel 1869 al giudizio degli esperti presenti alla Fiera Agricola di Montepulciano.

Quel suo primo imbottigliamento ufficiale denominato "Vino rosso scelto (Brunello) del 1865" ricevette due medaglie d'argento, primi riconscimenti dei molti futuri assegnati a queste produzioni. Tra questi anche diversi premi italiani e internazionali ricevuti tra Firenze, Londra e Parigi.

Il termine Brunello veniva allora utilizzato dalla popolazione di Montalcino, in provincia di Siena, per identificare le uve di quei luoghi, ritenendo erroneamente che si trattasse di vitigni particolari. Dopo anni di analisi la Commissione Ampelografica della Provincia di Siena concluse, nel 1879, che si trattava in realtà di uve varietà Sangiovese.

Fu da allora che con il termine Brunello venne identificato non un particolare vitigno, quanto una produzione vinicola geograficamente legata alla zona compresa tra i fiumi Asso, Ombrone e Orcia. Quei primi successi da parte della storica famiglia Biondi Santi spinsero le altre famiglie possidenti della zona a intraprendere l'avventura vitivinicola, dando vita ai loro personali vini. Produzioni che assunsero caratteristiche leggermente differenti tra loro, anche in virtù delle varie zone geologiche da cui è composta l'area di Montalcino.

Si contano oggi almeno 250 cantine vinicole che producono Brunello di Montalcino con uve Sangiovese in purezza. Si stima che vengano immesse sul mercato circa 6,5 milioni di bottiglie ogni anno. Affinché venga riconosciuto il marchio DOCG ciascun Brunello dovrà rispettare alcune specifiche norme disciplinari, tra le quali:

utilizzo di sole uve Sangiovese provenienti da vitigni locali;
i terreni di coltivazione delle viti devono aver avuto origine tra il Cretaceo e il Pliocene;
densità massima di impianto pari a 4 000 ceppi/ha;
titolo alcolometrico volumico totale minimo del 12%;
titolo vino 12,5%;
commercializzazione a partire dal 1 gennaio successivo al quinto anno dopo la vendemmia (invecchiamento minimo in contenitori di rovere, due anni);
per l'utilizzo del termine "Riserva" la commercializzazione non deve avvenire prima di sei anni dalla vendemmia.

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26/06/2026

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Dalle mondine al riso biologico: storia delle risaie del Vercellese

Nelle risaie del Vercellese si concentra metà della produzione italiana di riso: ecco le tappe salienti della loro storia, iniziata diversi secoli fa

di Teresa Barone

Nel territorio compreso tra Vercelli e Novara si coltiva la metà della produzione di riso italiana. È proprio in questa zona pianeggiante del Piemonte, infatti, che hanno sede la maggior parte delle aziende risicole nazionali grazie alla presenza di numerosissimi canali, fondamentali per la coltivazione di questo cereale.

Vercelli, in particolare, viene considerata la “Capitale europea” del riso, in virtù della copiosa produzione ma anche della varietà di tipologie di riso che è in grado di offrire. Questa zona, inoltre, è nota per gli straordinari paesaggi generati proprio dalle tecniche di coltivazione del riso, che trasformano la campagna in ogni stagione.

La storia delle risaie del Vercellese inizia in tempi antichi, secoli prima dell’avvento delle mondine che sono subito diventate il simbolo della lavorazione del riso, protagoniste di numerose battaglie sociali.

Il duro lavoro delle mondine

Il compito delle mondine era quello di mondare (pulire) le risaie dalle erbacce durante il periodo di allagamento del campo, tecnica che permetteva di proteggere le piantine dallo sbalzo di temperatura. Un’occupazione stagionale molto faticosa, che ha impegnato centinaia di donne fin dalla fine del XIX Secolo: consisteva nello stare chine sulle piante, con le gambe immerse nell’acqua fino alle ginocchia, dotandosi solo di un cappello a tese larghe per proteggersi dal sole e da lunghe calze di cotone.

Le mondine arrivavano nel Vercellese anche dalle altre regioni del Nord, come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, trascorrendo l’intera stagione sul territorio. Furono proprio le condizioni di lavoro estremamente pesanti a generare un comprensibile malcontento, che portò a numerose ribellioni e agitazioni ai primi anni del Novecento. Solo a partire dagli anni ’60 le mondine sono state progressivamente sostituite con sistemi diserbanti meccanici.
Le risaie Vercellesi oggi:

innovazione e sostenibilità

La risicoltura Vercellese oggi è fortemente orientata alla sostenibilità e improntata sulle tecniche di coltivazione biologica, come dimostra la nascita nel maggio 2021 del “Biodistretto del riso” nel cuore della Baraggia, tra le province di Vercelli e Biella: è un’associazione che promuove la produzione biologica e la biodiversità agraria, creata da un gruppo di agricoltori bio attivi per favorire la coltivazione di antiche varietà di riso e di nuove tipologie sostenibili per l'ambiente.

La risicoltura in questa zona, inoltre, si caratterizza anche per l’adozione di nuove tecnologie innovative che convivono in perfetta armonia con la tradizione agricola locale.

Origine della risicoltura a Vercelli

Nel lontanissimo 1123, un gruppo di monaci cistercensi giunse nel Vercellese dalla Borgogna fondando l’Abbazia di Santa Maria di Lucedio e dando vita alla coltura del riso, resa possibile dalle grandiose opere di bonifica. Intorno all’Abbazia sono successivamente nate le cosiddette “Grange”, antiche case rurali che con il passare dei secoli sono diventate moderne aziende agricole.

La storia delle risaie del Vercellese si intreccia anche con il genio di Leonardo Da Vinci. Nel corso del XV Secolo, infatti, ricevette l’incarico da parte di Ludovico il Moro di trovare una soluzione per l’irrigazione delle risaie, in virtù dei suoi studi ed esperimenti in idraulica agraria. Si dice che allo stesso Leonardo, infatti, si deve la progettazione dei primi canali irrigatori e della celebre “Roggia Mora”, un vero e proprio sistema di canalizzazione idrica artificiale che sfruttava l’acqua del fiume Sesia.

Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a..... Bassano del Grappa, la tradizione degli asparagi bianchiGli asparagi b...
23/06/2026

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Bassano del Grappa, la tradizione degli asparagi bianchi

Gli asparagi bianchi sono una tipicità Dop di Bassano del Grappa: una tradizione divenuta eccellenza italiana, tra antiche usanze e una mistica leggenda

di Angela Leucci

Bassano del Grappa è una città con una lunga storia, tanta cultura e bellezze che spaziano da quelle naturali a quelle costruite dalla mano dell’uomo. Viene chiamata anche città degli Alpini, per via della lunga tradizione legata a queste truppe dell’esercito italiano. Qui esiste anche un ponte degli Alpini, situato tra le due rive del Brenta, progettato nel XVI secolo da Andrea Palladio, dopo che il ponte di legno preesistente, che tanto era stato al centro della storia locale, venne incendiato e distrutto dall’esercito francese.

Come per molti luoghi in Veneto, Bassano è stata d’importanza cruciale nella Storia d’Italia per via della sua posizione strategica. Dal Medioevo alla Seconda Guerra Mondiale, popoli e dominazioni si sono avvicendati, battaglie sono state combattute, e la Storia si è tradotta in visibili testimonianze architettoniche, fatte di palazzi gentilizi, pregevolissimi edifici religiosi, ma anche edifici militari.

Tuttavia quando si parla di Bassano del Grappa, un centro fiorente nei campi della cultura e del turismo, non si può tralasciare anche la sua vocazione agricola, evidente in diverse colture tipiche e in un'industria devota alla trasformazione alimentare. Tra le colture tipiche ce n’è una particolarmente famosa: si tratta dell’asparago bianco di Bassano.

Cos’è l’asparago bianco di Bassano

L’asparago bianco è un ortaggio tipico del Mediterraneo dalle origini antiche. Iniziò a essere coltivato a Bassano nel XIII secolo. L’asparago di Bassano possiede delle misure specifiche (diametro centrale di 10 millimetri, lunghezza tra 18 e 22 centimetri), ma ciò che lo distingue da altri asparagi bianchi sono il sapore agrodolce e le spaccature trasversali, che ne mettono in evidenza la particolare tenerezza. Dal 2007 ha ottenuto la certificazione Dop: per sapere se gli asparagi vengono da Bassano, basta notare se sono dotati di un’etichetta con il Tricolore e di un numero seriale che rimarca l’esclusività del prodotto.

La tradizione dell’asparago bianco

È affascinante come gli asparagi di Bassano del Grappa abbiano un fascino casalingo. Sono infatti raccolti e tagliati manualmente, riuniti in mazzi per la vendita, legati insieme con un succhione di salice. La raccolta avviene tra il giorno di san Giuseppe, il 19 marzo, e Sant’Antonio da Padova, il 13 giugno.

In cucina esistono diversi piatti tipici locali che ne valorizzano il gusto, dai più comuni asparagi lessi (cotti rigorosamente in verticale) fino a risotti, lasagne, vellutate che vedono gli asparagi bianchi protagonisti di ogni piatto. Molto diffusi e amati sono anche gli asparagi bianchi con le uova, un piatto che è ritratto nel dipinto “La cena di Emmaus” di Giovambattista Piazzetta.

Gli asparagi con le uova si preparano bollendo gli asparagi in un pentolino stretto, in modo da lasciarne scoperta dall’acqua la punta. Vengono bollite anche le uova, che vengono sminuzzate e impiattate insieme agli asparagi. Il tutto è condito con pepe, sale, olio di oliva e aceto.

Le leggende sull’asparago bianco

La vulgata vuole che gli asparagi bianchi siano stati portati a Bassano del Grappa da sant’Antonio da Padova: il santo voleva intenerire, prendendolo per la gola, Ezzelino da Romano, condottiero locale detto Il Terribile per via della sua crudeltà. Al suo ritorno verso Padova, il religioso disseminò poi le siepi con semi di asparago per diffonderne la coltura.

Secondo un’altra leggenda, gli asparagi bianchi furono scoperti dai contadini bassanesi nel XVI secolo: dopo una grandinata, le punte degli asparagi furono distrutte e vennero consumate solo le parti interrate di quest’ortaggio, che erano rimaste bianche poiché sottoterra e quindi impossibilitate a completare la fotosintesi clorofilliana.

Scopri l'Italia con le Botteghe.Oggi siamo a.....Casoncello, una tradizione di famiglia della Val BrembanaIl casoncello ...
19/06/2026

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Casoncello, una tradizione di famiglia della Val Brembana

Il casoncello è uno dei piatti simbolo di Bergamo e della Val Brembana: dalle origini povere, ma non per questo prive di gusto, è oggi una delle ricette più amate e richieste

di Elena Riceputi

Le tradizioni culinarie nelle valli bergamasche sono ancora vive e molti sono i protagonisti della tavola che racchiudono sapori da tutelare, ma soprattutto da gustare. Cibi semplici, genuini e appetitosi, alcuni così gradevoli da assaporare ancor prima che siano pronti, dall’aroma ricco e simbolo di una cucina casalinga e autentica.

Una cucina dedicata ai cosiddetti cibi poveri, dove il sapore è predominante, con tipicità ben determinate dal territorio: un perfetto esempio sono i casoncelli, simbolo della gastronomia della Val Brembana. Scopriamoli con la ricetta di VisitBrembo.

Origini del casoncello bergamasco

I casoncelli, o Casonsèi in dialetto, sono un primo piatto tipico della cucina bergamasca: una pasta ripiena nata, pare, il 13 maggio 1386, in Città Alta a Bergamo. Occasione nella quale in città - ornata con drappi e panni di lana per inaugurare la nuova Signoria di Gian Galeazzo Visconti, che aveva liberato Bergamo dal tiranno Bernabò Visconti - furono serviti più di trecento piatti da portata di casoncelli.

Ancor oggi in tutto il territorio bergamasco se ne possono gustare varie tipologie perché, si sa, ogni famiglia, ogni ristorante, ogni cuoco ha la sua ricetta, che naturalmente considera la migliore. La loro origine, però, sembra ancora più antica e trova testimonianza in alcune citazioni di manoscritti bergamaschi.

Casoncello, il piatto "antispreco" delle famiglie brembane

Prezioso scrigno di pasta fresca ripiena, il casoncello nasce come piatto povero, con l’utilizzo di meno uova nell’impasto, un ripieno realizzato con ciò che veniva avanzato - come formaggi o ingredienti di recupero, quali il pangrattato - e un condimento semplice a base di b***o e salvia.

In Valle Brembana, soprattutto nella zona alta, amaretti e uvetta non erano ingredienti del ripieno, ricco invece di pangrattato, formaggio, brodo vegetale, quando possibile carne: cibi presenti anche nelle famiglie meno agiate. Basti pensare a come, una volta, la gente delle valli e dei territori montani viveva in simbiosi con i tempi e con i cibi che la terra e gli animali offrivano, per poter avere anche oggi un’idea degli ingredienti del ripieno. Mai una famiglia dell’Alta Valle Brembana, avendo a disposizione degli amaretti, li avrebbe sbriciolati e amalgamati nel ripieno, bensì questi biscotti sarebbero divenuti la portata di attesa di un pranzo festivo in famiglia.

Due anche le principali versioni di condimento: il semplice ma saporito b***o e salvia - due ingredienti reperibili tutto l’anno - e quello più ricco con b***o, salvia e pancetta. È inoltre diversa la forma della pasta fresca, stesa più o meno sottile, e che assume una curiosa forma a mezza luna, a fazzoletto o a caramella. Anche nella preparazione della forma, l’ingegno di alcune famiglie brembane le ha portate a tagliare rettangoli di pasta nei quali richiudere il ripieno, per evitare lo scarto dato da una forma circolare.

Il casoncello oggi

I casoncelli li ritroviamo sia nella cucina “nobile” sia in quella “popolana” e a Bergamo è stata istituita nel 2016 la festa del Casoncello. Da piatto “da festa” a cibo conviviale in occasione di sagre e feste popolari, fino a diventare il primo piatto in numerosi menu tipici del territorio brembano e bergamasco. Il casoncello rappresenta un piatto imperdibile: racconta un pezzo di storia del territorio, della tradizione della sua gente.

Indirizzo

Via Molini 61
Lonato
25017

Orario di apertura

Lunedì 05:00 - 21:30
Martedì 05:00 - 21:30
Mercoledì 05:00 - 21:30
Giovedì 05:00 - 21:30
Venerdì 05:00 - 19:00

Telefono

+390309130078

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