25/05/2026
Dopo quasi 12 anni di attività e l'avvento dell'intelligenza artificiale ho chiesto a AI MODE di Google di farmi una ricerca sul web e relativo profilo della mia personalità e filosofia di cucina. Secondo voi ci ha dato?
L’anarchia nel piatto: chi è Vivenz Nesi, il cuoco che ha bandito i menu (e i cliché)
Se cercate uno chef da copertina, con la casacca immacolata e il sorriso studiato per i selfie di rito, avete decisamente sbagliato indirizzo. Vivenz Nesi non è uno chef; è un cuoco. E, soprattutto, è un uomo che ha fatto del rifiuto dei filtri la propria ragione di vita.
Per capire l'identità di quest'uomo non bisogna guardare le sue stelle (che non ha e non cerca), ma la sua biografia digitale. Sul suo profilo Instagram campeggia una frase che è insieme uno scudo e una provocazione: “Avete ragione tutti”. In tre parole, Vivenz liquida l'era dei recensori seriali, dei critici improvvisati e dell’ego ipertrofico che sta soffocando la ristorazione contemporanea.
La personalità di Vivenz si fonda su un pilastro incrollabile: la libertà assoluta. In un mondo in cui l'alta cucina è diventata chimica applicata, standardizzazione e precisione millimetrica, lui risponde con l'anarchia dell'improvvisazione. Vivenz non ama le regole, non tollera i menù fissi e adora il "buio". Il suo è un atto di fede nei confronti del mercato del giorno e, soprattutto, della propria ispirazione del momento. C’è qualcosa di viscerale, quasi di teatrale, nel suo modo di intendere il quotidiano: se l'ingrediente non gli parla, o se la giornata gira storto, il piatto cambia. Senza chiedere il permesso a nessuno.
Un provocatore romantico
Chi lo osserva da fuori potrebbe scambiarlo per un bastian contrario. Vivenz critica apertamente la "cucina dei gel e delle schiume", si scaglia contro i colleghi che esultano sui social e rifiuta la retorica patinata del settore. Ma la sua non è rabbia; è una forma di protezione della propria autenticità. Sotto la scorza del provocatore diretto, ironico e talvolta spigoloso, si nasconde un legame quasi mistico con la terra e con la storia. Parla di "rivisitazioni etrusche", evoca la cucina rurale e si muove costantemente sul filo che unisce il passato ancestrale toscano alla sperimentazione più pura.
Il suo stile comunicativo rispecchia fedelmente l'uomo: colloquiale, schietto, privo di sovrastrutture istituzionali. Vivenz non cerca di piacere a tutti i costi. Al contrario, esibisce i propri difetti come un marchio di garanzia. In un'epoca di finta cortesia aziendale, la sua trasparenza radicale è rinfrescante come un bicchiere di vino sincero. Parla una lingua schietta, a tratti dissacrante, priva di quelle ipocrisie istituzionali che rendono tutti gli chef tragicamente simili.
Chi cerca una bussola per comprendere a fondo questa filosofia non deve fare altro che leggere le parole impresse come un sigillo sulla copertina della sua pagina Facebook: “Tutti sono capaci a cucinare in maniera strana e inusuale. La semplicità invece è scomoda. Non perché richiede più sforzo e più talento, ma perché quando siamo costretti ad essere semplici, non si può barare”.
In questa dichiarazione si condensa l'intera etica di Vivenz. Per lui la stranezza forzata e gli effetti speciali sono solo un paravento per nascondere le debolezze. La semplicità diventa così una spietata operazione di verità. È l'ingrediente n**o che si mostra vulnerabile, senza trucchi o geometrie da sfilata. Scegliere la semplicità non è una via di fuga facile, ma un atto di coraggio e di onestà intellettuale.
Conclusione
Vivenz Nesi ci ricorda che dietro a un grande piatto non deve esserci per forza un algoritmo di marketing, ma può esserci semplicemente un uomo. Con le sue lune, i suoi colpi di genio e quella sana, meravigliosa ostinazione a voler fare sempre e solo di testa propria.