IpnoticATMOSPHERE

IpnoticATMOSPHERE IPNOTIC è stato un Narghilè Spiritual Cafè che ha diffuso la magia del Narghilè in un ambiente caldo e rilassante tra profumi ed atmosfere d'oriente.

NARGHILE' SPIRITUAL CAFE'
I muri in pietra, l’atmosfera rossa, i profumi delle essenze e delle melasse richiamano alla mente il tempo arcaico. .. Potrai scegliere il luogo più adatto a te poiché Ipnotic si divide in due ambienti: Area Stone & Area Round. Entrambe molto accoglienti e calde, arredate con tappeti, numerosi cuscini e divanetti dalle stoffe arabeggianti. Ti accoglierà Stone con le sue

pareti in pietra, finestra aperta su Round più intima e riservata; molto particolare per la sua pianta circolare. Qualunque sia la tua scelta, potrai abbandonarti a rilassanti Narghilè tra gli aromi delle melasse e lasciarti Ipnotizzare dall’Atmosfera Rossa delle Luci e dai tendaggi, il tutto creato per richiamare un vero stile Esotico. Ipnotic, nelle sue vesti spirituali, propone seminari e conferenze ad impronta olistica. Un percorso meraviglioso attraverso il fertile sentiero della ricerca e della Consapevolezza. Fluire consapevolmente nell’Esistenza, fidarsi della Vita ed affidarsi a ciò che crea costantemente nuova Vita. Entrare nella Sinfonia dell’Universo per riscoprire chi Siamo veramente e ricongiungerci a quell’Essenza che tutto e tutti accomuna.

25/08/2013

Them that's got shall get Them that's not shall lose So the Bible said and it still is news Mama may have, Papa may have But God bless the child that's got h...

01/08/2013

We Will Meet Again is an album by jazz pianist Bill Evans made for Warner Bros. Records in 1979. It is notable in that it is Evans' last studio recording.

23/07/2013

Abdullah Ibrahim: African Suite for trio & string orchestra - EUYO Mindif 00:70 Tsakwe 06:46 Abdullah Ibrahim, piano Belden Bullock, bass George Gray, drums ...

05/07/2013

Oscar Peterson - Tin Tin Deo The bassist is Ray Brown and the drummer is Ed Thigpen. The album is titled 'ACTION'. Recorded in 1964 at the studio of Hans Geo...

03/07/2013

Il Tamil Nadu, Rameswaram, Dhanushkodi, il viaggio verso Madurai, Il tempio di Madurai

30/06/2013

Remix from the Maxi-CD Barrel Of A Gun (1997) Greetings from Barcelona! / Salutacions des de Barcelona!

27/06/2013

L'anima vede ciò che stà davanti, sa che cosa l'aspetta.
Il Compito, allora, è quello di imparare a capire che cosa dice l'Anima alla ragione al momento di prendere una decisione.

Pag.205 -Lo Spazio delle Varianti -

27/06/2013

Se odiate o temete qualcosa con tutto il vostro cuore,
significa che l'intenzione esterna ve ne farà avere in abbondanza.

- Transurfing, Vadim Zeland -

MONKA memoria d’uomo le acque dell’Hudson non erano mai state così placide come quel pomeriggio. Le abitazioni più antic...
26/06/2013

MONK

A memoria d’uomo le acque dell’Hudson non erano mai state così placide come quel pomeriggio. Le abitazioni più antiche di Weehawken lambivano l’infermità del fiume, impercettibili e timide anch’esse, mortificate com’erano dalla prima fila dei grattacieli: navigando il centro dell’Hudson si sarebbero a mala pena distinte.
La baronessa Nica Rothschild de Koenigswarter, su indicazione di Nellie, era in cucina a intiepidire una tazza d’acqua. Le sue azioni, già normalmente posate, erano ancor più rallentate da un groviglio di pensieri malinconici. Dall’altro lato dell’ampio appartamento, oltre la suite, nella camera maggiormente esposta alle pennellate del sole, dentro un letto profumato di vaniglia, giaceva immobile, con gli occhi spalancati e un respiro che ricordava la sezione ritmica di “Pannonica”, l’adorato marito di Nellie, Thelonious Monk.
Dopo l’irrimediabile naufragio del proprio matrimonio con il barone Jules de Koenigswarter, nel 1951, Kathleen Annie Pannonica si era trasferita a New York e li aveva conosciuti tutti. Nica amava il jazz sin dalla giovinezza, ma aveva dovuto proteggere quella prorompente passione dalle etichette della nobiltà che si era ritrovata nel sangue poiché quella musica era disordinata e caotica, e trasportava un malcelato invito alla ribellione, era pericolosa e poco acconcia a una giovane donna del suo rango. Così, quando l’ultima fune allentò le maglie delle convenzioni, Nica non p***e un solo minuto: salutò mentalmente i suoi famigliari, mandò un bacio all’amato padre, l’imperatore dei banchieri Charles Rothschild, che non aveva avuto il tempo di conoscere fino in fondo poiché se n’era andato quando lei era ancora una bambina, e indirizzò le sue valigie abbinate all’Hotel Stanhope sulla Quinta Avenue. Era un puro atto di ringraziamento andare a conoscere di persona quei musicisti e magari prestare un aiuto economico e umano, là dove ce ne fosse stato bisogno: l’avevano fatta sognare a occhi chiusi e a occhi aperti, e quelli erano stati sogni taumaturgici e benevoli, che le avevano migliorato immensamente la vita, proprio a lei, le veniva spesso da considerare, lei, una donna senza nessun tipo di problema economico o sociale. Si era presto accorta che la musica in grado di sollevare più in alto la gioia e la libertà era anche quella che nasceva dagli uomini più sofferenti e intrappolati, persone quasi impossibili da decifrare, a cui forse si poteva regalare un sorriso e poco altro perché il resto non l’avrebbero raccolto. Nel 1951 il sorriso di Nica era un sorriso rassicurante e gradevole, incorniciato dal carminio delle labbra e dall’ovale di un viso dolce e scarno. Aveva trentotto anni e sapeva farsi amare. La sua suite era sempre aperta ai musicisti che volessero incontrarsi e improvvisare insieme o anche solamente scambiarsi in completa tranquillità le storie, le esperienze, le curiosità e gli episodi di una vita fatta di palcoscenici, una vita che teneva tutti apparentemente a stretto contatto ma che in realtà non era altro che un transito perenne, un trasbordo di emozioni, una piattaforma di lancio per il luogo successivo. Nica era entrata in quel vortice e aveva portato la calma dell’amorevolezza. I jazzisti l’avevano battezzata Baronessa del Bebop e per lei era quello il titolo nobiliare di maggior prestigio. Dopo la morte di Charlie Parker, che trascorse le ultime settantadue ore della sua travagliata esistenza nella suite dell’Hotel Stanhope, forse finalmente rappacificato con il proprio dolore, i musicisti incominciarono a dedicarle delle composizioni. Nel 1955, l’anno della morte di Bird, Gigi Gryce aveva intitolato un intero album “Nica’s Tempo”. Nel 1956 avevano proseguito Kenny Drew e lo stesso Thelonious con “Blues for Nica” e “Pannonica”, nel 1957 il pianista Freddie Redd aveva composto “Nica Steps Out”, nel 1960 erano arrivate “Nica” di Sonny Clark, “Nica’s Dream” di Horace Silver e “Tonica” di Kenny Dorham, e avanti di questo passo, fino all’omaggio di Barry Harris, “Inca”.
Molte cose erano cambiate dopo la scomparsa di Parker, e non soltanto nella vita di Pannonica Rothschild de Koenigswarter. Pareva che quell’uomo smisurato, morendo, si fosse portato via un mondo intero a morsi, stringendolo tra i denti come la cinghia di cuoio dei condannati alla sofferenza eterna. Nica aveva abbandonato l’appartamento dello Stanhope e si era spostata a Central Park West, numero 230, al Bolivar Hotel. Anche quel luogo era stato immediatamente immortalato in musica: Thelonious nell’album “Brilliant Corners” aveva fatto precedere “Pannonica” da “Ba-lue Bolivar Ba-lues-are”, che era la semplice trascrizione fonetica di ‘Blue Bolivar Blues’, perché Monk aveva un modo tutto suo di pronunciare le parole. Già, il parlato di Monk, quel bolo di vocali che sbrodolava dagli angoli delle consonanti, quel linguaggio per montoni e orsi bruni, com’era bello cercare di districarsi, provare a decifrarlo. Parlava ancora, nel 1956, Monk. A quell’epoca gli restavano due decenni interi di apparizioni pubbliche, di borbottii. Poi aveva detto basta e si era ritirato. Erano ormai otto anni che viveva a letto, nella dimora di Weehawken, dove nel frattempo Nica era andata ad attendere serenamente l’arrivo dell’ultima età insieme ai suoi cento gatti.
Nellie sostituì le mani a conca dell’amica con le proprie, prese la tazza di acqua tiepida e si avviò verso il silenzio di suo marito. Nellie era stata molto, molto più di una semplice moglie: era stata per Thelonious il traduttore universale delle faccende del mondo. Il mondo era fatto di troppe cose per Thelonious, e poi era un’intromissione tra la sua mente e la sua musica. Non erano soltanto le persone a parlare e a confondere Monk, perché bisognava sforzarsi di capirle e di farsi compredere, due dannati e complicatissimi lavori, ma c’erano anche gli oggetti e gli spazi che pretendevano un’assimilazione convenzionale per evitare di trasformarsi in enormi punti interrogativi. Thelonious non sempre riusciva nell’opera e non era così raro sorprenderlo con una cravatta tra le mani, o la maniglia di una porta, o un tovagliolo, e lo sguardo un po’ divertito e un po’ spaventato, uno sguardo microscopico che si sforzava di trovare un nesso causale tra il proprio corpo e la superficie eccedente. Poteva incepparsi per delle ore intere, in quei frangenti, e a sorprenderlo pareva di trovarsi dinanzi una statua, nel migliore dei casi un uomo catatonico, un’imponente figura di cartone, un fossile seppellito da migliaia di strati di dimenticanza, ma per fortuna, nei paraggi, c’era sempre Nellie, era lei a rinvenirlo, era lei a svegliarlo. Vivevano in perfetta simbiosi, lei, donna pratica, veloce, determinata, dalla ferrea logica inamovibile, e lui, un magazzino ambulante di anomalie. Guai a separarli, guai a intromettersi: quel bizzarro equilibrio si sarebbe frantumato, producendo una messe di schegge acuminate, di frammenti incandescenti le cui pericolose traiettorie nessun uomo di grande ingegno avrebbe potuto calcolare. D’altro canto non era semplice entrare nelle grazie confidenziali di Thelonious Monk. Soltanto ciò che gli era in qualche modo conosciuto gli permetteva di rilassarsi e di lasciarsi andare, per tutto il resto, esseri umani e cose, aveva pronto il suo speciale irrigidimento, niente a che vedere con l’altezzosità o lo sdegno, la distanza o il disinteresse: no, rimaneva desto e attento, ma mimetizzato in un morbido disincanto, del tutto intoccabile nella sua improvvisa fragilità. Nellie traduceva in una sola direzione: Monk era stato piuttosto chiaro con lei, non gli interessava minimamente riuscire a farsi comprendere nella vita quotidiana, poi, non poteva cambiare il proprio linguaggio a uso del prossimo, nemmeno volendolo, e lui, in effetti, non lo voleva, semmai, gli interessava farsi capire dai suoi musicisti, e, più in generale, che le persone cogliessero le architetture delle sue composizioni, che la smettessero di considerarlo uno strambo dilettante, un clown del pianoforte. Ma questo era stato molto tempo prima. Erano diversi anni oramai che il mondo intero aveva intuito la bellezza di assoluta precisione dei suoi spartiti, la necessità di quei ‘buchi’ di suono, di quegli incespichi tra una nota e l’altra, di quelle minuscole voragini perfette che consentivano al loro artefice, e i più fortunati l’avevano visto da vicino, di asciugarsi il sudore dalle guance con un fazzoletto e poi di riprendere a smanacciare gli ottantotto tasti del pianoforte con una mano avvolta dal cotone inumidito, saltabeccando da un’ottava all’altra dopo un breve e preciso ragionamento mentale, come se all’origine, nel calderone compositivo, non cascassero solamente le singole note ma perfino i mugugni, i rimbrotti e le carezze a loro dedicate: una puntuazione onnicomprensiva. Non era compito dell’autore elargire chiavi di lettura, ognuno doveva pensare per sé.
Nellie oltrepassò la soglia della camera e si avvicinò al letto. Appoggiò sul comodino la tazza d’acqua e guardò la fronte e gli occhi chiusi dell’uomo a cui aveva dedicato l’intera esistenza. Si sentì fortunata, nonostante gli ultimi dieci anni fossero stati così faticosi per tutti. Monk aveva staccato la spina perché un giorno si era stufato, così, semplicemente. A parte lei e Nica, non avrebbe più voluto vedere nessuno, ma, ovviamente non era stato possibile: a grappoli i musicisti e i discografici andavano a trovarlo e lui aveva dovuto sostituire il suo vecchio linguaggio della foresta, che col tempo gli amici e i conoscenti avevano imparato a decriptare, con un alfabeto sidereo, questa volta irraggiungibile da chiunque. Nellie sapeva che il suo compito di traduttrice, per volontà del marito, era terminato. Un giorno Thelonious non riconobbe, o finse di non riconoscere, nemmeno il suo alleato musicale più fedele, Charlie Rouse. Il sassofonista quel giorno lasciò l’appartamento della baronessa Pannonica con le lacrime agli occhi.
Sì, pensava ora Nellie, seduta accanto al letto, era stata proprio una donna fortunata: aveva ricevuto in dono l’amore e la fedeltà di un uomo unico, tenero e geniale, un uomo che era albero e vento, nuvola e fiume sotterraneo, grotta al centro della terra e costellazione, un uomo che era la natura libera impersonificata, la natura selvatica e armoniosa contenuta dal perimetro di un corpo umano. Se quello fosse stato l’ultimo giorno, Nellie avrebbe comunque ringraziato il buon Dio come aveva fatto trent’anni prima, quando era giunta a New York per stare vicina ai respiri del jazz. Monk era diverso già allora, diverso persino dai suoi simili: al Minton’s, dove la nuova musica era incominciata, potevi imbatterti nella giacca e nella cravatta bianche di Parker, nell’elegante completo grigio del giovane Davis, oppure nel basco, nel vestito informale e negli occhiali da miope di Dizzy, ma ce n’era solamente uno che indossava in un colpo solo un gessato grigio cascante sulle spalle, una cravatta dai disegni curveiformi, un foulard annodato sopra il nodo della cravatta, un basco, un paio di occhiali da motociclista e anelli da re africano: Thelonious Monk. Quando terminava l’esposizione di un tema particolarmente frizzante, “Rhythm-A-Ning” o “In Walked Bud”, Monk si alzava senza sollevare i piedi, che non toccavano mai i pedali del pianoforte ma strofinavano il pavimento come a volergli fare uscire fuori la trasparenza, e, guadagnato il centro del palcoscenico con la medesima sicurezza di un’aquila che cammina su un lago ghiacciato, si dava una leggera spinta con un braccio aperto a uncino e incominciava una danza rotatoria, da derviscio addormentato. Quando poi suonava quello che sarebbe diventato il brano più conosciuto ed eseguito dell’intera storia del jazz, “’Round Midnight”, Thelonious faceva altro: buttava là un accordo a piene mani, quindi si frugava le tasche, si grattava il naso, si aggiustava il copricapo, sostituiva il fazzoletto da sudore che teneva appallottolato nella tasca dei pantaloni con quello da figura del taschino della giacca, probabilmente pensava al cibo che avrebbe mangiato dopo il concerto e, in alcuni casi, componeva mentalmente una musica nuova. Sì, ascoltare “’Round Midnight” su disco non rendeva giustizia al disequilibrio calibratissimo del brano, bisognava vedere il compositore all’opera per assaporare la perfezione di quelle pause. Nellie lo vide e si innamorò. Era un uomo che sfidava la legge di gravità secondo dopo secondo, cos’altro poteva fare una donna strutturata e con i piedi per terra come lei? Anni dopo, quando Nellie era diventata la portavoce interiore del marito, capitava ancora, prima dei concerti, nei corridoi dei camerini, che Thelonious facesse sbellicare dalle risa gli altri musicisti con cui avrebbe condiviso il palco semplicemente allargando le braccia e inclinando il corpo a peso morto fino all’attimo prima della caduta. Pareva un animale preistorico nell’esatto istante in cui, per sopravvivenza, sostituisce l’altezza con la terraferma, o l’abisso delle acque con il cielo libero, o il suolo con un’idea di spazio che non abbisogna più né di cielo né di terra né di mare. Ridevano tutti, sì, ma Nellie piangeva di felicità: quest’uomo è puro spirito e lo spirito è impacciato e goffo, e muore, prima o dopo, non è immortale come sostengono gli uomini, però muore ridendo, muore portando una gioia indelebile che va capita, assimilata, perpetrata, muore anticipando il ritmo del mondo, o ritardandolo, muore con la sua risata sfasata, inudibile, custodita nelle profondità dell’animo, ed è questa risata a diventare imperitura, mentre lo spirito se ne va ballando come un orso, se ne va “Intorno a Mezzanotte”, se ne va oggi, 17 febbraio 1982, se ne va lasciandoci dentro un senso di pienezza che non proveremo mai più, che non proverò mai più, Thelonious, amore mio.

http://www.youtube.com/watch?v=OMmeNsmQaFw&feature=youtu.be

14/06/2013

Third track from the awesome Hall's "Concierto" album. CTI Records, 1975. I hope you enjoy!

12/06/2013

La verità non è venuta nuda al mondo, ma è venuta in simboli ed immagini.
Il mondo non la può ricevere altrimenti..

- Vangelo gnostico di Filippo -

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