03/05/2026
IL VERO SENSO DELLA RISTORAZIONE
“Ti rendi conto? Sono passati vent’anni!”
La voce di Jan, in perfetto italiano, ha un lieve timbro sorpreso che tradisce il suo accento fiammingo.
Jan parla sei lingue, ha letto da adolescente tutto Proust in francese, ha diretto, trentenne, il più importante festival di musica barocca, ad Utrecht.
Secondo me, è nato così.
Lo immagino, mentre mi parla, bambino prodigio con una pagella di tutti dieci.
Io, quando ero ragazzo, mi hanno portato a Milano per capire che cosa c’era, nella mia testa.
Dal mio profilo è uscito che avrei potuto far musica, o dedicarmi alla pastorizia.
Siccome in musica ero negato, per anni ho lavorato in campi e vigneti.
Insomma: ho zappato.
E poi, un giorno sono fuggito.
Volevo conoscere il mondo, volevo incontrare altra gente, ma sono pigro.
Così, invece che viaggiatore, mi sono ritrovato ad essere oste.
Per sbranare, come un immobile ragno, le variopinte storie di mosche.
E, in una notte di queste, entrò Jan con le sue partiture barocche.
Il predatore divenne la preda e, non so ancora come, due anni dopo mi ritrovai con la mia brigata a spadellare per centinaia di persone, tra pubblico e artisti, per il suo festival a Utrecht.
Jan e io avevamo chiaro il progetto: creare una autentica trattoria italiana dentro il teatro.
La Trattoria Ipermestra, citazione di Jan in omaggio ad un’opera di Francesco Cavalli, a me ignoto (Carneade, questo sconosciuto).
Volevamo creare un rifugio, far sedere allo stesso desco pubblico e artisti.
E, nel creare la nostra tela come due ragni, non ci siamo accorti di diventare due personaggi da libretto di opera, Leporello e Don Giovanni.
Il servitore che vorrebbe fare il gentiluomo, il gentiluomo che adopera il servo per i suoi guadagni.
I guadagni di Jan erano metafisici e filologici: ricreare l’aura di un tempo passato.
Risuscitare il teatro barocco con le sue musiche e non solo, ma con i suoi personaggi, con i suoi nobili e il popolino, con i suoi benestanti seduti al tavolo e con i suoi paggi.
Ovviamente, io tutto questo allora non l’avevo compreso.
Lo capisco ora, dopo vent’anni, nella fotografia che Jan mi regala e che mi trova incluso, da qualche parte, nel banchetto allestito sopra il palcoscenico di quel teatro.
Fu l’ultima sera del nostro operato, la festa per il lavoro concluso.
L’immagine mi ha ricordato il dipinto veneziano che accludo.
E Jan, che è passato a trovarmi, mi guarda con un certo sorriso: Comunque, lo abbiamo fatto!
Ci siamo riusciti!
Ma io penso, stupito: ci sei riuscito.
Io, sono quello della pastorizia, ancora una volta.
Jan e io siamo rimasti amici, siamo legati come le maschere del palcoscenico che abbiamo calcato in quel passato, dopo vent’anni - ben si può dire - suonati.
Lui ora dice che la musica lo appassiona di meno, ma certo rimane il suo lavoro.
È interessato alla scrittura, sta finendo il suo primo libro.
Non ho dubbi che sarà bravo anche in quello, un dieci sicuro in letteratura.
Io sono quello che sono, faccio quello che posso o che devo, non ho ancora capito.
Porto piatti come il servo nel dipinto veneziano, con un mezzo sorriso.
Qualche volta, molto di rado, mi commuovo guardando il locale vuoto, a lavoro finito.
Poi spengo la luce e me ne vado.