Dalla cucina arrivano i pungenti odori dei soffritti,in cantina i tuoi vini preferiti invecchiano bene.Gli amici vengono a trovarti spesso, ma carogna quella volta che chiamino per prenotare.Li hai viziati. Sanno che un posto per loro ci sarà sempre,a qualunque ora. L’orario di chiusura è un’indicazione senza valore,due numeri buttati là per compiacere l’ ufficio commercio. Di politica ,nel tuo
locale,nessuno parla mai. D’ amore sì,ma solo in certe sere, quando fuori piove e le donne non sentono. La tua vita è diventata un pò la vita di tutti,e pensi che in fondo quello dell’ oste sia ancora un buon mestiere. Pure, sai benissimo che a fine serata, ad attenderti nella madia,non troverai solo il volume dell’ Artusi,o l’ordinata pila dei menù. Nel secondo cassetto da destra abita quel faldone grigio con il timbro dello stato. Il libro della contabilità.E il peso della bolletta della Tares,piegata nella tasca del grembiule, sbilancia la tua andatura. Mentre procedi tra i tavoli a gallo zoppetto, registrando mentalmente i flussi di cassa, vedi gente che giocherella con la cesta del pane,e attende di essere servita. Sono i malinconici, quelli che vuotano il bicchiere prima dell’antipasto. Non sono pericolosi: hanno solo sogni più leggeri dell’alcol, e l’unico modo per farli ve**re a galla è lasciare che bevano un pò. Un bravo oste li sa acchiappare con la retina da cottura ,quei sogni là. E quando,a notte fonda, li avrai chiarificati da quei romantici sedimenti, ti sembrerà che anche la bolletta pesi un pò meno, e che i numeri annotati in quel librone grigio non siano mai stati così chiari. Se avrai fatto bene il tuo lavoro,tra quella del dare e quella dell’avere, si sarà fatta largo una terza colonna.Quella della felicità. I conti tornano sempre,a chi sa acchiappare al volo i sogni degli altri. Girano scantafavole, nell’aria: sarà ora di tendere la mano.