27/05/2026
Ci è stato fatto notare da Fabrizio Caveja Barnabè che “Festa d’la Fameja” non è correttamente scritto in romagnolo.
Le persone che insegnano e hanno nel cuore il romagnolo noi le apprezziamo molto. Ma a volte la semplice applicazione delle regole dimentica qualcosa… il cuore.
Il cuore di noi romagnoli, dove un titolo non nasce soltanto seguendo una grammatica, ma anche ascoltando una storia, una tradizione, delle persone.
E forse, prima di puntare il dito, a volte sarebbe meglio chiedere.
La nostra storia nasce all’inizio degli anni ’80, ma i protagonisti di questa avventura sono persone nate e cresciute in un tempo in cui non tutti avevano avuto la possibilità di studiare. E a noi questo non importa. Non importava allora e non importa oggi. Perché quei genitori e quei nonni, anche senza grandi possibilità, ci hanno lasciato qualcosa di immensamente più grande: il senso della comunità.
Erano anni semplici.
Il paese viveva attorno alla parrocchia, al campo sportivo, alle famiglie che dopo il lavoro si ritrovavano la sera davanti alle case a parlare e stare insieme.
Fu proprio in quel tempo che nacque un’idea destinata a diventare tradizione.
In occasione delle celebrazioni del Ringraziamento e della Pentecoste, un gruppo di persone del paese insieme al parroco, Don Stefano, iniziò a sognare qualcosa di più di una semplice festa: volevano creare un momento capace di riunire tutti, grandi e piccoli, giovani e anziani, attorno agli stessi tavoli e agli stessi sorrisi.
Il cuore dell’iniziativa batteva nel Circolo Parrocchiale, dove volontari instancabili si ritrovavano dopo cena per discutere, preparare, inventare.
Ognuno portava qualcosa: chi idee, chi mani, chi tempo, chi semplicemente la voglia di stare insieme.
Così, quasi senza accorgersene, Prada iniziò a trasformarsi.
Si riempì dei profumi della cucina, le case delle azdore diventarono laboratori e il paese intero prese a lavorare come una grande famiglia.
Non c’era l’ambizione di creare una grande sagra.
C’era soltanto il desiderio sincero di regalare al paese alcuni giorni a misura di famiglia, dove ritrovare il piacere della comunità, della convivialità e delle cose autentiche.
E fu in una di quelle sere che i nostri cari presero un foglio di carta e, quasi senza rendersene conto, scrissero quelle parole destinate a entrare nella storia del paese:
“Festa d’la Fameja”.
Sì, lo scrissero proprio così.
Per questo quel nome non è soltanto un titolo.
È la nostra tradizione.
È il nome della nostra sagra.
È rispetto.
È amore.
È la voce dei nostri cari che oggi non ci sono più, ma che continua a vivere ogni volta che la nostra FESTA D’LA FAMEJA accende il paese.
E scusateci se non erano perfetti.
Ma in fondo la Romagna è anche questo: forse imperfetta… ma tremendamente vera.