20/12/2024
È stato condannato a 20 anni di carcere Domenique Pelicot, per aver stuprato, anche ingaggiando terze persone, altri 50 uomini imputati, sua moglie Gisèle mentre era incosciente perché sotto l’effetto di sostanze che le erano state somministrate a sua insaputa.
Gisèle ha scelto di rinunciare al diritto all’anonimato e a un processo a porte chiuse chiedendo al contrario, che le telecamere e i media entrassero nell’aula del Tribunale di Avignone in cui si è tenuto il processo, affinché il mondo sapesse. “La vergogna è loro” ha dichiarato Gisèle.
Ecco che, a prescindere dalla sentenza di condanna e dalla quantificazione della pena, le scelte di Gisèle segnano una linea di demarcazione. C’è un prima e un dopo il caso Pelicot, che accende un faro importante sul fenomeno della violenza sessuale, ne destruttura gli stereotipi ancora esistenti e ne ribalta (finalmente) la prospettiva.
Lo stupratore di Gisèle, colui che ne ha organizzato gli stupri con il coinvolgimento di terze persone è suo marito, non uno sconosciuto. Un’evidenza questa che, in linea con i dati nazionali sul fenomeno, ribalta una percezione erronea ma estremamente diffusa, spesso sostenuta da una narrazione mediatica e politicamente strumentale, che sostiene che noi donne siamo maggiormente esposte al rischio di subire una violenza sessuale da parte di uno sconosciuto.
Gisèle Pelicot attraverso le sue scelte è riuscita a ribaltare la prospettiva. Se il 90% delle donne che hanno subito violenza sessuale da parte di un partner o ex sceglie di non denunciare, è perché nella stragrande maggioranza dei casi le donne hanno paura di non essere credute o perché si vergognano della violenza subita.
Per troppo tempo la violenza maschile contro le donne, e con essa la violenza sessuale, è stata considerata come un “fatto privato”, di cui era meglio non parlare. Oggi Gisèle quel fatto ha deciso di portarlo al mondo, a testa alta. Affinché le dinamiche, soprattutto le responsabilità (la vergogna) fossero chiaramente definite. “È ora di cambiare il modo in cui guardiamo allo stupro” ha affermato Giséle, e indubbiamente il suo contributo in tal senso, è stato determinante.
di Margherita Carlini