18/09/2026
Venti. Due. Anni.
Se me lo avessero detto quel 18 settembre del 2004, mentre impugnavo la lancia del vapore della macchina del caffè come se fosse un'arma di distruzione di massa, avrei risposto che al massimo sarei durata fino a Natale.
E invece eccomi qui, ventidue anni dopo, ancora intera — nonostante l'IVA al 22%, le ginocchia che protestano ogni volta che scendo le scale e un’incalcolabile quantità di nevrosi altrui gestite a colpi di calici e Resuscitamisù.
All'epoca ero guidata solo da due cose: un’incosciente passione e una totale ignoranza su cosa significasse davvero "gestire un locale”
Al mio fianco c'era la mia personale brigata di sopravvivenza. Guido e Alex, pronti a tutto; nonna Alberta cuoca perfetta, la Manu custode morale del locale, Edoardo e Lucrezia, che allora erano due soldini di cacio e oggi mi guardano una dall’alto e l’altro ancora al mio fianco. E infine quell’esercito di anime “sante” che nel corso degli anni si sono avvicendate dietro al banco e in cucina, sopportando i miei picchi d’umore e i miei ordini impartiti in stile sergente di ferro.
In ventidue anni ho visto di tutto.
Ma davvero di tutto.
Ho visto il Fisco bussare alla porta con la regolarità di un orologio svizzero, mentre io cercavo di far quadrare conti che, per una legge della fisica a me ignota, non tornavano mai. Ho avuto il magone -quello vero, che ti si strozza in gola- per certe critiche gratuite sparate da gente che probabilmente ha problemi irrisolti col mondo.
Ma poi ho imparato che il segreto è far scivolare via tutto e concentrarsi su chi entra per un aperitivo e poi finisce per rimanere nella mia vita.
Questo posto è stato un teatro a cielo aperto. Ho visto clienti entrare timidi, iniziare a frequentarsi, innamorarsi, e poi li ho visti tornare con il pancione, e infine con dei bambini urlanti.
Abbiamo superato insieme persino una pandemia -e vi assicuro che inventarsi la vita a serrande mezze abbassate richiede un master in acrobazia emotiva-
Abbiamo pianto persone care che se ne sono andate, lasciando un vuoto enorme, ma ogni volta il vostro affetto è stato la rete di protezione che ci ha impedito di sfracellarci al suolo.
Oggi mi fermo un secondo.
Guardo questo locale che profuma di Stinchi alla Birra e di vita vissuta.
I debiti ci sono ancora (quelli non tradiscono mai, sono fedelissimi), la stanchezza pure, ma c’è soprattutto una presuntuosa consapevolezza: la Cantina è diventata il vostro posto sicuro.
Voi forse pensate che io vi venda solo chiacchiere e aperitivi ?!?
La verità è che mi batte il cuore ogni volta che vi vedo uscire da quella porta con un sorriso vero in più.
Perché la mia rivincita più grande, in questi ventidue anni di glorioso caos, è sapere che vi state portando a casa il ricordo di una bella serata.