29/11/2025
ULTIMO GIORNO. L’ADDIO.
Vorrei cominciare con una frase fatta, una di quelle che sentiamo almeno un paio di volte all’anno, ma di cui solo oggi, per la prima volta, comprendo davvero il senso: “Si chiude una porta, si apre un portone”, diceva sempre nonna Betta.
Ma vi siete mai chiesti cosa succede quando, invece della porta, a chiudersi è proprio un portone? Perché, non so voi, ma a me trent’anni di storia sembrano proprio un portone enorme. E quando un portone così si chiude, ci si chiede inevitabilmente cosa potrà mai aprirsi dopo.
Questa foto racchiude lacrime, sudore, sacrifici, difficoltà, sconforti, gioie, delusioni e sogni. Soprattutto sogni. Quelli di mio padre, in particolare, erano — e sono ancora (ne ha moltissimi) — grandi. Forse troppo grandi per rimanere chiusi nel piccolo scrigno di Benevento, che è la sua casa da oltre sessant’anni.
Sono nato in quella pizzeria. Ci sono cresciuto. Lì ho visto i miei crescere, invecchiare, anno dopo anno, un po’ più stanchi, con un po’ meno lavoro, più tasse, più problemi… Non risparmio le parole, perché quando una storia arriva alla fine bisogna avere il coraggio di dirlo: la gente non consuma più come prima. Forse stipendi ridotti? Abitudini diverse? E forse sì, come qualcuno ha giustamente menzionato, anche le grandi catene dei fast food hanno contribuito.
Ma questo è solo un pezzo del puzzle: se siamo arrivati fin qui, un motivo più profondo c’è. Siamo un po’ in fondo tutti responsabili (me incluso) se attorno a noi centinaia di realtà locali chiudono i battenti ogni anno.
Ricordo quando, qualche anno fa, chiamavo i miei e dicevo loro che non ne valeva più la pena, che mi avevano insegnato a volare alto e che così avrebbero dovuto fare anche loro. Perché è ciò che meritano, è ciò che sono destinati a essere.
E invece loro continuavano, imperterriti, a cercare un appiglio per credere che tutto ciò che avevano costruito da zero, nella loro città, dove tutti li stimano e li apprezzano, potesse ancora andare avanti. Posso biasimarli? Onestamente, no.
Però una cosa, col tempo, l’ho capita: affetto e stima non ripagano la fatica di resistere a tutto questo. Non abbastanza, almeno.
Jerry 2 non è stata solo casa mia. È stata il rifugio di migliaia di funzionari pubblici, professori universitari, studenti, famiglie, teenager, sconosciuti diventati amici. È stata quel posto in cui chiunque entrasse si sentiva a casa, come quando si va a mangiare da un parente la domenica. E da Jerry era sempre domenica.
Da Viale Mellusi a Via del Pomerio — e per un periodo anche al Rione Libertà — mio padre ha condiviso i suoi sogni con la sua città, con una genuinità, una sincerità e un’onestà che spero di aver assorbito almeno un po’ in tutti questi anni.
Ora, però, c’è una cosa che vorrei lui imparasse da me: a volare. Anche se è dura, anche se spezza il cuore, anche se non è ciò che avrebbe desiderato ora come ora. E non parlo di scappare: parlo di prendere coscienza che, come molti hanno detto, questo capitolo si chiude con mille ricordi splendidi, ma che ora deve cominciarne uno nuovo. Con nuovi sogni nel cassetto. Perché non è mai troppo tardi — cito ancora nonna Betta — per fare ciò che il cuore desidera.
Sì, dunque: si chiude un portone. Il portone di una casa in cui, in oltre trent’anni, sono passate più di 60.000 persone. Per una pizza, un calzone, una birra, o magari solo per una parola di conforto.
E a Pompea e Gerardo, che mi hanno sostenuto quando ho lasciato per la prima volta le iconiche mura longobarde per cercare la mia strada e la mia felicità, voglio dire solo questo: vi sono accanto più che mai. Questo non è altro che l’inizio di una nuova storia. Buia, spaventosa, incerta, sì — ma piena di enormi gioie ed enormi opportunità.
Viva il talento vero, viva la resilienza e viva i sogni, che non smettono mai di farci da faro nelle notti più malinconiche.
Anche in questa, in cui si chiude un’era.
Gerardo Zagarese