27/05/2026
Ci sono posti che sembrano vuoti, ma solo a chi non sa ascoltare.
A Casera Senons - in fondo alla Val Settimana dopo la Pussa - il silenzio parla ancora e parla di mani sporche di latte, di fumo nei muri, di scaffali consumati dalle forme di formaggio e dalle ricotte lasciate a riposare.
Da piccolo mio padre mi portava fin quassù a prendere le ricotte di Tonaro, uno degli ultimi veri malgari di Claut. Oggi non produce più. E con lui se ne va un altro pezzo di queste montagne. Non un’attività commerciale, ma un linguaggio, una conoscenza.
Una vita intera fatta di albe, pascoli, stagioni e fatica. Quella che non si può simulare con due b***e di fieno decorative e una camicia a quadri comprata per fare scena la domenica.
Queste casere non sono “ruderi suggestivi”, ma archivi vivi della nostra cultura.
Ogni asse di legno, ogni muro annerito racconta un mondo che sta sparendo nell’indifferenza generale. Tutti parlano di territorio, tradizione, valorizzazione. Poi però i giovani scappano, le malghe chiudono, le strade si dimenticano e chi resiste viene lasciato solo.
La Val Settimana rimane una delle valli più autentiche delle nostre montagne e Casera Senons è ancora lì, ferma nel tempo, circondata dal bosco e dal silenzio. Ma senza le persone che la vivevano, anche i posti più belli rischiano di diventare soltanto scenografia per qualche foto malinconica.
Forse il problema è proprio questo: abbiamo iniziato a trattare la montagna come qualcosa da consumare nei weekend, invece che come una cultura da custodire.
Tonaro non faceva “prodotti tipici”, faceva parte della valle. E la valle, senza uomini così, lentamente smette di avere memoria.