13/06/2026
Poi tornano a casa convinti di aver partecipato a Woodstock.
In realtà hanno fatto il Cammino di Santiago con la colonna sonora di "50 Special".
Perché a leggere certi racconti, il concerto di Cesare Cremonini all'Ippodromo La Maura è stato meno uno spettacolo musicale e più una prova di sopravvivenza.
Prima il parcheggio.
Che ormai ai concerti è diventato una specie di tassa medievale. Arrivi con la macchina e ti aspetti quasi che un esattore con la cotta di maglia ti chieda un tributo in oro e bestiame.
Poi la camminata.
Non verso il palco.
Verso Mordor.
Gente che racconta di avere attraversato prati, sterpaglie, sentieri, colonne umane lunghe chilometri. Mancavano soltanto Bear Grylls e una borraccia.
Poi finalmente entri.
Se entri.
Perché c'è chi è arrivato alla seconda canzone e chi quando il concerto era già a metà.
Una cosa meravigliosa.
Paghi per vedere due ore e mezza di spettacolo e ne vedi una.
Come comprare una pizza e ricevere il cartone.
Nel frattempo il panino costa come una cena in trattoria, l'acqua sembra imbottigliata direttamente alle sorgenti del Tibet e il merchandising è ormai entrato nel settore della gioielleria di lusso.
Una maglietta?
Sessanta euro.
Una felpa?
Novanta.
Una shopper?
Praticamente un mutuo a tasso variabile.
Tra un po' per comprare una calamita servirà la delibera della banca.
E tutto questo per assistere a quello che alcuni raccontano essere stato un concerto dove da certe zone il palco era visibile più o meno come Nettuno dalla Terra.
Cesare poteva essere lì.
Oppure poteva esserci un cartonato.
Oppure un impiegato del comune travestito.
La distanza era tale che nessuno avrebbe potuto verificarlo.
La parte che mi diverte davvero è un'altra.
Negli anni abbiamo trasformato ogni sold out in un evento storico.
Ottantamila persone?
Capolavoro.
Centomila?
Leggenda.
Duecentomila?
Probabilmente il prossimo passo è candidare l'artista al Nobel per la Fisica.
Ragazzi.
È Cesare Cremonini.
Non è David Bowie resuscitato.
Non sono i Beatles che si riuniscono.
Non è Freddie Mercury che torna per un'ultima sera.
È Cesare Cremonini.
Bravo, di successo, capace di scrivere canzoni che mezzo Paese conosce a memoria.
Ma sempre Cesare Cremonini.
Perché ormai abbiamo perso il senso delle proporzioni.
Uno riempie uno stadio e viene raccontato come se avesse attraversato l'Atlantico a nuoto.
Due stadi e diventa una divinità minore.
Tre stadi e il suo giardiniere ubriaco viene candidato agli Oscar.
E guai a dirlo.
Guai a scrivere che forse qualcosa non ha funzionato.
Guai a osservare che se per entrare devi fare trekking, per mangiare devi accendere un prestito personale e per uscire impieghi più tempo che per tornare da Parigi in automobile, forse il problema non sono i fan che si lamentano.
Forse il problema è che qualcuno ha iniziato a credere che il sold out sia una misura del talento e non semplicemente del numero di biglietti venduti.
E così migliaia di persone passano una giornata tra traffico, polvere, code, bagni chimici e prezzi da aeroporto internazionale.
Poi tornano a casa.
Stremati.
Distrutti.
Con tre fotografie mosse.
Due video in cui non si sente nulla.
Centocinquanta euro in meno sul conto.
E la convinzione di avere assistito a un momento che verrà studiato nei libri di storia.
No ragazzi.
Woodstock era un'altra cosa.
Questo, al massimo, è stato un gigantesco centro commerciale all'aperto con Cesare Cremonini in sottofondo.