05/08/2026
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Quando la piazza aveva un nome, un cognome e un soprannome
Cβera un tempo in cui la vita non passava attraverso uno schermo da cinque pollici, ma attraverso la porta a vetri di un bar o la tenda a striscette di plastica di un barbiere. Negli anni Settanta, nei quartieri popolari di Roma, quei posti non erano semplici attivitΓ commerciali: erano il centro del mondo. Il nostro mondo.
In quelle stanze si consumava la quotidianità con un rito lentissimo e solenne. Erano, per certi versi, territori quasi esclusivamente maschili. Le donne entravano veloci: il tempo di prendere una bottiglia di latte, un sfilatino di pane, fare un gettone per la cabina telefonica o saldare una bolletta al bancone. Poi tornavano ai loro impegni. Noi no. Noi restavamo lì, ancorati alle sedie di formica o poggiati con i gomiti sul banco di zinco, come se non ci fosse un altro posto al mondo in cui valesse la pena stare.
Il bar era la nostra universitΓ della strada. Non servivano lezioni per imparare come andava il mondo, bastava ascoltare. Si parlava di tutto con una passione furibonda: di politica, del lavoro che mancava o di quello che ti spezzava la schiena, di una Roma che faceva sognare o disperare. Il Messaggero e il Corriere della Sera passavano di mano in mano finchΓ© la carta non diventava trasparente. Ognuno leggeva un titolo e lanciava una sentenza, ci si divideva in fazioni irconciliabili per poi ritrovarsi cinque minuti dopo a ridere. E poi, immancabilmente, si arrivava a parlare di ragazze. Lo si faceva con quella leggerezza un poβ sfacciata e incosciente dei ventβanni, quando eri convinto che il futuro fosse una porta spalancata e il mondo un posto ancora tutto da conquistare.
Se il bar era lβuniversitΓ , la bottega del barbiere era il salotto di casa. LΓ¬ l'orologio smetteva ufficialmente di funzionare. Ci andavi per spuntare i capelli o per una rasatura, ma sapevi giΓ che saresti rimasto unβora in piΓΉ solo per il gusto di stare ad ascoltare. Cβera lβodore inconfondibile della brillantina, del talco, del dopobarba economico e del fumo di sigaretta. Cβera sempre qualcuno che raccontava una barzelletta mai sentita prima, chi rievocava per la centesima volta gli aneddoti del servizio militare e chi ridisegnava la formazione della domenica come se fosse il commissario tecnico. E poi, sul tavolino basso mezzo sgangherato, tra le riviste sportive, cβerano loro: Men, Pl***oy, le riviste per adulti nascoste ma non troppo. Per noi ragazzi avevano il sapore elettrizzante del proibito. Bastava sfogliarne una al volo, mentre il barbiere spazzolava il collo di un cliente, per sentirsi improvvisamente grandi, quasi uomini.
A ripensarci oggi fa sorridere. Quelle immagini che allora custodivamo come un segreto quasi sacrilego, oggi scorrono senza filtro in prima serata in televisione o compaiono con un banale tocco del pollice sullo schermo di uno smartphone. Γ cambiato tutto, inutile negarlo. E non ha nemmeno senso fare i moralisti e dire se sia meglio o peggio: Γ¨ semplicemente cambiato il modo di stare al mondo.
Ma quello che stringe davvero la gola, quando ti fermi a ricordare, non sono le riviste vietate o quei discorsi leggeri da spogliatoio. Γ il tempo.
Ci manca il tempo. Il lusso irripetibile di sedersi senza la frenesia di dover fare qualcosa, di guardarsi negli occhi per davvero, di affrontare una discussione accesa, perfino di litigare per una sciocchezza e poi chiuderla lΓ¬, con una pacca sulla spalla e un caffΓ¨ pagato al banco. Ci manca l'appartenenza a una comunitΓ fatta di carne e ossa, di persone che vivevano la strada, le piazze, le botteghe del quartiere. Un mondo dove nessuno era un nickname, un profilo o unβimmagine virtuale, ma tutti avevano un nome, una storia, una famiglia e, quasi sempre, un soprannome che ti restava cucito addosso per tutta la vita.
Il vero lusso che abbiamo lasciato per strada non Γ¨ la giovinezza, ma la capacitΓ di sentirci parte di qualcosa di umano. PerchΓ© un bar o una bottega da barbiere non erano soltanto mura e mattonelle. Erano le fondamenta dei nostri giorni. E noi, senza neanche accorgercene, seduti su quelle sedie di formica, stavamo scrivendo i ricordi piΓΉ belli che oggi ci strappano un sorriso e un pizzico di nostalgia.
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