Rugantino racconta

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Rugantino racconta Maurizio Brugiatelli, scrittore e cuoco di Anzio, racconta Roma, cucina, storia e vita quotidiana.

Tra libri, video e ricette, ogni storia nasce dalla passione per la tradizione, la memoria e l'identità popolare.https://m.youtube.com/channel/UCXfUnau7yvTn

𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐄̀ 𝐀𝐌𝐎𝐑𝐄 𝐕𝐄𝐑𝐎, 𝐄̀ 𝐏𝐄𝐑 𝐒𝐄𝐌𝐏𝐑𝐄Ci sono amori che finiscono nella vita, ma non finiscono mai dentro di noi.Mia madre,...
18/10/2026

𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐄̀ 𝐀𝐌𝐎𝐑𝐄 𝐕𝐄𝐑𝐎, 𝐄̀ 𝐏𝐄𝐑 𝐒𝐄𝐌𝐏𝐑𝐄

Ci sono amori che finiscono nella vita, ma non finiscono mai dentro di noi.

Mia madre, quando ero ragazzo, mi diceva spesso, con quel suo modo di prendermi in giro che soltanto le mamme sanno avere: «Te c'hai er core a mandarino, sei sempre innamorato!». E forse aveva ragione.

Mi innamoravo facilmente. Di un sorriso, di due occhi, di un modo di parlare. A volte bastava uno sguardo, un incontro casuale, un profumo che mi passava accanto e già cominciavo a fantasticare.

Con gli anni ho capito che non tutti gli amori sono uguali. Ci sono quelli leggeri, che sembrano fatti della stessa materia delle farfalle. Arrivano, si posano per un momento sulla nostra vita e poi volano via. E ci sono quelli profondi, intensi, che ci attraversano l'anima e lasciano qualcosa che neppure il tempo riesce a portarsi via. Ma sapete una cosa? Io credo che anche gli amori più piccoli, quando sono stati sinceri, abbiano avuto un loro significato. Perché non è la durata a stabilire quanto sia stato vero un sentimento.

Ci sono persone che abbiamo frequentato per anni e delle quali oggi ricordiamo appena qualche particolare. E altre che abbiamo incontrato per poche settimane, magari per una sola estate, e delle quali ricordiamo ancora il colore degli occhi, il suono della voce, persino il profumo della pelle.

Strana cosa, la memoria del cuore. Dimentichiamo dove abbiamo messo le chiavi, cosa abbiamo mangiato tre giorni fa, qualche volta perfino il motivo per cui siamo entrati in una stanza. Ma quel sorriso di cinquant'anni fa, quello no. Quello è ancora lì, intatto.

E basta una canzone ascoltata per caso, una strada percorsa dopo tanti anni, il nome di una persona pronunciato all'improvviso, perché tutto ritorni. Non soltanto il ricordo, ritorna l'emozione. Per un istante abbiamo di nuovo diciassette, venti, trent'anni. Sentiamo quella stessa agitazione, quella felicità un po' sciocca, quel battito del cuore che allora non riuscivamo a controllare.

Poi ci guardiamo allo specchio. I capelli sono diventati bianchi, le rughe raccontano una vita intera, il corpo non è più quello di una volta. E magari sorridiamo di noi stessi. Perché dentro, per qualche secondo, eravamo tornati ragazzi. Credo che questa sia una delle cose più belle e misteriose dell'esistenza: il corpo invecchia, ma le emozioni non conoscono l'età.

Naturalmente la vita va avanti. Ci si lascia, ci si perde, si prendono strade diverse. Si incontrano altre persone, si costruiscono famiglie, si fanno figli, arrivano i nipoti. Si conoscono felicità immense e dolori che non avremmo mai immaginato di poter sopportare. E tutto questo è vivere.

Non penso che conservare il ricordo di un amore passato significhi amare meno la persona che abbiamo accanto oggi. Anzi, credo che ogni sentimento sincero abbia contribuito a renderci quelli che siamo. Noi siamo anche le persone che abbiamo amato. Siamo fatti degli abbracci ricevuti, dei baci dati, delle attese sotto un portone, delle lettere scritte e magari mai spedite. Siamo fatti anche di qualche addio che non avremmo voluto pronunciare. E forse di qualche parola che avremmo dovuto dire e non abbiamo avuto il coraggio di dire.

Mi sono domandato tante volte dove vadano a finire gli amori quando finiscono. Perché un amore può finire nella realtà, questo è evidente. Due persone possono smettere di cercarsi, di desiderarsi, perfino di riconoscersi. Ma quello che hanno provato, dove va?

Non credo scompaia. Forse rimane sospeso in un angolo della nostra memoria, come una vecchia fotografia custodita in un cassetto. La fotografia non cambia. Siamo noi a cambiare. Le persone ritratte in quell'immagine oggi saranno diverse. Avranno altri volti, altre abitudini, altre vite. Forse non saprebbero neppure più cosa dirsi incontrandosi. Eppure, in quella fotografia, continueranno a guardarsi con gli stessi occhi.

C'è qualcosa di profondamente filosofico in tutto questo. Noi siamo abituati a pensare che ciò che finisce smetta di esistere. Ma il passato non viene cancellato dal presente. È accaduto. È stato vissuto. E nessuno, neppure il tempo, può fare in modo che non sia mai accaduto. Forse l'eternità di un sentimento è proprio questa. Non la promessa impossibile che tutto rimanga uguale, ma la certezza che ciò che abbiamo vissuto davvero farà per sempre parte di noi.

Certo, bisogna anche stare attenti a non innamorarsi più dei ricordi che della vita. Perché la nostalgia è una compagna dolcissima, ma qualche volta sa anche ingannarci. Con gli anni tendiamo a ricordare i sorrisi e a dimenticare le lacrime. Conserviamo i momenti belli e lasciamo sbiadire quelli difficili. E va bene anche così, purché non dimentichiamo che la vita è quella che abbiamo davanti, non quella che abbiamo lasciato alle spalle.

Io non vorrei tornare indietro. Vorrei soltanto, qualche volta, poter attraversare per un minuto quei ricordi. Rivedere certi volti, ascoltare certe voci, sentire ancora quel batticuore. Senza cambiare nulla, senza chiedere nulla. Soltanto per poter sorridere e pensare: quanto è stato bello essere vivi anche in quel momento.

E chissà, magari da qualche parte c'è qualcuno che, ascoltando una vecchia canzone, ricorda proprio noi. Magari sorride. Magari si domanda che fine abbiamo fatto. È un pensiero che mi commuove. Perché significa che, senza saperlo, continuiamo ad abitare un piccolo spazio nel cuore di qualcuno.

E allora torno a mia madre, a quel suo «core a mandarino». Oggi penso che non fosse un difetto avere un cuore capace di innamorarsi tante volte. Forse era una fortuna. La fortuna di sapersi emozionare, di vedere bellezza nelle persone, di lasciarsi sorprendere da uno sguardo. La fortuna di non diventare indifferenti. Perché, in fondo, il contrario dell'amore non è sempre l'odio. Qualche volta è semplicemente non provare più niente.

E io, finché avrò vita, spero di continuare a emozionarmi. Davanti a un tramonto, a una canzone, a un sorriso. Davanti agli occhi della persona che amo, ma anche davanti al ricordo gentile di chi, tanti anni fa, ha attraversato la mia strada. Senza rimpianti e senza confondere il passato con il presente. Con la gratitudine di chi sa che ogni amore sincero, anche quello durato poco, gli ha regalato un pezzetto di vita.

Perché forse il vero amore non è sempre quello che resta accanto a noi per sempre. A volte è quello che, pur essendo andato via, non se n'è mai andato davvero.

E se dopo cinquant'anni un ricordo riesce ancora a farci ba***re il cuore, forse mia madre aveva ragione. Il mio cuore era proprio un mandarino. Ma ogni spicchio aveva un suo profumo, una sua stagione, una sua storia. E nessuno è andato perduto.

𝑀𝑎𝑢𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜 𝐵𝑟𝑢𝑔𝑖𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖 – 𝑅𝑢𝑔𝑎𝑛𝑡𝑖𝑛𝑜 𝑅𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎
© 2026 – 𝑇𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑖 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑖𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎𝑡𝑖

𝐈𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞𝐥𝐥𝐢𝐦𝐦𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐨, 𝐧𝐚𝐜𝐪𝐮𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐭𝐚̀𝑂 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒, 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑎 𝑒𝑠...
17/10/2026

𝐈𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞𝐥𝐥𝐢𝐦𝐦𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐨, 𝐧𝐚𝐜𝐪𝐮𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐯𝐢𝐥𝐭𝐚̀

𝑂 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒, 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑖.
𝐷𝑖 𝑀𝑎𝑢𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜 𝐵𝑟𝑢𝑔𝑖𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖 · 𝑅𝑢𝑔𝑎𝑛𝑡𝑖𝑛𝑜 𝑅𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎.

Non ne conosciamo il nome. Non sappiamo che volto avesse, quanti anni si portasse addosso, né se fosse un uomo, una donna o un bambino.
Sappiamo solo una cosa: in un tempo immensamente lontano, prima che nascessero le prime città, prima dei templi, della scrittura e dei dogmi religiosi, qualcuno morì. E qualcun altro decise che non poteva lasciarlo lì, abbandonato alla terra come se non fosse mai esistito.
Mi capita spesso di immaginarla, quella scena.
Una terra ancora completamente selvaggia, un cielo senza fine, il rumore del vento tra gli alberi. Un piccolo gruppo di persone stretto attorno a un corpo che non si muove più.
Fino al giorno prima, quel corpo camminava, respirava, cercava cibo, magari rideva. Aveva uno sguardo in cui gli altri si riconoscevano, una voce che qualcuno si aspettava di sentire la sera. Poi, improvvisamente, solo il silenzio.
E immagino quanto dovette essere spaventoso, quel silenzio.
Perché la morte, prima ancora di diventare un mistero su cui interrogarsi, deve essere stata un’assenza inspiegabile. Il corpo era ancora lì, ma la vita se n'era andata. Dove?
Forse è stata proprio quell'assenza a farci alzare lo sguardo per la prima volta oltre ciò che potevamo toccare con mano.
Un gesto che dura da centomila anni
Gli archeologi ci dicono che già centomila anni fa i nostri antenati seppellivano i propri cari. Persino i Neanderthal lo facevano. Non sapremo mai esattamente cosa passasse per le loro teste — se provassero un dolore uguale al nostro, se immaginassero un "dopo", o se fosse solo l'impulso primordiale di proteggere chi avevano amato.
Ma quello che mi stringe il cuore è il gesto in sé.
Scavare la terra. Adagiare il corpo. Coprirlo di nuovo. E poi muovere i primi passi per andare via.
Andarsene sapendo che una parte di sé sarebbe rimasta lì, per sempre.
Chissà quanto è costato quel primo distacco. Se qualcuno si sia voltato indietro a guardare ancora una volta. Se una madre abbia esitato a staccare le mani prima di lasciar andare il figlio. Se un uomo abbia sfiorato il viso della compagna un’ultima volta prima di coprirlo.
Sono solo immagini della mia fantasia, lo so. Nessuno scavo archeologico potrà mai riportarci quelle lacrime. Eppure, dopo migliaia di generazioni, facciamo ancora esattamente la stessa cosa.
Accompagniamo chi se ne va, diciamo loro addio, li affidiamo alla terra. Portiamo fiori, conserviamo vecchie foto, pronunciamo i loro nomi ad alta voce anche quando non c'è più nessuno a rispondere.
Abbiamo cambiato lingue, religioni, inventato la tecnologia, costruito grattacieli e siamo arrivati fino alla Luna. Ma davanti alla morte torniamo sempre lì: esseri umani smarriti intorno a una fossa.
Con la stessa sensazione di impotenza. E con la stessa identica domanda: Dove sei andato?
La tenerezza come vera origine della civiltà
Ho sempre fatto fatica a misurare la civiltà solo attraverso il progresso materiale. Un popolo può erigere monumenti grandiosi ed essere incredibilmente crudele; può accumulare conoscenze straordinarie e dimenticarsi della compassione.
Ecco perché mi piace pensare che uno dei primi veri passi dell'umanità non sia stato una conquista o una scoperta, ma un atto di pura tenerezza.
Qualcuno si è preso cura di un altro essere umano che, ormai, non poteva più dare nulla in cambio.
Certo, la solidarietà tra vivi c'era già prima: ci si aiutava nelle battute di caccia, si proteggevano i più deboli, si curavano le ferite. Ma la sepoltura è qualcosa di diverso. Va oltre la semplice sopravvivenza.
Il morto non ha più freddo. Non ha fame. Non chiede aiuto. E allora perché farlo? Per lui o per chi resta?
Forse per tutti e due. Forse perché l'amore, quando incrocia la morte, non sa più dove posarsi. Non trova più una mano da stringere, né uno sguardo in cui rispecchiarsi. E allora cerca un luogo. Una pietra, un albero, un pugno di terra smossa. Un posto fisico dove continuare a voler bene a chi non c'è più.
Il primo cimitero del mondo non è nato dalla paura di morire, ma dal rifiuto profondo di dimenticare. Morire fa parte della natura; essere dimenticati, invece, è qualcosa a cui l'anima umana non si è mai voluta rassegnare.
La memoria e ciò che resta
Gli animali conoscono la perdita. Molte specie soffrono e si disorientano quando perde un compagno. Ma noi abbiamo fatto qualcosa in più: abbiamo trasformato l'assenza in memoria, la memoria in racconto, e il racconto in una ricerca profonda di senso.
Forse la filosofia è nata proprio così, molto prima dei grandi filosofi greci e dei testi sacri. È nata nel silenzio di qualcuno che guardava un corpo inanimato e rifiutava l'idea che tutto finisse in un istante. Non aveva risposte o teorie sull'eternità. Aveva solo un dubbio, una domanda profonda. E a volte, una domanda sincera racchiude molta più umanità di mille certezze.
Io non ho verità in tasca sull'aldilà, e sospetto sempre di chi dice di averne. Ma una cosa la sento forte dentro di me: le persone che abbiamo amato non svaniscono davvero.
Continuano a vivere in una forma invisibile ma reale. Un profumo improvviso nell'aria può restituirti una presenza. Una canzone alla radio ti riporta indietro di trent'anni. Una fotografia sfocata riapre una conversazione interrotta da tempo.
Basta chiudere gli occhi, ed eccoli lì, di nuovo seduti accanto a noi.
Quando perdiamo qualcuno, non perdiamo solo una persona. Perdiamo anche un pezzo del mondo che esisteva soltanto insieme a lei. Ed è questo l'aspetto più spietato: il mondo intorno va avanti indisturbato, mentre il nostro non sarà mai più lo stesso.
La lezione per noi, oggi
Torno spesso con il pensiero a quella prima tomba. A quelle mani sporche di terra.
Forse la civiltà non è nata lì nel senso stretto della storia, con le sue leggi e le sue città. Ma lì è nata la sua radice più profonda: il rispetto per il valore intrinseco di una persona, un valore che non finisce con la sua utilità o con la sua forza.
Chissà cosa ne abbiamo fatto di quella lezione antica.
Oggi riusciamo a parlare in tempo reale con l'altro capo del pianeta, ma spesso non troviamo dieci minuti per ascoltare chi ci vive a fianco. Abbiamo allungato la vita media, ma non sempre sappiamo rispettare la fragilità della vecchiaia. Continuiamo a valutare le persone per quello che producono, che guadagnano o che dimostrano di essere.
Eppure, centomila anni fa, un nostro antenato ci ha lasciato un insegnamento senza dire una parola: un essere umano merita cura e rispetto anche quando non può più dare niente.
Forse dovremmo ricordarcelo un po' più spesso mentre siamo vivi. La vera civiltà non sta solo nell'onorare i defunti, ma nel riconoscere la dignità di chi è ancora qui con noi: chi soffre, chi è solo, chi non ce la fa più, chi ha solo bisogno che gli si stringa la mano.
Si dice spesso che la morte ci renda tutti uguali. Sarebbe bello se imparassimo a sentirci uguali un po' prima.
Immagino ancora quella scena d'altri tempi. La terra è stata ricoperta, il sole tramonta e il gruppo comincia ad allontanarsi. Uno di loro si ferma un istante. Guarda il suolo smosso, si china e vi appoggia sopra un piccolo sasso.
Un gesto del tutto inutile per la sopravvivenza. Ma forse, l'unico davvero indispensabile per diventare umani.

𝑀𝑎𝑢𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜 𝐵𝑟𝑢𝑔𝑖𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖

GARLASCO: IL DUBBIO OLTRE LA SENTENZAAlberto Stasi è stato condannato a 16 anni per l'omicidio di Chiara Poggi. Ma oggi,...
16/10/2026

GARLASCO: IL DUBBIO OLTRE LA SENTENZA

Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni per l'omicidio di Chiara Poggi. Ma oggi, alla luce delle nuove indagini, quanto regge ancora il mosaico di indizi che ha portato alla sua condanna?

Ho analizzato punto per punto le prove, le contraddizioni e le nuove rivelazioni.

Sono un garantista e quella condanna non mi ha mai convinto del tutto. Ma non cerco di dimostrare l'innocenza di Stasi né la colpevolezza di Sempio.

Cerco risposte. Perché la giustizia non deve avere paura dei dubbi, soprattutto quando c'è in gioco la libertà di una persona.

E soprattutto perché Chiara Poggi merita la verità.

📖 La mia analisi su Rugantino Racconta:

https://rugantinoracconta.substack.com/p/garlasco-il-dubbio-oltre-la-sentenza

di Maurizio Brugiatelli – Rugantino Racconta16 ottobre 2026

PER ESSERE CHIARO Chi legge quello che scrivo deve sapere una cosa semplice: dietro ogni mia riga ci sono io. Ci sono la...
16/10/2026

PER ESSERE CHIARO

Chi legge quello che scrivo deve sapere una cosa semplice: dietro ogni mia riga ci sono io. Ci sono la mia storia, i miei ricordi, quello che ho vissuto sulla mia pelle e il mio modo di guardare il mondo.
​Non ho problemi ad ammettere che uso l’intelligenza artificiale per riordinare le idee e darle una forma scritta più fluida. È uno strumento, un aiuto per trovare le parole giuste. Ma l’anima di quello che leggete parte sempre da me.
​Le idee, i pensieri, le emozioni e le opinioni sono i miei. A volte posso sbagliare, fare una piega storta, cambiare idea o persino contraddirmi. Ma sono fatto così, con tutti i miei pregi e i miei difetti.
​Non sono uno scrittore di professione e non ho la pretesa di esserlo. Sono soltanto una persona che ama riflettere, farsi domande e condividere ciò che si porta dentro.
​L’intelligenza artificiale mi dà una mano con le parole, ma quello che c’è dentro quelle parole appartiene solo a me.
​Maurizio Brugiatelli

𝐈𝐥 𝐛𝐮𝐨𝐧 𝐒𝐚𝐦𝐚𝐫𝐢𝐭𝐚𝐧𝐨: 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞.𝐶𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑡𝑡...
15/10/2026

𝐈𝐥 𝐛𝐮𝐨𝐧 𝐒𝐚𝐦𝐚𝐫𝐢𝐭𝐚𝐧𝐨: 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞.

𝐶𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎. 𝐴𝑙𝑡𝑟𝑒, 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒, 𝑠𝑖 𝑓𝑒𝑟𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑖𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑒 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑜. 𝐸 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎, 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑒𝑚𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑟𝑔𝑒𝑟𝑐𝑒𝑛𝑒, 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑛𝑜𝑖 𝑎 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑙𝑜𝑟𝑜.

C'è una domanda che, prima o poi, dovremmo avere il coraggio di porci: quanti buoni Samaritani abbiamo incontrato nella nostra vita? E quante volte lo siamo stati noi?

Non è una domanda religiosa. O almeno, non soltanto. È una domanda profondamente umana, che riguarda il senso della nostra esistenza, il rapporto con gli altri e quella misteriosa capacità che possediamo di riconoscere il dolore di qualcuno come se fosse, almeno per un momento, il nostro.

La parabola del buon Samaritano, raccontata nel Vangelo di Luca, è conosciuta anche da chi non ha mai aperto una Bibbia.

Un uomo viene aggredito, derubato e abbandonato lungo una strada. Passano un sacerdote e un levita, uomini rispettabili, uomini di religione. Vedono, ma proseguono.

Poi arriva un Samaritano. Uno straniero, appartenente a un popolo guardato con diffidenza e ostilità.

E proprio lui si ferma.

Non domanda chi sia quell'uomo. Non vuole sapere da dove venga, quale Dio preghi, quali idee abbia o se meriti di essere aiutato.

Vede un essere umano che soffre.

E questo gli basta.

È in quel gesto, apparentemente semplice, che si nasconde una delle più grandi rivoluzioni morali della storia dell'umanità.

Perché il Samaritano non si limita a provare compassione. Agisce. Cura le ferite, accompagna lo sconosciuto in un luogo sicuro e si preoccupa del suo futuro.

Non offre soltanto un aiuto. Offre una parte della propria vita.

E soprattutto non chiede nulla in cambio.

# # # I Samaritani che abbiamo incontrato

Se ripercorriamo con la memoria la nostra esistenza, scopriamo che quasi tutti abbiamo incontrato almeno un buon Samaritano.

Forse era un amico che ci ha teso la mano quando tutti gli altri si erano allontanati.

Forse una persona sconosciuta che ci ha aiutato in un momento di difficoltà.

Un medico che, oltre a curare il nostro corpo, ha saputo ascoltare la nostra paura.

Un insegnante che ha creduto in noi quando noi stessi avevamo smesso di farlo.

Oppure qualcuno che, senza grandi discorsi, si è semplicemente seduto accanto a noi nel momento più buio.

Perché non sempre abbiamo bisogno di essere salvati da un precipizio.

A volte abbiamo soltanto bisogno che qualcuno si accorga che stiamo cadendo.

E ci sono gesti che il tempo non cancella.

Possiamo dimenticare un volto, una data, persino le parole pronunciate. Ma difficilmente dimentichiamo come qualcuno ci ha fatto sentire quando eravamo fragili.

La riconoscenza, quella autentica, è una forma di memoria dell'anima.

Eppure esiste un'altra verità, meno piacevole da riconoscere: non sempre ci siamo accorti dei nostri Samaritani.

Qualche volta abbiamo considerato dovuto ciò che era un dono. Abbiamo scambiato la generosità per disponibilità, la pazienza per debolezza, l'amore per un obbligo.

E soltanto molti anni dopo abbiamo compreso quanto fosse preziosa quella mano tesa.

# # # E quando il Samaritano siamo stati noi?

Qui la riflessione diventa ancora più profonda.

Perché ciascuno di noi, nel corso della vita, è stato probabilmente il buon Samaritano di qualcun altro.

Magari senza saperlo.

Una parola pronunciata al momento giusto. Un consiglio dato senza pretendere di avere ragione. Un gesto di solidarietà. Una telefonata fatta proprio quando qualcuno si sentiva dimenticato.

Talvolta basta pochissimo per modificare il destino emotivo di una persona.

E la cosa straordinaria è che potremmo non venirlo mai a sapere.

Forse qualcuno ricorda ancora una nostra frase pronunciata vent'anni fa. Forse una persona ha trovato il coraggio di ricominciare grazie a un incoraggiamento che noi abbiamo completamente dimenticato.

Forse abbiamo salvato qualcuno dalla disperazione semplicemente ascoltandolo.

Non conosceremo mai tutte le conseguenze del bene che abbiamo fatto.

Così come non conosceremo mai fino in fondo le ferite che abbiamo provocato.

Ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe renderci più attenti, più umili, più delicati nell'attraversare la vita degli altri.

# # # La differenza tra essere buoni e fare il bene

C'è una distinzione filosofica che considero fondamentale.

Essere considerati buoni non significa necessariamente fare il bene.

Il sacerdote e il levita della parabola erano certamente uomini rispettati. Eppure passarono oltre.

Il Samaritano, invece, apparteneva a una comunità disprezzata. Ma fu lui a fermarsi.

Questo ci insegna che la bontà non è una reputazione, un titolo, un'appartenenza religiosa o un'identità da esibire.

La bontà è una scelta.

E soprattutto è una scelta che dobbiamo rinnovare continuamente.

Non basta aver fatto del bene ieri per considerarci buoni oggi.

Ogni giorno la vita ci mette davanti a qualcuno che ha bisogno di essere visto.

E ogni giorno possiamo scegliere se fermarci oppure proseguire.

Naturalmente non possiamo aiutare tutti. Abbiamo anche noi le nostre ferite, le nostre fatiche, i nostri limiti.

Ma possiamo evitare che l'indifferenza diventi un'abitudine.

Perché forse il contrario dell'amore non è l'odio.

È l'indifferenza.

L'odio, per quanto terribile, riconosce almeno l'esistenza dell'altro. L'indifferenza, invece, lo rende invisibile.

# # # Il Samaritano e la filosofia della compassione

Nella tradizione buddhista esiste un concetto straordinariamente vicino al significato profondo di questa parabola: la compassione.

Non intesa come pietà verso qualcuno che consideriamo inferiore o più sfortunato, ma come capacità di riconoscere nell'altro la nostra stessa umanità.

La sofferenza altrui non è qualcosa che appartiene esclusivamente a un'altra persona.

È una possibilità della nostra stessa esistenza.

Oggi sono io a camminare lungo la strada. Domani potrei essere io l'uomo ferito.

Oggi sono io a tendere la mano. Domani potrei aver bisogno che qualcuno la tenda a me.

Nella figura del Bodhisattva troviamo questa stessa aspirazione: alleviare la sofferenza degli esseri viventi, senza fare della propria felicità qualcosa di separato da quella degli altri.

Il Samaritano e il Bodhisattva nascono da tradizioni spirituali differenti, ma ci invitano a riflettere su una medesima verità: non possiamo costruire una felicità autentica ignorando completamente la sofferenza del mondo che ci circonda.

La compassione non è debolezza.

Richiede coraggio.

Perché fermarsi davanti al dolore significa accettare di esserne, almeno in parte, coinvolti.

È molto più facile voltarsi dall'altra parte.

# # # Ma chi aiuta chi?

C'è poi un aspetto che mi emoziona particolarmente.

Siamo abituati a pensare che il buon Samaritano sia colui che dà e l'uomo ferito sia colui che riceve.

Ma siamo sicuri che sia davvero così?

Quando aiutiamo qualcuno, qualcosa cambia anche dentro di noi.

Diventiamo più consapevoli della nostra umanità. Scopriamo risorse che ignoravamo di possedere. Comprendiamo che la nostra esistenza può avere un significato anche oltre i confini dei nostri interessi personali.

In questo senso, il bene non procede in una sola direzione.

Chi riceve viene aiutato a rialzarsi.

Chi dona scopre una ragione in più per camminare.

Non è uno scambio commerciale. Non è un dare per ricevere.

È qualcosa di molto più misterioso.

È la dimostrazione che le nostre vite, per quanto apparentemente separate, sono profondamente intrecciate.

Nessuno si salva veramente da solo.

E nessuno può sapere quando una sua piccola azione diventerà una grande svolta nella vita di un altro essere umano.

# # # Il Samaritano che non siamo riusciti a essere

Ma una riflessione sincera non può fermarsi soltanto ai gesti di cui siamo orgogliosi.

Dovremmo ricordare anche le volte in cui siamo passati oltre.

Quella persona che ci aveva chiesto aiuto e alla quale abbiamo risposto di non avere tempo.

Quell'amico del quale avevamo intuito la sofferenza, senza trovare il coraggio di approfondire.

Quel familiare che avrebbe avuto bisogno di una parola affettuosa e al quale abbiamo risposto con impazienza.

Non sempre per cattiveria.

Spesso per distrazione, stanchezza, egoismo o semplicemente perché eravamo troppo occupati a comba***re le nostre battaglie.

Non credo che la saggezza consista nel non commettere errori.

Credo consista nel riconoscerli.

E nel cercare, quando possibile, di non ripeterli.

Il passato non possiamo modificarlo. Ma possiamo impedire che diventi una condanna per il nostro futuro.

Possiamo chiedere scusa.

Possiamo ricominciare.

Possiamo fermarci alla prossima occasione.

E forse anche questo significa diventare un buon Samaritano: imparare a guardare gli altri con gli occhi di chi ha conosciuto i propri limiti.

# # # L'ultimo tratto della strada

Più passano gli anni, più mi convinco che il valore di una vita non possa essere misurato soltanto attraverso ciò che abbiamo conquistato.

Il denaro accumulato, il successo, i riconoscimenti, le battaglie vinte.

Tutte cose che possono avere la loro importanza.

Ma alla fine, quando ci volteremo a guardare la strada percorsa, probabilmente ricorderemo soprattutto le persone.

Quelle che abbiamo amato.

Quelle che ci hanno amato.

Quelle che ci hanno ferito.

Quelle che abbiamo perdonato.

E soprattutto quelle che, in un momento difficile, si sono fermate accanto a noi.

Mi piace immaginare che ciascuno porti dentro di sé una sorta di libro invisibile, nel quale non vengono registrati i successi, ma gli incontri.

E che le pagine più belle siano proprio quelle scritte da un gesto di umanità.

Forse il senso profondo della parabola non è soltanto insegnarci ad aiutare il prossimo.

È farci comprendere che il prossimo non è necessariamente qualcuno che conosciamo, che ci somiglia o che condivide le nostre idee.

Il prossimo è colui che incontriamo lungo la strada e del quale decidiamo di prenderci cura.

E allora torno alla domanda iniziale.

Quanti buoni Samaritani abbiamo incontrato nella nostra vita?

E quante volte lo siamo stati noi?

Non conosco la risposta.

Ma so che, finché avremo un giorno da vivere, avremo ancora la possibilità di esserlo.

Magari domani.

Magari tra un'ora.

Magari proprio con quella persona che abbiamo davanti e della quale non conosciamo il dolore.

Perché, in fondo, la vita è una lunga strada sulla quale tutti, prima o poi, inciampiamo.

E forse non saremo ricordati per quanto lontano siamo riusciti ad arrivare.

Ma per quante volte ci siamo fermati ad aiutare qualcuno a rialzarsi.

E se un giorno dovessimo essere noi a restare feriti sul ciglio della strada, mi piace pensare che una mano si tenderà verso di noi.

Magari sarà quella di uno sconosciuto.

Magari quella di qualcuno che, molti anni prima, abbiamo aiutato senza nemmeno ricordarcene.

Oppure semplicemente quella di un altro essere umano che avrà capito la cosa più importante:

che nessuno di noi è soltanto il viandante, il ferito o il Samaritano.

Nel corso della vita, siamo tutti e tre.

© 𝑀𝑎𝑢𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜 𝐵𝑟𝑢𝑔𝑖𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖

15/10/2026

Le mie riflessioni su Garlasco e non solo...

✨ ANGELI E BODHISATTVA: CHI CI GUIDA DAVVERO?Da sempre l'uomo cerca una presenza che lo protegga, una luce che lo accomp...
14/10/2026

✨ ANGELI E BODHISATTVA: CHI CI GUIDA DAVVERO?

Da sempre l'uomo cerca una presenza che lo protegga, una luce che lo accompagni nei momenti più bui.

Ma se la vera spiritualità non fosse soltanto ricevere protezione, bensì diventare noi stessi una luce per gli altri?

Due tradizioni, due visioni differenti, una riflessione profonda sull'amore, sulla compassione e sul mistero della vita.

✍️ Ne parlo nel mio nuovo articolo su Rugantino Racconta.

👇 Buona lettura
https://rugantinoracconta.substack.com/p/angeli-e-bodhisattva

Due vie spirituali, un’unica luce: il mistero di chi ci accompagna nel cammino della vita di Maurizio Brugiatelli — Rugantino Racconta

12/10/2026

𝐎𝐋𝐓𝐑𝐄 𝐋𝐀 𝐌𝐎𝐑𝐓𝐄: 𝐂𝐎𝐒𝐀 𝐑𝐄𝐒𝐓𝐀 𝐃𝐈 𝐍𝐎𝐈?

𝐼𝑙 𝑚𝑖𝑠𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝑎𝑛𝑖𝑚𝑎 𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖
𝑑𝑖 𝑀𝑎𝑢𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜 𝐵𝑟𝑢𝑔𝑖𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖 – 𝑅𝑢𝑔𝑎𝑛𝑡𝑖𝑛𝑜 𝑅𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎

𝐂𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐦𝐚𝐢 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨?

Prima di nascere non sapevamo nulla del mondo. Non conoscevamo il volto di nostra madre, il calore di un abbraccio, il profumo del mare, la gioia di innamorarci.
Poi, un giorno, siamo arrivati.
Abbiamo aperto gli occhi e abbiamo cominciato a vivere.
Abbiamo amato, sofferto, riso, pianto. Abbiamo incontrato persone che ci hanno cambiato la vita e altre che avremmo voluto non incontrare mai.
Abbiamo costruito famiglie, cresciuto figli, abbracciato nipoti. Abbiamo commesso errori, chiesto perdono e qualche volta perdonato anche chi non lo meritava.
E poi, inevitabilmente, abbiamo conosciuto il dolore più grande: vedere andare via qualcuno che amavamo.
È proprio davanti alla morte che nascono le domande alle quali nessuno riesce a dare una risposta definitiva.
Dove sono finite quelle persone?
Dove sono finite le loro risate, i loro pensieri, i loro ricordi?
Possibile che una vita intera, con tutto l'amore che ha contenuto, possa semplicemente spegnersi?
Non molto tempo fa mi sono avvicinato a una parola che conoscevo poco: astrosofia.
Una visione spirituale che, in alcune sue interpretazioni, considera l'essere umano parte di una realtà cosmica più grande. Una visione che incontra, per certi aspetti, le riflessioni di Rudolf Steiner e di antiche tradizioni filosofiche.
Secondo queste concezioni, la nascita e la morte potrebbero non essere un inizio e una fine, ma due passaggi dell'esistenza.
Un pensiero che mi ha portato a riflettere anche sul Buddismo di Nichiren, dove vita e morte sono considerate due fasi inseparabili della realtà.
Non voglio trasformare queste idee in certezze. Non ne ho il diritto e, soprattutto, non ne abbiamo le prove.
Ma voglio concedermi il diritto di farmi delle domande.
Perché noi siamo fatti della stessa materia delle stelle. Gli elementi che compongono il nostro corpo appartengono alla storia dell'universo.
E allora mi domando: se la materia di cui siamo fatti continua a trasformarsi, che cosa accade a quella cosa misteriosa che chiamiamo coscienza?

𝐂𝐡𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐞 𝐟𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢?
𝐸 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑓𝑎 𝑙'𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒?

Io non so se dopo la morte ritroveremo le persone che abbiamo perduto.
Non so se esista un luogo dove una madre possa riabbracciare suo figlio, dove due fratelli possano tornare a parlarsi, dove due innamorati possano riconoscersi ancora.
Ma so una cosa.
Ci sono persone che continuano a vivere dentro di noi anche quando non possiamo più stringere loro la mano.
Le ritroviamo in un gesto, in una fotografia, in una canzone ascoltata per caso.
A volte persino in un profumo che attraversa una stanza e ci riporta indietro di cinquant'anni.
E in quell'istante sembrano essere ancora lì.
Forse è soltanto la memoria.
Forse è l'amore che si rifiuta di arrendersi.
O forse c'è qualcosa che ancora non siamo capaci di comprendere.
In fondo, pensateci: siamo riusciti a mandare sonde nello spazio, a fotografare galassie lontanissime, a studiare l'origine dell'universo.
Eppure non sappiamo ancora rispondere con certezza alla domanda più semplice e più terribile:
Che cosa succede quando chiudiamo gli occhi per l'ultima volta?
Con gli anni ho imparato che non tutte le domande devono necessariamente avere una risposta.
Alcune servono a renderci più umani.
A farci capire quanto sia prezioso il tempo che abbiamo.
A ricordarci che un abbraccio rimandato potrebbe diventare un rimpianto e che certe parole, se non le pronunciamo oggi, domani potrebbero non avere più un destinatario.
Per questo credo che il vero mistero non sia soltanto ciò che ci aspetta dopo la morte.
Il vero mistero è la vita che abbiamo tra le mani e che troppo spesso dimentichiamo di vivere.
E se un giorno dovessi scoprire che oltre quella soglia non esiste nulla, vorrei almeno aver lasciato qualcosa di buono in chi resta.
Un ricordo, un sorriso, un gesto d'amore.
Perché forse l'eternità non è vivere per sempre.
Forse l'eternità è continuare a essere amati anche quando non ci siamo più.
E voi, quando pensate alle persone che avete perduto, sentite che sono scomparse davvero oppure, in qualche modo, le sentite ancora accanto a voi?
Mi piacerebbe leggere i vostri pensieri. Non per stabilire chi abbia ragione, ma perché su certi misteri della vita abbiamo tutti qualcosa da raccontare.
©𝑀𝑎𝑢𝑟𝑖𝑧𝑖𝑜𝐵𝑟𝑢𝑔𝑖𝑎𝑡𝑒𝑙𝑙𝑖

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