Tradizioni di na vot

Tradizioni di na vot Sapete quale sarebbe l’elisir per una lunga, anzi lunghissima esistenza? Si chiama sdijuno, da secoli il pranzo di metà mattinata dei contadini abruzzesi.

Per loro è il pasto portante dell’intera giornata. Parleremo di ricette e di tradizioni abruzzesi.

Museo delle Genti d'Abruzzo 2026
17/08/2026

Museo delle Genti d'Abruzzo 2026

La festa di San Rocco a Cepagatti.Tradizioni che riprendono vita.La sfilata dei carri di San Rocco a Cepagatti si svolge...
16/08/2026

La festa di San Rocco a Cepagatti.
Tradizioni che riprendono vita.
La sfilata dei carri di San Rocco a Cepagatti si svolge ogni anno il 16 agosto ed è il momento centrale delle feste patronali dedicate a San Rocco e Santa Lucia. Questa tradizione centenaria, radicata da oltre due secoli, unisce fede e folclore locale dove le contrade e i quartieri del paese preparano con cura carri decorati a festa. Sui carri vengono posti e distribuiti i tradizionali taralli benedetti in onore del santo protettore. La sfilata si tiene solitamente la mattina del 16 agosto, preceduta nei giorni precedenti e seguita da eventi religiosi, musicali e popolari che animano il comune dal 14 al 18 agosto.

L’area sacra di Schiavi d’Abruzzo si è sviluppata in una zona che aveva già conosciuto una lunga e antica frequentazione...
10/08/2026

L’area sacra di Schiavi d’Abruzzo si è sviluppata in una zona che aveva già conosciuto una lunga e antica frequentazione, come ha dimostrato la scoperta, a poca distanza dai templi, di una tomba a tumulo databile tra l’età del Bronzo Finale e la prima età del Ferro (XI-X sec. a.C.).
L’aspetto attuale del sito è il frutto della monumentalizzazione avviata nel II sec. a.C. con la realizzazione di una terrazza sostenuta da un muro in opera poligonale e la costruzione del tempio maggiore, che sorse sui resti di una struttura più antica, forse distrutta al tempo delle incursioni annibaliche.
Più tardi, ma comunque prima della Guerra Sociale, tra la fine del II e gli inizi del I sec. a.C., si data invece la realizzazione del tempio minore che conserva, composta con tessere bianche inserite nel pavimento in opus signinum della cella, un’importante iscrizione in osco.
In epoca medievale il tempio maggiore è stato utilizzato come chiesa e sul lato occidentale del muro di sostruzione della terrazza è stata costruita una torre a pianta quadrata che ha segnato per secoli il paesaggio e dato il nome alla zona, nota appunto come Contrada Torre.
LA VISITA
Il visitatore dell’area sacra di Schiavi d’Abruzzo è immediatamente colpito dal tempio maggiore, di cui resta l’alto podio modanato nel quale è incassata la scalinata centrale; sulle lastre della pavimentazione del podio si distinguono le tracce per l’imposta delle colonne, in numero di quattro sulla fronte e due in corrispondenza delle ante della cella.
Il tempio minore era invece privo di podio e aveva sulla fronte quattro colonne in laterizio. È stato realizzato in mattoncini laterizi messi di taglio a spina di pesce anche il pavimento del pronao, mentre quello della cella è in signino rosso decorato da tessere bianche che compongono, presso la soglia, un’iscrizione in osco in cui si leggono ancora il nome del magistrato eponimo (Numerius Decitius figlio di Minatus), che permette di datare all’anno la costruzione del tempio, realizzato a seguito di una deliberazione dell’organo collegiale locale (gli adlecti), e quello dell’appaltatore-architetto, che apparteneva alla famiglia dei Papii.
Gli scavi più recenti hanno riportato alla luce l’altare del tempio minore, in realtà costituito da più altari sovrapposti: dal battuto di breccia attribuibile all’epoca della costruzione fino al piano di calpestio dell’ultima fase individuata con chiarezza c’è infatti un dislivello di circa 160 cm nel quale sono racchiusi 6 secoli di utilizzo (II sec. a.C. – IV sec. d.C.).
La visita dell’area sacra di Schiavi d’Abruzzo non può prescindere da quella del Museo Civico, nel quale è presentata una scelta del materiale restituito dagli scavi accompagnata da una serie di supporti didattici che illustrano la storia del sito.

A colpo d’occhio, la necropoli di Fossa stupisce per la disposizione decorativa delle tombe che la compongono, posiziona...
04/08/2026

A colpo d’occhio, la necropoli di Fossa stupisce per la disposizione decorativa delle tombe che la compongono, posizionate come se seguissero un disegno geometrico. In quella che viene chiamata la “piccola Stonehenge d’Abruzzo” le sepolture di diverse epoche si mescolano in modo molto armonico: dai più piccoli tumoli circolari, alle monumentali tombe a dromos, ai menhir. Si respirano più di 1000 anni di storia in questa necropoli monumentale, che si distingue anche per i ricchi e raffinati corredi funebri.
La necropoli di Fossa è situata in un’area abitata certamente sin dal IX secolo a.C., nell’età del ferro, anche se alcune testimonianze fanno pensare ad un’occupazione, anche se non continuativa, risalente ad un’epoca ancora precedente durante l’età del bronzo.
La necropoli è in particolare associata a un popolo italico, i Vestini, autoctono dell’area centrale della pen*sola dal Gran Sasso al mare adriatico e di lingua osco umbra. L’odierna Fossa si trova sul territorio che corrispondeva in parte all’antica Aveia, una delle città principali dei Vestini, che entrò nell’orbita romana nel III secolo a.C. in seguito alla terza guerra contro i Sanniti, dei quali la città era alleata.
I Vestini, come altre popolazioni italiche, presero parte alla guerra Sociale nel 90 a.C. e in seguito si videro riconosciuta la cittadinanza romana.
Se le evidenze archeologiche della necropoli ci permettono di datarne il suo uso fino al I secolo a.C., della città di Aveia abbiamo notizie quasi fino alla fine dell’impero, nel III secolo d.C. quando divenne una comunità vescovile. Le informazioni sullo sviluppo storico sono frammentarie a causa della scarsa rilevanza che ebbe questo centro all’interno del sistema romano, in quanto non era situata in un’area particolarmente strategica dal punto di vista militare.
L’area, tuttavia, si caratterizza per la peculiarità dell’ influsso orientale rituale e religioso, sia in età ellenistica, sia successivamente in età imperiale, come confermato dalle architetture e corredi tombali e dalla scoperta di un mitreo, non lontano dalla necropoli.
L’area archeologica di Fossa
Quest’area archeologica, scoperta per caso all’inizio degli anni 90, durante gli scavi per un progetto edilizio, si è rivelata una delle più importanti della zona, infatti ospita testimonianze che risalgono alle sue diverse fasi di utilizzo, in un periodo che abbraccia quasi 1000 anni di storia, dal IX al I secolo a.C.
Si tratta di una delle principali necropoli monumentali del centro Italia. Si estende per un’area di circa 2000 metri quadrati ed è considerata di rilevanza nazionale, soprattutto perché testimone dell’evoluzione delle sepolture dalla prima fase preistorica, all’epoca preromana, ellenistica e poi romana. Le sepolture, infatti, si caratterizzano per specifici stili di costruzione che permettono di ascriverle ai differenti periodi storici e danno così un panorama completo della variazione degli stili artistici e delle usanze sepolcrali.
Sepolture della fase più antica
Associate alla fase più antica, tra IX e VIII secolo a.C., abbiamo delle sepolture a tumuli di terra segnalati da una copertura di pietre e delimitati da altre pietre disposte in circolo per un diametro di 8-15 metri. Le tombe in cui sono stati sepolti degli uomini, sono distinguibili grazie alla collocazione di alcuni menhir davanti alle sepolture in ordine decrescente dall’interno verso l’esterno. Proprio la presenza di questi menhir ha fatto sì che il sito fosse soprannominato la “piccola Stonehenge di Abruzzo”.
Nelle tombe degli uomini e delle donne sono stati ritrovati vasti corredi che presentano un campione di oggetti utilizzati nella vita quotidiana, vasellame, gioielli, che potevano variare in quantità e qualità a seconda del prestigio sociale dell’ospite della tomba.
In epoca successiva, pur mantenendo la struttura a tumulo, le tombe hanno dimensioni meno imponenti. Questa fase, tra il VIII e VII secolo, è detta orientalizzante a causa delle influenze dal mondo greco, orientale e anche etrusco nelle decorazioni del corredo funebre. L’influenzale orientale riguarda prevalentemente il vasellame e le ceramiche, oltre le armi e i gioielli di fattura raffinata. In questo periodo, la prassi funeraria prevedeva anche il ricorrere a semplici tombe a fossa.
Sepolture di età ellenistica
Le sepolture di età ellenistica si differenziano da quelle precedenti per la maggiore varietà e monumentalità delle strutture. Si trovano infatti tombe a camera, a cassone litico, a cassone ligneo, a segnacolo monumentale oltre alle semplici tombe a fossa, e queste distinzioni sono da rapportare al subentrare di una stratificazione sociale.
Le tombe a camera sono le più imponenti, ipogee e accessibili attraverso un dromos. I corredi non presentano più armi, ma una varietà di oggetti di uso quotidiano, a volte in fogge particolarmente lussuose a testimonianza dell’elevato livello artistico raggiunto in questa fase. Un esempio è il letto funebre della tomba 520, con una struttura in osso e avorio, e intagli con raffigurazioni di Dioniso, delle Menadi e di Ercole.
Con l’affermarsi della supremazia romana, questi costumi funebri scompaiono per assimilarsi alla pratica dell’incinerazione che comporta una diminuzione dello spazio dedicato alle sepolture e la scomparsa dell’uso del corredo.

Il parco archeologico del Santuario di Ercole Curino è stato istituito negli anni ’70 del secolo scorso nel territorio c...
01/08/2026

Il parco archeologico del Santuario di Ercole Curino è stato istituito negli anni ’70 del secolo scorso nel territorio comunale di Sulmona. Posto sulle pendici del monte Morrone, in località Badia, il santuario terrazzato è una delle aree sacre più importanti dell’intero Abruzzo. Ebbe una continuità di vita e di ricchezza a partire dall’età ellenistica (IV-III sec. a. C.) fino alla metà del II sec. d. C.
È costruito su terrazzamenti artificiali che definiscono gli spazi sacri digradanti lungo il pendio montano: sul livello più alto è documentata la prima fase edilizia, con tempio su alto podio. L’ampliamento successivo del terrazzo vide la costruzione del cosiddetto sacello con la gradinata monumentale interrotta dal piazzale lastricato alla cui base si aprivano i porticati dell’ampio spazio affacciato sulla conca peligna.
La ristrutturazione generale dell’impianto si fa risalire all’inizio del I sec. a. C., con un terrazzo inferiore, sostruito da un imponente muro in opera quasi reticolata sul quale si impostano una serie di ambienti voltati sottostanti il piazzale. La ricchezza e la fama del santuario non si persero con l’abbandono dei luoghi dovuto ad una frana che seppellì gli edifici. Il diffondersi del Cristianesimo conservò la sacralità del luogo, come testimonia l’edificazione, ai margini del santuario pagano, di una chiesetta ampliata successivamente da papa Celestino V (XIII secolo).
Tra i notevolissimi doni votivi restituiti dal sito spicca l’eccezionale statuetta bronzea di Ercole a riposo, oggi conservato preso il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo a Villa Frigerj, Chieti.
L’accesso, posto al termine di un sentiero che discende dal piazzale con parcheggio, si apre sul limite settentrionale del santuario e corrisponde ad un ingresso in uso dalla fase della ristrutturazione (post I sec. a. C.) mentre l’ingresso più antico si apre a sud. Dal terrazzo mediano è possibile salire, mediante la gradinata monumentale, al terrazzo superiore che ospitava gli edifici templari. Di essi è parzialmente visibile il cosiddetto sacello che conserva l’importante tappeto musivo policromo decorato da motivi ellenistici, e la decorazione parietale ad imitazione delle lastre marmoree. Dal terrazzo mediano si può scendere alla base del santuario per ammirare il grande muro di sostruzione in opera incerta e quasi reticolata, per poi risalire al livello degli ambienti voltati ora crollati, posti in origine al di sotto del piazzale di accesso.

Da questo terrazzo si abbraccia con un solo sguardo l’intera conca peligna.

L’Area Archeologica di Monte Pallano si trova sull’omonimo altopiano che si erge nel cuore della Valle del Sangro ed è f...
30/07/2026

L’Area Archeologica di Monte Pallano si trova sull’omonimo altopiano che si erge nel cuore della Valle del Sangro ed è facilmente accessibile dalla strada che collega i paesi di Tornareccio e Colledimezzo.

Inerpicandosi sulla via che sale sul pianoro si giunge ad un piccolo avvallamento dove si trova la porzione dell’abitato messo in luce dagli scavi della Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo. Le strutture appartengono ad un insediamento la cui vita si svolge fra IV sec. a.C. e II sec. d.C. e che si organizza intorno ad una grande piazza rettangolare colonnata circondata da ambienti con funzione diversa.

Lo spazio aperto è stato identificato come il foro, il luogo in cui si svolgeva la vita pubblica, come sembrano suggerire anche i diversi frammenti rinvenuti in marmo di statue che dovevano arricchire la piazza. L’area è inoltre caratterizzata da un sistema di canalette, alcune ancora visibili, ideato per controllare il ristagno dell’acqua di risalita.

Riprendendo la strada da cui si è arrivati e proseguendo verso nord si incontrano le mura ciclopiche che hanno reso famoso Monte Pallano. Il tratto di mura, conosciute come Mura Paladine perché secondo una leggenda sarebbero state erette dai paladini di Carlo Magno, è conservato per circa 180 m di lunghezza e raggiunge un’altezza di 5 m.

La possente struttura è realizzata con blocchi di pietra calcarea locale appena sbozzati e sistemati l’uno sull’altro; nel tratto conservato si aprono tre piccole porte larghe appena 80 cm e alte circa 2,3 m. Le mura si ergono su una porzione del fianco orientale dell’altopiano caratterizzato dalla presenza di selle naturali che rendono più agevole l’accesso al monte, tanto che le porte si trovano in corrispondenza di alcuni sentieri ancora oggi percorribili, suggerendo come le opere difensive vennero costruite solo nei tratti più esposti.

Verso l’esterno le mura erano inoltre rinforzate da torrette circolari e da un basso terrazzo addossato alla cinta muraria e forse usato come postazione di lancio avanzata per colpire gli assalitori.

Dalle evidenze archeologiche risulta quindi che Monte Pallano ospitò un insediamento fortificato fondato per essere un punto di controllo strategico della Valle del Sangro nel quadro delle guerre sannitiche e abbandonato all’inizio del II secolo d.C. quando ormai la pacificazione romana aveva reso inutile il suo ruolo difensivo.

Il territorio in cui è situato il centro antico di Peltuinum, è oggi compreso nei comuni di Prata d’Ansidonia e San Pio ...
28/07/2026

Il territorio in cui è situato il centro antico di Peltuinum, è oggi compreso nei comuni di Prata d’Ansidonia e San Pio delle Camere, in provincia de L’Aquila, diviso tra le due amministrazioni dalla fascia demaniale del tratturo. I resti della città romana si trovano su un altopiano che si eleva all’interno di una conca originariamente occupata da un lago, che si è poi prosciugato naturalmente. L’odierna Piana di Navelli è circondata dalle montagne più alte dell’Appennino, il Gran Sasso, la Maiella, il Sirente. L’area era parte dell’antico territorio dei Vestini e già in età preromana risultava un punto di sosta strategico nello spostamento delle greggi dall’Italia centrale (Sabina) alla Puglia settentrionale (Apulia). Sul pianoro attraversato dal tratturo, alla metà del I sec. a.C., fu fondata la città, pianificata proprio per la gestione e il controllo dei proventi della transumanza, ma anche per lo sfruttamento agricolo, entrambi favoriti dall’affioramento di falde acquifere.
Sotto l’imperatore Claudio (41-54 d.C.) venne risistemata la strada (via Claudia Nova) che conduceva dall’attuale Civitatomassa (vicino L’Aquila) a Popoli e che oggi corrisponde approssimativamente alla SS 17. In antico la strada attraversava la città da ovest ad est, collegando le grandi arterie che da Roma portavano all’Adriatico: la via Salaria per Asculum nel Piceno e la via Tiburtina Valeria Claudia diretta ad Ostia Aterni (Pescara).
Dall’area centrale della città presso la via Claudia Nova, è stato rinvenuto un cippo che testimonia l’importanza del traffico transumante anche nel III secolo d. C. Si tratta di un elemento architettonico sul quale si trova una dedica al dio Silvano “per grazia ricevuta” da parte dei pastori Agilis e Saturninus.
Presso il limite orientale della città, invece, un piccolo cippo con l’iscrizione RT ricorda che il pianoro era ancora attraversato dal Regio Tratturo borbonico.
Nel V secolo un forte terremoto colpì la città che generò un progressivo abbandono da parte dei cittadini residenti. La popolazione si spostò verso zone più facilmente difendibili, anche a causa di un generale clima di insicurezza che era dovuto alle guerre generate dal progressivo sfaldamento dell’Impero Romano. Fu così che si originarono i numerosi borghi medievali presenti nella regione. Con l’abbandono della città iniziarono anche le attività di spoliazione degli edifici pubblici al fine di recuperare materiale da reimpiegare: non solo grandi blocchi calcarei ma anche decorazioni architettoniche, capitelli e colonne, furono riutilizzati nelle chiese e nei castelli della vallata, in centri come, ad esempio, Prata d’Ansidonia, Castelnuovo e Bominaco, ma soprattutto nella chiesa di San Paolo sorta accanto ai resti dell’antica città di Peltuinum.
In età medievale, il pianoro era occupato da alcuni piccoli complessi legati al culto cristiano e da un fortilizio che svolgeva una funzione di controllo sulla piana circostante, che fu costruito sfruttando le preesistenti murature romane del teatro.
La città di età romana si trova su un pianoro sopraelevato di circa m. 100 rispetto al circostante altopiano; la città è delimitata da una cinta fortificata che racchiudeva un’area di 25 ha circa. Si sono preservate nel tempo e sono tuttora visibili alcune strutture pubbliche (mura, tempio, teatro, cisterne), perché costruite con un forte impegno finanziario ed edilizio.
Le abitazioni hanno lasciato labili tracce (per lo più pavimenti) e sono ora ricoperte per difficoltà di conservazione. Gli scavi hanno documentato che le strade erano pavimentate con ciottoli di varia dimensione (viae glareatae).
Le mura, in calcare locale, sono costruite lungo il ciglio del pendio con una tecnica che utilizza uno zoccolo in opera incerta per adeguarsi all’andamento irregolare del terreno e una muratura a blocchetti e a blocchi (nelle torri). L’attenzione alla difesa, in particolare lungo il tratto meno ripido del pianoro e dunque più accessibile (nord-ovest), è mostrato dall’alto numero di torri. Le tre torri attestate lungo il lato ovest sono a struttura piena e due di esse, disposte a tenaglia, proteggono l’ingresso in città.
All’esterno delle fortificazioni, lungo la via che entrava in città, è visibile un sepolcro monumentale di età romana, mentre presso le mura è stata in parte scavata una necropoli con tombe a fossa: il suo utilizzo va dal secolo VIII a. C. al I d. C.

L’area archeologica di Campovalano si trova su un pianoro ai piedi della montagna di Campli ed è stata frequentata almen...
26/07/2026

L’area archeologica di Campovalano si trova su un pianoro ai piedi della montagna di Campli ed è stata frequentata almeno dalla fine dall’età del Bronzo (XIV-XIII sec. a.C.) da un piccolo insediamento la cui presenza è testimoniata da frammenti ceramici decorati, punte di freccia in selce e resti di intonaco di capanne.

Dall’età del Ferro (IX sec. a.C.) la pianura viene occupata da una necropoli che resterà in uso quasi initerrotamente fino all’inizio del II sec. a.C.

Le ricerche archeologiche, iniziate alla fine degli anni ’60 e continuate fino agli inizi degli anni 2000, hanno portato alla luce oltre 600 sepolture facendo diventare la Necropoli di Campovalano una delle più estese di Abruzzo insieme a quelle di Fossa e Bazzano.

Se per il periodo più antico le tracce risultano essere poco leggibili a causa della scarsità dei rinvenimenti, non è così per i secoli VIII-VI a.C. quando l’area viene organizzata intorno ad un asse stradale largo 8 m, orientato nord-sud e costituita da terra battuta e piccoli ciottoli in pietra locale e ancora visibile nell’area archeologica. In questo periodo la necropoli viene caratterizzata dalla presenza di tombe a circolo, ovvero delle collinette di terra delimitate da un circolo di pietra che veniva realizzato sopra la fossa in cui era deposto il defunto con il suo corredo.

Questo tipo di tombe, per la maggior parte disposte ad ovest della strada cerimoniale, avevano un diametro variabile in base all’età e al sesso dell’inumato ed anche del ruolo che doveva rivestire all’interno della società. Vasi in ceramica e in metallo erano gli elementi ricorrenti nei corredi che si distinguevano per la presenza di armi (spade, lance, giavellotti, mazze ferrate) nel caso degli uomini e fuseruole, pesi da telaio, cinturoni e pendenti nel caso delle donne. All’interno dell’area archeologica è stata ricostruita con dimensioni reali la sepoltura più grande rinvenuta fino ad oggi, la Tomba 2, e al suo interno si può ammirare la ricostruzione di come era stata predisposta la sepoltura, con il defunto deposto su un lato della fossa, il corredo vascolare in ceramica e metallo ai piedi, ai lati le armi e sul lato il carro da parata, elemento che di sicuro sottolinea la sua posizione prominente all’interno della comunità.

La tipologia delle tombe a circolo viene abbandonata a favore di semplici fosse durante il V sec. a.C., periodo per il quale si hanno pochissimi dati a causa dell’esiguo numero di sepolture individuate di questo periodo. L’area torna a restituire numerose testimonianze per l’ultima fase di vita, fra IV e II sec. a.C., coincidente con l’inesorabile romanizzazione di tutto l’Abruzzo. In questo momento le sepolture si dispongono con lo stesso orientamento della strada cerimoniale, che continua ad essere usata, e vi si addossano ai lati. All’interno delle semplici fosse il defunto viene deposto supino con un corredo composto da pochi oggetti fra cui un solo vaso in ceramica e nel caso degli uomini una punta di lancia piegata ritualmente mentre nel caso delle donne ricche collana in oro, ambra e pasta vitrea.

Il materiale provieniente dalle campagne di scavo effettuate nella necropoli è interamente conservato al Museo Archeologico di Campli, istituito nel 1988 e dove è possibile ammirare la storia della necropoli di Campovalano attraverso l’esposizione dei suoi reperti. Ancora oggi a luglio una filologica rievocazione storica fa rivivere i fasti di quei solenni momenti. VES Gentes

Per maggiori informazioni sulla storia del museo e dei suoi reperti e sulle modalità di visita, si invita a consultare la pagina relativa al Museo Archeologico nazionale di Campli.

L’area archeologica di Iuvanum si trova in loc. Santa Maria di Palazzo (Montenerodomo, CH), su un altipiano a 972 slm do...
24/07/2026

L’area archeologica di Iuvanum si trova in loc. Santa Maria di Palazzo (Montenerodomo, CH), su un altipiano a 972 slm dominato ad Ovest dalla Maiella. Il sito, che ha restituito tracce di frequentazione risalenti almeno al IV-III sec. a.C., si presenta attualmente nella forma acquisita intorno alla metà del I sec. a.C., dopo la creazione del municipium, quando per fare spazio alle nuove strutture venne modificato lo stesso orientamento degli edifici. Nonostante i danni provocati dal grande sisma del 354, che rese necessario il restauro delle mura e di molte strutture, la vita a Iuvanum continuò almeno fino al VI secolo, anche se gli edifici attribuibili a tali fasi presentano un’edilizia povera e trasformazioni del tessuto urbano.

Indagata a partire dagli anni ’40 del Novecento, progressivamente sono stati riportati alla luce l’area sacra posta su un piccolo rilievo che domina l’insediamento, il teatro, il foro con la basilica, alcune strade e parte delle tabernae dl foro. Sull’area sacra, costituita da almeno due templi ed un sacello, venne successivamente costruito il monastero benedettino di Santa Maria di Palazzo, poi diventato cistercense, che reimpiegò numerosi elementi lapidei più antichi, tra cui varie iscrizioni.

Elemento maggiormente caratterizzante di Iuvanum è il foro, che nella sua forma attuale si data ad epoca giulio-claudia e presenta una pavimentazione in lastre di calcare locale sulla quale campeggiava l’epigrafe in lettere di bronzo con i nomi del mecenate, Erennio Capitone, e della sua erede Erennia Proiecta, che completò il lavoro eseguendone le volontà testamentarie.

Sul fianco meridionale della collina dei templi si può visitare il Museo Archeologico, nel quale è presentata una scelta del materiale archeologico proveniente dalle scoperte nella città e nel suo territorio.

L’area archeologica di Amiternum, istituita negli anni Settanta, è costituita dalle zone del teatro e dell'anfiteatro co...
22/07/2026

L’area archeologica di Amiternum, istituita negli anni Settanta, è costituita dalle zone del teatro e dell'anfiteatro con due ingressi distinti, separate dalla viabilità odierna e dal percorso del fiume Aterno.
La zona può vantare una frequentazione molto antica, grazie al ritrovamento di tracce risalenti fino al Neolitico.
Nel corso dell’età del ferro, questo territorio era abitato dai Sabini, che avevano creato dei villaggi fortificati sparsi lungo le alture collinari in modo da poter controllare i valichi di passaggio e proteggere il bestiame in caso di pericolo. Uno dei più importanti corrispondeva all’odierno paese di S. Vittorino, a sud-est dell’area archeologica attuale, che alcuni identificano ipoteticamente nell’antico insediamento di Testruna, citato dalle fonti antiche. Recenti scavi hanno permesso di accertare l’esistenza di tombe ed edifici risalenti al VII sec. a.C. nei pressi della chiesa di S. Vittorino, dove sono stati ritrovati anche dei frammenti di un vaso che riportano un raro graffito scritto nell’antica lingua paleosabellica parlata all’epoca. In seguito alla conquista romana della metà del III sec. a.C., venne fondata la città di Amiternum per creare un riferimento politico e amministrativo per la serie di vici sparsi nel territorio: il nuovo centro si espanse lungo la via Caecilia, l’asse stradale più importante della zona, secondo un piano urbanistico regolare, in cui si alternavano spazi pubblici come il foro con curia e basilica, il teatro, l'anfiteatro, i templi, le terme, le strutture di rifornimento e di smaltimento idrico, vasche porticate, oltre a grandissime domus adorne di mosaici, pitture parietali e statue.
La grandiosità della città è testimoniata anche dalla presenza di necropoli lungo la viabilità extraurbana, con monumenti sepolcrali di notevole ricchezza, che hanno restituito importanti rilievi scultorei e finissimi letti in bronzo, rivelatori delle ideologie e dei rituali funerari di età repubblicana e imperiale.

Il teatro venne realizzato nel corso della prima età augustea a est dell’antica via Caecilia, sfruttando il pendio di una collina e sostituendo edifici precedenti, forse di carattere residenziale. Ad oggi si conservano ancora, in parte, le gradinate riservate al pubblico e il palcoscenico. La ricca decorazione scultorea è attestata dal ritrovamento di una statua di Ercole e di alcune maschere in marmo. Durante la prima età imperiale a ridosso del palcoscenico venne costruita una grande piscina (natatio). Rimase in uso fino al IV secolo, quando ebbero luogo i primi interventi di recupero di materiale edilizio per finalità di reimpiego. In epoca altomedievale, con la progressiva ruralizzazione del paesaggio, l’area del teatro, ormai in buona parte interrata, venne occupata da capanne lignee e poi da una necropoli, divenendo nei secoli successivi una cava di estrazione di materiale edilizio.

L'anfiteatro fu progettato ed edificato nel I sec. d.C. nella zona pianeggiante a sud del fiume Aterno, non lontano dalla via Caecilia e dagli altri edifici pubblici. La caratteristica peculiare di questo edificio, realizzato in cortina laterizia, consiste nel fatto che, in seguito a problemi statici, fu necessario già in antico provvedere a importanti lavori di consolidamento della parte settentrionale, che ne alterarono i percorsi interni. Sono ancora ben riconoscibili l'arena, la galleria anulare immediatamente a ridosso del muro del podio e l'ambulacro esterno, testimoniato dai pilastri che circondano l'intero perimetro dell'edificio.

La domus a peristilio nei pressi dell'anfiteatro, la cui epoca di costruzione può essere datata alla fine del I sec. d.C., conserva molti particolari degli alzati portati in luce dagli scavi archeologici degli anni Settanta. L'edificio si struttura attorno ad un'ampia corte rettangolare e presenta ambienti di varie dimensioni, dotati di mosaici e decorati alle pareti con intonaci policromi.

Indirizzo

Salita Scalette 5
Farindola
65010

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Tradizioni di na vot pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi